I capitoli (1-11) costituiscono una introduzione necessaria alla storia dei Patriarchi, che a sua volta ci condurrà all’apice di tutta la narrazione dell’Antico Testamento: l’Esodo e l’Alleanza. In questi capitoli sono prevalenti due Tradizioni: Jahwista e Sacerdotale.
La “Creazione” e la “Caduta”, sono gli atti determinanti di ciò che seguirà: la graduale avversione a Dio da parte dell’uomo, e il definitivo intervento di Jahwè nella nuova creazione: quella del suo Popolo.
Anche se la Bibbia si apre col Libro della Genesi, Israele non ha scoperto Dio a partire dall’universo creato, bensì attraverso gli interventi di Jahwè nella storia del suo Popolo.
Dal Dio delle teofanie, dal Dio incontrato nella storia di Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè; dalla liberazione dall’Egitto, dalla conquista della terra promessa: da questo Dio, Israele è risalito al Dio Creatore.
Jahwè si è fatto conoscere prima come liberatore di un Popolo che ha fatto suo con l’Alleanza. Poi questo popolo ha scoperto che questo Dio Salvatore era anche il Dio Creatore, cioè Colui che aveva creato il cielo e la terra.
(Genesi 1, 1 – 2, 4a)
Questo primo racconto della Creazione è un Inno della Tradizione Sacerdotale, che scandisce ogni opera con un ritornello : “Dio vide che ciò era buono”.
L’intenzione dell’autore è quella di inculcare nella mente del Popolo “il riposo del Sabato”, che era tradizione in Israele; perciò i sei giorni, si intendono come normali periodi di ventiquattrore.
La cosmologia primitiva del tempo dell’agiografo viene usata per insegnare che Dio ha creato tutte le cose, attraverso la Sua assoluta potenza e trascendenza.
Mentre i poemi epici descrivevano la Creazione come il risultato di una lotta tra gli dei e le forze del caos, il racconto biblico pone in risalto l’attività senza sforzo dell’unico Dio.
Le immagini prese in prestito da altre narrazioni, soprattutto babilonesi (per es. “sole” e “luna” vengono chiamati “luminari”, perché questi nomi semiti ricordavano gli dei pagani, adorati a volte dallo stesso Israele), diventano elementi di polemica dell’autore sacro contro i miti.
Il verbo “barà” = “creò”, usato esclusivamente per Dio, non suggerisce, qui, alcuna materia preesistente.
Paragonando le opere della prima metà, con quelle della seconda metà, scopriamo un parallelismo perfetto, nei sei giorni della Creazione: alla luce creata nel primo giorno, corrispondono il sole, la luna e le stelle, del quarto giorno.
Alla creazione del firmamento e delle acque superiori e inferiori nel secondo giorno, corrisponde la creazione degli uccelli e dei pesci del mare del quinto giorno.
Alla formazione della terra del terzo giorno, corrisponde la creazione degli animali nel sesto giorno.
Il parallelismo si vede ancora confrontando le due serie tra loro. Nella prima serie, Dio compie esclusivamente una “separazione” tra le cose create: nel primo giorno vengono separate la luce dalle tenebre; nel secondo giorno è separato il firmamento, dalle acque di sopra e di sotto (acque piovane e oceano); il terzo giorno c’è la separazione tra la terra e il mare.
Ad ogni separazione compiuta nella prima serie, corrisponde un “dominio”, cioè la “popolazione”, nella seconda serie: così i corpi celesti, dominano la luce e le tenebre; gli uccelli e i pesci si muovono nell’aria sotto il firmamento e nell’acqua; gli animali (bestiame e bestie selvatiche) popolano la terra.
IN SINTESI
Il firmamento veniva considerato come una calotta di metallo martellato, che tratteneva le acque che stavano sopra.
La Tradizione Sacerdotale fa notare che l’apice della Creazione è raggiunto nell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. I Semiti (così chiamati, perché discendenti di Sem), non conoscevano alcuna dicotomia (il concetto di corpo e anima fu introdotto dalla filosofia greca), quale la conosciamo noi: l’uomo intero, quindi, aveva l’immagine di Dio, che si manifestava soprattutto nella conseguente facoltà di dominare sulla creatura.
L’uomo, come immagine di Dio, è il Suo rappresentante sulla terra; a differenza degli antichi Re, Jahwè non ha bisogno di controfigure; difatti in quelle regioni dell’Impero dove il Sovrano non poteva essere presente di persona, faceva innalzare delle statue che raffiguravano la sua persona. Per l’autore biblico, invece, nel volto di ogni uomo c’è l’immagine di Dio.
La Tradizione Sacerdotale aggiunge la convinzione che la distinzione dei sessi è di origine divina e pertanto buona.
Il pieno significato di “umanità” (‘adam) si realizza solamente quando vi sono l’uomo e la donna.
(Genesi 2, 4b – 25)
La narrazione Jahwista differisce grandemente dalla Tradizione Sacerdotale. Il genere letterario è quello del racconto popolare, con elementi che hanno più stretta dipendenza da fonti extra-bibliche. Lo stile è più vivace e concreto; la presentazione di Dio più antropomorfica, la prospettiva è terrestre ed umana piuttosto che cosmica e divina.
La fusione Jahwè-Eloìm (Signore-Dio), è da attribuirsi al redattore finale.
Abbiamo visto che per la Tradizione Sacerdotale, il caos delle acque diluviali, viene sostituito da un cosmo ordinato; mentre per la Tradizione Jahwista, il caos della desolazione desertica sarà sostituito da un giardino fruttifero.
Mentre la Tradizione Sacerdotale inizia il racconto della Creazione, con il cielo, la terra, il firmamento, e solo alla fine fa apparire l’uomo; la Tradizione Jahwista, comincia subito il racconto con l’uomo; dall’inizio alla fine è lui in primo piano.
La terra è presentata come una pianura spoglia, senza erbe o alberi e senza animali. Solo quando fu plasmato l’uomo col fango di questa pianura, in essere vivente, solo allora Dio piantò per l’uomo un “giardino” e dopo che l’uomo fu trasportato nel giardino, Dio modellò dal fango gli animali della terra e gli uccelli del cielo: tutto viene fatto esclusivamente per l’uomo.
L’uomo diventa “essere vivente” solo quando Dio “soffiò nelle sue narici un alito di vita
”Alito di vita”
Dall’ebraico “nishmah” rimanda al “soffiare” e “respirare”. Nell’A.T. questo termine indica la spiritualità dell’uomo, cioè un dono che Dio fa all’uomo per permettergli di conoscere, di entrare in relazione con gli altri e con Lui stesso. L’altro termine, invece,“ruah” = “vento”, indica lo Spirito di Dio. Quest’alito di vita non designa “l’anima” (termine sconosciuto all’autore sacro; infatti è stato introdotto tardivamente con la filosofia greca), ma qualcosa simile a ciò che noi chiamiamo “coscienza”. L’uomo, perciò, è contemporaneamente legato a Dio (alito di vita) e al mondo (argilla-materia), e questa unità è la sua grandezza e la sua bellezza.
“ Il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo”
La creazione dell’uomo è rappresentata con l’immagine del vasaio che plasma la creta. Non per nulla in ebraico “uomo” è “’adam” e la terra “adamah”. Adamo, perciò, non è un nome proprio, ma indica ogni uomo che è legato all’argilla (la parola ebraica “adamah” letteralmente indica qualcosa si “rossastro” come l’argilla), cioè alla materia. L’ebraico oltre al termine “adam” (che, abbiamo visto, indica l’essere umano nella sua totalità, oppure umanità), ha un altro termine che traduce la parola “uomo”, ed è il vocabolo “ish”, con il quale si vuole indicare l’essere umano “maschio” e spesso anche il “marito”. A questo termine corrisponde il femminile “isshàh”, cioè la “donna”, ma anche la “moglie”.
“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad Oriente”
“Giardino” è il senso originale ebraico: “gan”. L’antica versione greca della Bibbia, ha tradotto questo termine con “paràdeisos”,vocabolo di origine persiana, dal quale è derivato il nostro termine corrente ““Paradiso”. Il “giardino” non ha una collocazione precisa, ma è un’immagine che rappresenta il mondo in armonia con l’uomo e l’universo intero. L’autore biblico, infatti, fa diramare da quel punto i quattro fiumi che, come i quattro punti cardinali, definiscono tutto il mondo nella sua bellezza e fecondità. Il Tigri e l’Eufrate sono ben noti, come fiumi della Mesopotamia; gli altri due: Pison e Ghicon sono ignoti (l’Indo e il Nilo?). Il racconto al di là dei simboli e delle immagini, dice semplicemente che Dio ha creato l’uomo in una condizione di felicità, in un “paradiso”; questo termine però va inteso nel giusto senso: Dio ha creato la felicità, e il paradiso è nell’uomo stesso. Peccato, che abbiano voluto cercare il Paradiso su una carta geografica, in terre più o meno lontane: la felicità paradisiaca si trova nel cuore dell’uomo.
“Per coltivare e custodire”
I verbi qui usati sono molto importanti e frequenti nella Bibbia.
Il verbo “coltivare”, nell’originale ebraico (abàd), significa: “servire”, “lavorare”, ma è anche il verbo usato per indicare il “servizio” liturgico nel Tempio. Il verbo “custodire” (shamar), significa “osservare”, ed è riferito alla sentinella che vigila, ma anche e soprattutto al “custodire” e “osservare” la Legge e la parola del Signore. Il compito dell’uomo è, allora, quello di custodire il dono di Dio, il creato, riconoscendo in esso la Sua opera.
“L’albero della vita”
E’ l’albero di cui nell’antico mondo orientale, bisognava mangiare regolarmente i frutti per ottenere l’immortalità. Nell’Epopea di Ghilgamesch, il frutto dell’albero della vita è chiamato significativamente “ il vecchio diventa di nuovo giovane”. Ghilgamesch è un eroe della mitologia babilonese, che va alla ricerca dell’albero della Vita per cibarsi dei suoi frutti e così evitare la morte. Mentre nell’Epopea di Ghilgamesch, l’albero della Vita è smarrito per circostanze esterne; il testo biblico pone l’accento sulla colpevole disobbedienza dell’uomo.
“L’albero della conoscenza del bene e del male”
La “conoscenza” per la Bibbia, non è solo un’attività mentale, ma anche vitale e della volontà, è simile alla decisione. “Bene” e “male” sono le due facce della realtà morale. Quell’albero è, quindi, il simbolo delle scelte morali. E’ solo Dio che decide ciò che è bene e ciò che è male: questo è il senso di quel comando. Se violato, l’uomo sperimenterà la morte, che non è solo l’esperienza fisica del morire, ma soprattutto la separazione dal Dio della vita.
“Creazione della donna”
L’uomo nel giardino o “Eden” (= piacere) è solo. Questa solitudine è parzialmente superata con la creazione degli animali a cui l’uomo “impone il nome” (nella Bibbia significa dare un ordine a tutte le realtà; sottrarla al caos e al nulla e quindi poterla controllare e dominare per il proprio benessere; questo è il momento della scienza e della tecnica, del lavoro che trasforma e domina il mondo e le sue creature). Ma giunto a sera della sua giornata, l’uomo si sente ancora solo. Gli “animali” e le “cose” non sono “un aiuto degno di lui”. Egli allora entra in un sogno-visione, ove Dio, con la stessa materia di cui è costituito l’uomo (la “costola” in alcune lingue semite indica: “vita”, “femminilità”), forma una Nuova creatura umana fatta dalla stessa realtà, e dotata della stessa dignità. Il “sonno profondo” dell’uomo, suggerisce la natura altamente misteriosa ed importante dell’attività divina. “Osso delle mie ossa, carne della mia carne”. Tra i due si è stabilita una comunione profonda, così da essere una sola “carne”. Questa espressione rimanda non solo all’atto sessuale matrimoniale, ma anche all’unità della vita (la “carne” è simbolo dell’esistenza, nella Bibbia).L’autore conclude questa prima parte della sua narrazione, con un principio generale; l’unione matrimoniale e il suo carattere monogamico, sono voluti da Dio. Il primo atto del racconto si chiude con l’uomo e la donna nudi e sereni. La “nudità” nella Bibbia è segno dell’essere creatura: l’uomo non peccatore si accetta così, con serenità. Dopo il peccato, la “veste” sarà il tentativo di ritrovare la dignità perduta, perché allora l’uomo non potrà più accettarsi come egli è. La prima parte di questo nuovo racconto della creazione ha ribadito la bellezza della realtà uscita dalle mani di Dio. Essa è come un tessuto di armonie: l’uomo è in armonia con Dio, a cui è legato dall’alito di vita; è in armonia con la materia e gli animali a cui “impone il nome”; è in armonia con il suo simile, cioè la “donna”.
“Il peccato”
“Il serpente era il più astuto tra tutti gli animali”. Per comprendere perché proprio al “serpente” (e non un altro animale), sia stato attribuito il ruolo di tentatore dell’uomo, bisogna ricordare che nelle antiche civiltà orientali, questo animale era considerato il simbolo dell’ immortalità e della fertilità.
Quindi il richiamo al “serpente” evocava nell’autore del racconto i culti idolatrici dei Cananei, difatti essi immaginavano che la divinità fosse presente nella sessualità, nella fecondità dei greggi e nella fertilità dei campi. Il tentatore per eccellenza è l’idolatria, (l’idolo), il falso dio. Pertanto qui si può pensare a un motivo polemico con questi “culti pagani”, a cui Israele non è stato esente, a motivo delle varie infiltrazioni nel suo “credo” religioso.
Lungo la storia dell’interpretazione biblica, la figura del “serpente” andrà via via delineandosi come forza ostile a Dio e al suo piano, fino ad essere identificato con “Satana” e “diavolo”: “per invidia del Diavolo la morte è entrata nel mondo” (Sapienza 2,24); “il Dragone, il Serpente antico, che è il Diavolo e Satana” (Apocalisse 12, 9, e 20,2); “egli è stato omicida fin da principio, è menzognero e padre della menzogna” (Gv. 8,44).
Difatti il nome stesso del serpente viene messo in rapporto alla sua azione di tentatore: “nahash”, infatti, in ebraico significa “serpente”, ma anche “indurre in tentazione”.
Il serpente è definito come “astuto”, cioè sapiente, perché offre una visione del mondo e di Dio, alternativa.
Ed è proprio questo tentatore, attraverso un fine gioco psicologico a coinvolgere prima la donna e poi l’uomo nell’atto di ribellione a Dio. Il sogno che egli fa balenare davanti ai loro occhi è quello del “diventare come Dio” cioè “conoscitori del bene e del male”.Ritorna in scena quell’albero non botanico ma simbolico di cui si era parlato già nel primo atto. Esso era il simbolo del bene e del male, cioè della morale che solo Dio decide.
L’uomo, col suo peccato “originale”, radice e sorgente di ogni altro peccato, vuole decidere lui quale sia il bene e il male, vuole diventare lui l’arbitro della morale, rifiutando il disegno divino. La donna da compagna diventa tentatrice (secondo un tema caro a tutte le culture, ma anche secondo un riferimento ai citati culti cananei che comprendevano appunto delle sacerdotesse che incarnavano la dea della fecondità).
Dopo il peccato, l’uomo e la donna non si accettano più come creature, si vergognano e cercano di coprire la loro nudità con un ben misero “segno” di protezione. Il peccato segna una svolta radicale. Alle armonie che interessavano tutta la prima pagina del racconto Jhawista subentrano ora le disarmonie: la relazione con la donna diventerà aspra e segnata dalla violenza, quella con la natura diventerà faticosa e quella con Dio sarà infranta. Dio ora ritorna in scena. E’ come un sovrano orientale che passeggia nel suo parco quando soffia la brezza della sera. Da questo momento in avanti, il racconto si trasforma in un processo. Si comincia con un’istruttoria e un interrogativo serrato in cui il Signore si rivela un giudice implacabile che riesce a demolire le false difese dell’uomo. Si assiste, infatti, da parte della coppia umana, a un curioso tentativo di sottrarsi alla propria responsabilità. In successione, infatti, l’uomo accusa la donna, la donna accusa il serpente.
A questo punto scattano le sentenze in chiave “eziologica”. L’eziologia è un termine tecnico di origina greca che significa “ricerca delle cause”. Le domande a cui si vuol rispondere sono: “Perché i serpenti strisciano? Perché i dolori del parto? Perché la fatica e il sudore del lavoro?”.
C’è innanzitutto il giudizio sul serpente.
In forma popolare, si vuole anche spiegare perché il serpente sia considerato impuro dagli ebrei e strisci sulla polvere, cioè, qui, le caratteristiche naturali del serpente vengono usate per simboleggiare la punizione inflitta alla potenza del male.
Ma, al di là di questa spiegazione concreta, è un segno ulteriore: l’idolo è impuro e ridotto a essere umiliato nella povere. Difatti nella tentazione il serpente dapprima nega ineluttabilità del castigo e poi offre la somiglianza con Dio (“conoscendo il male e il bene”),e quale risultato del mangiare i frutti di quell’albero. Questa somiglianza con Dio, potrebbe essere la quasi immortalità attraverso la propria prole ottenuta col rapporto sessuale; l’autonomia morale - vale a dire - il diritto di decidere da sè ciò che è male e ciò che è bene, la fiducia in se stessi piuttosto che in Dio, sono, in sintesi, il primo peccato dell’uomo.
Dio, quindi, afferma qui che tra il seme del serpente (cioè i suoi discendenti), e il seme della donna (cioè l’umanità), ci sarà una lotta serrata e continua, un’ostilità” irrimediabile. “Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: essa ti schiaccerà la testa”. Questo v. 15 del nostro brano è stato chiamato “protovangelo” (il “primo” Vangelo di speranza e di liberazione dal male).
L’atto di “schiacciare la testa” è attribuito, nel testo ebraico, alla stirpe o seme della donna (“hu” = “esso); nella traduzione greca dei “Settanta” viene attribuito a una singola persona (“autòs” = “egli”); e nella versione latina della “Volgata”, alla donna (“ipsa”= “ella”) Pertanto su queste sfumature, è stato letto il testo ebraico, come uno scontro tra il seme del serpente e quel discendente perfetto della donna che sarà il Messia. Costui saprà schiacciare per sempre la testa del male.
Nella “lettura cristiana”, poi, si è pensato, che a “schiacciare” la testa del serpente, e della sua discendenza malvagia, sia la“Donna” per eccellenza, cioè la Madre del Messia e quindi la Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo.
Ecco poi la seconda sentenza: quella indirizzata alla donna. Per indicare che l’armonia tra uomo e donna è spezzata, si ricorre al dolore del parto, considerato come il vertice della sofferenza. La generazione, che doveva essere fonte di gioia e segno di benedizione: è vista come percorso della sofferenza. E’ una spiegazione simbolica e spirituale di un fatto naturale.
La punizione è triplice: la donna partorisce nel dolore; il suo desiderio verso il marito è controllato con difficoltà; l’uomo domina la donna nell’ambito domestico e sociale.
Il dominio dell’uomo, sebbene sia parte dell’ordine della creazione, è intensificato dal peccato oltre il limite voluto da Dio. Dopo il serpente e la donna è ora di scena l’uomo.
E’ significativo notare che solo il serpente è maledetto in modo diretto (“maledetto sii tu”); la donna e l’uomo lo sono solo indirettamente; Dio non cancella la benedizione radicale che rendeva vivo e fecondo l’uomo. Infatti ora a essere maledetto è il suolo che ritorna simile alla steppa dell’inizio della Creazione. La terra diventa avara di prodotti; da essa spuntano spine, cardi ed erbe, per cui il lavoro dell’uomo è duro, fonte di sudore e fatica.
Si vuole così mostrare la frattura dell’armonia tra la terra e l’uomo, tra la materia e colui che aveva ricevuto l’incarico di trasformarla.
“POLVERE SEI E IN POLVERE RITORNERAI”
La polvere è la nostra meta ultima con la morte. Su questo tema amaro, la Bibbia ritornerà spesso, mostrando all’uomo la sua fragilità, il suo essere finito e votato alla morte.
Solo lentamente farà balenare la possibilità di un orizzonte oltre la morte. Ma già in questo stesso racconto ci sono due note positive e che lasciano sperare.
La prima è il nome nuovo che la donna riceve: prima era chiamata “isshah” (femminile di “ihs”= uomo), ora viene chiamata “Eva”(dall’ebraico: “Hawwah”), che significa “la vivente”, la “sorgente della vita”. E’ una nota positiva dunque: nonostante tutto, la benedizione divina rende feconda la donna che continua a operare.
La seconda annotazione è ancora più suggestiva e positiva. Preparare le vesti, segno di protezione e di dignità, in Oriente, era proprio del padre di famiglia. Il Signore ora si preoccupa delle sue creature che si vergognano della loro nudità, cioè della loro realtà, e le riveste come un padre, dando loro una difesa e un segno di dignità.
L’uomo è espulso dal giardino dell’Eden (la giustizia divina, comunque, deve avere il suo corso), l’intimità divina è ormai infranta, Dio è ora un estraneo, isolato nel suo mondo e tutelato dai “Cherubini”, esseri nati anche nell’antico Oriente, come spiriti protettori di templi e palazzi reali, e raffigurati per metà uomini e metà animali. L’immagine fu fatta propria dagli Ebrei (Es. 37, 7-9; Ezechiele 1,10), per esprimere la loro fede nei sacri ministri di Jawhè.
La spada fiammeggiante, altra figura mitologica, probabilmente immaginata come un lampo che guizza avanti e indietro, simboleggia l’ira divina, la lontananza dell’uomo da Dio.
Dalla Rivelazione sappiamo che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sè, ma per tutta la natura umana. Cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la “natura umana’,’ che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato “peccato” in modo analogico: è un peccato “contratto” e non “commesso”, uno stato e non un atto. Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata “concupiscenza”).
Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato “originale” e volge di nuovo l’uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell’uomo e lo provocano al combattimento spirituale. “Come per colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo, si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita”. (Rom. 5, 18).
Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare?
San Leone Magno risponde: “L’ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l’invidia del demonio ci aveva privati”. E San. Tommaso d’Aquino: “Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di San. Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia . (Rom. 5,20)”.
Ma perché la colpa dei nostri progenitori diventa il peccato di tutti?
Era forte la convinzione dell’antico israelita, che la condotta e la sorte di un antenato condizionavano il destino della sua posterità. Ogni gruppo di popolazione è rappresentato come tratto da un capostipite, che gli trasmette sia il proprio nome, sia i primi caratteri etnici e psicologici.
La sorte vagabonda di Caino, l’assassino, è l’immagine della vita nomade dei “Cainiti”. Canaan è maledetto in “Cam”, suo padre, che ha mancato di rispetto a Noè. Così è per gli Israeliti (Gen. 16,12), Moabiti e Ammoniti (Gen. 19,37,38); per Giacobbe ed Esaù e i rispettivi discendenti (Gen. 27, 28-29, 39-40).
Il numero di questi esempi porta a concludere che per il documento Jahwista e per l’autore finale della Genesi, un’eredità si trasmette da una generazione all’altra, ed è questa una delle leggi più importanti della storia.
a) L’immortalità corporale.
L’uomo, in forza della sua costituzione naturale, è mortale (“tornerai al terreno, perché da esso sei stato tratto; perché tu sei polvere e alla polvere tornerai”).
Poiché il castigo è presentato come un lasciare libero corso alle forze naturali (tendenti a disintegrare ogni organismo vivente), l’immortalità corporale dei progenitori risulta evidentemente un privilegio, un dono preternaturale, chiaramente indicato nell’albero della vita.
I progenitori erano sottratti all’impero della morte, non nel senso che già possedevano l’immortalità per costituzione naturale, com’è proprio dei puri spiriti, ma nel senso che avevano la possibilità di non morire.
E quale sarebbe stata la sorte finale loro e dei discendenti, in caso che la fedeltà a Dio li avesse preservati dal tremendo castigo? Possiamo pensare per analogia con la dottrina della risurrezione (1 Cor. 15, 35-38) che, dopo un certo numero di anni, il corpo di ogni singolo uomo sarebbe stato sottratto alle greggi biologiche mediante un’intima trasformazione, e trasferito in un mondo migliore.
Dopo la colpa, è preclusa all’uomo la via all’albero della vita e ciò significa che l’uomo non ha più la possibilità di vivere sempre e, ad inculcare più efficacemente il carattere di assoluta irrevocabilità della sentenza divina, è segnalata la presenza dei “Cherubini” e della “fiamma della stadia guizzante”.
b) L’integrità.
Naturalmente il genere umano si sarebbe propagato per generazione. Tuttavia, in questo àmbito appare il secondo privilegio: la sottomissione alle leggi biologiche è tale da non creare un conflitto con l’attività spirituale, perché il meccanismo degli istinti non si scatena.
L’antico autore biblico aveva intuito questo dissidio, almeno nella sfera sessuale, e a modo suo insiste nell’escluderlo dallo stato primitivo.
I progenitori non erano affatto imbarazzati dalla nudità; ma soltanto dopo il peccato si accorgono di essa come di qualcosa di nuovo e di umiliante, e due volte si parla della necessità di coprirsi.
Pertanto tra le conseguenze del peccato, sono messi in rilievo, non solo i pericoli della gravidanza e i dolori del parto, ma anche la passione della donna ad abbandonarsi all’uomo e l’istinto di conquista dell’uomo sulla donna; il che crea una visione pessimistica dell’amore, in contrasto con la presentazione idilliaca del matrimonio come istituzione divina, prima del peccato.
Questo privilegio viene comunemente denominato “immunità della concupiscenza” per indicare lo stato di perfetto equilibrio interiore, per cui l’uomo sentiva nel suo intimo solo la spinta verso il bene ed era sottratto a quel perenne urto interiore tra bene e male, vita e morte.
c) L’immunità dal dolore.
I progenitori vengono collocati in un paradiso-giardino “ricco di ogni specie di alberi” e in Gen. 1, 26-28 era stato rilevato il dominio dell’uomo su tutti gli animali: pesci, volatili, fiere. Il tutto nel racconto sta a indicare uno stato di felicità e quindi di assenza di dolore, nell’utilizzazione della creatura da parte dell’uomo.
Il lavoro, per sua natura, comporta una fatica, ma la fatica non sempre comporta dolore, anzi spesso anche nelle situazioni attuali è piacevole ed esaltante. Il racconto biblico presenta il lavoro agricolo dell’uomo come sforzo penoso soltanto dopo il peccato e come conseguenza del peccato. Non è cambiata la natura del lavoro, è cambiato il rapporto dell’uomo con Dio. Il peccato ha provocato nell’uomo una frattura dolorante in tutte le direzioni.
Il castigo della donna consiste nelle sofferenze inerenti alla convivenza coniugale e alla maternità. La preservazione di questo tipo di dolore, sempre stando al racconto biblico, era soltanto ipotetico, cioè nel caso in cui non ci fosse il peccato. Infatti prima del peccato il racconto non fa cenno di rapporti coniugali e di generazione di figli.
E’ del tutto superfluo porsi il problema di come la madre li avrebbe dati alla luce in caso non ci fosse stato il peccato. Lo stato di felicità dei progenitori viene denominato dai teologi: “immunità dal dolore.
Questo privilegio è in parte frutto e completamento dei due precedenti. Questo dogma, secondo cui i progenitori erano costituiti in stato di giustizia e santità, si deduce dal N.T. (Colossesi 3, 9-10 e Rom. 5, 10-19), ed è la chiave di volta per intendere l’essenza del peccato originale e la perdita degli altri privilegi. Sarà Gesù Cristo a ridare all’uomo quei privilegi perduti; infatti nella visione simbolica dell’umanità rinnovata, nell’Apocalisse 22,2 ricompare “l’albero della vita” in relazione con la santità riconquistata: “Beati quelli che lavano le loro vesti nel sangue dell’Agnello, essi avranno potere sull’albero della vita” (Apocalisse 22,14).
Del cielo e della terra, delle piante, degli animali e dell’uomo, possono parlare lo scienziato, il filosofo, il teologo, ognuno secondo le sue competenze e in base ai metodi che utilizza; le scienze naturali si basano sull’osservazione e sulla sperimentazione, la filosofia sul concetto e sul significato dell’essere, la teologia sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa. Intorno alle origini dell’universo e dell’uomo si pongono tanti interrogativi. Alcuni chiamano in causa direttamente la scienza: quando, come, dove...; altri, come quelli sul perché, sul significato, attendono una risposta dalla filosofia e dalla teologia. Non sarebbe corretto dare risposte e domande che esulano dalle proprie competenze.
La Bibbia - ha osservato S. Agostino - non ci dice la verità sul corso del sole e della luna, non ci dice che cos’è il cielo, ma ci dice come si va in cielo. Il messaggio della Bibbia, anche quando utilizza “generi letterari”, è essenzialmente religioso, ci offre verità importanti intorno al significato dell’esistenza, non è di tipo scientifico, come pretende una lettura “fondamentalista” della Bibbia.
Non si può far dire alla scienza quello che essa non “può” dirci, perché non rientra nel suo orizzonte conoscitivo, come ad esempio la dimostrazione o la negazione dell’esistenza di Dio o dell’anima. Non si può far dire alla Bibbia quello che essa non “vuole” dirci, perché anche quando si porta su oggetti affrontati dalla scienza, lo fa con intendimento religioso, riutilizzando le conoscenze del tempo a cui risale il testo sacro. Sarebbe fuori luogo cercare concordismi con le vedute attuali della scienza.
“Fede e scienza”, ha osservato Giovanni Paolo Il, “appartengono a due ordini di conoscenza diversi, che non sono sovrapponibili... La ragione può cogliere l’unità che lega il mondo e verità alla loro origine solo all’interno di modi parziali di conoscenza” (Discorso agli scienziati di Colonia, 15/11/1980).
Secondo le attuali conoscenze scientifiche la formazione dell’universo risale a circa 15 miliardi di anni fa. L’origine della terra a 5 miliardi di anni fa. Le prime forme viventi a 3,5 miliardi di anni fa.
Nell’ambito dei primati fossili, intorno a 4milioni di anni fa si individua in Africa una linea molto interessante, rappresentata dagli “australopiteci”, i quali già usavano due arti per muoversi, facevano uso della mano per afferrare pietre o bastoni, anche per difendersi da animali predatori, ma avevano un cervello ancora non molto sviluppato. Sono conosciuti in una forma arcaica, più antica, e in due forme, robusta e gracile, che si ritrovano in un arco di tempo fra 3-2 e 1 milioni di anni fa.
Due milioni di anni fa esisteva in Africa anche un “ominide” più evoluto, a cui è stata data la denominazione di “Homo Habilis” a motivo della maggiore capacità cranica, di un certo sviluppo delle aree encefaliche per il linguaggio articolato e della capacità di fabbricare intenzionalmente manufatti (industria su ciottolo o “olduvana”), oltre che di organizzare il territorio attraverso insediamenti temporanei. In seguito si ritrovano forme anche più evolute: è la fase di “Homo erectus”, che si sviluppa in Africa e si irradia in Europa e in Asia in un arco di tempo che va da 1,6 milioni a circa 150-200.000 di anni fa, quando compaiono i più antichi rappresentanti di “Homo sapiens” (nella forma arcaica e neandertaliana). A partire da 35.000 anni fa si ritrovano ormai soltanto forme moderne (Homo sapiens-sapiens) nei vari continenti. Anche se alcuni studiosi sollevano dubbi sul livello umano di “Homo habilis”, si ammette da tutti una continuità tra le forme “habilis”, “erectus” e sapiens”.
Del resto, l’elemento nuovo che emerge già in “habilis” è la cultura che, anche nelle sue espressioni elementari, rivela progettualità e capacità innovative, proprie dell’uomo. In ogni caso la comparsa dell’uomo rappresenta una direzione singolarissima dell’evoluzione e segna un evento che trascende la sfera puramente biologica.
La teoria evolutiva viene ritenuta la spiegazione più plausibile delle forme fossili preumane e umane, come pure delle piante e degli animali fossili. Un problema ancora aperto è invece la spiegazione delle cause e dei meccanismi dell’evoluzione biologica. Il modello darwiniano, che individua le cause dell’evoluzione nelle variazioni della specie (modernamente intese come mutazioni genetiche) e nella pressione selettiva operata dall’ambiente, che nel corso dell’evoluzione si è sensibilmente modificato, è ritenuto valido da molti studiosi, essenzialmente a livello microevolutivo, ma non sufficiente per spiegare tutto il processo evolutivo, soprattutto le grandi direzioni che si disegnano nel corso dell’evoluzione e ben difficilmente potrebbero spiegarsi, anche per il poco tempo a disposizione, con modalità puramente casuali.
Ma, a prescindere dalle modalità con cui tutta la realtà viene da Dio e dal suo sviluppo nel tempo, ci si può chiedere quali punti debbano essere tenuti fermi e quindi sono irrinunciabili anche in una interpretazione evolutiva della realtà e dell’uomo. Essi possono essere individuati nei seguenti:
* Tutta la realtà creata viene da un Dio trascendente e personale.
* L’evoluzione suppone sempre la creazione, cioè un rapporto di radicale dipendenza da Dio non solo agli inizi delle cose, ma anche nella loro conservazione.
Ha osservato Giovanni Paolo Il: “Una fede rettamente compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso dell’evoluzione non creano ostacoli... La creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo - come una creatio continua - in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come il creatore del cielo e della terra” (Fede cristiana ed evoluzione, 27/4/1985).
L’evoluzione cosmica e l’evoluzione biologica si sviluppano secondo un disegno superiore. Esse corrispondono a un progetto di Dio, in qualunque modo si sia realizzato tale progetto, fosse anche per eventi casuali, che Dio ha preveduto in un quadro di possibilità e di leggi o principi d’ordine insiti nella materia. In tale disegno l’uomo si presenta come il punto culminante del processo evolutivo.
L’uomo ha una trascendenza rispetto alle altre creature in forza del principio spirituale che lo caratterizza: l’anima. Essa non può derivare da altri esseri di ordine materiale, ma richiede un concorso particolare di Dio creatore, analogamente a quanto avviene nella formazione di ogni essere umano.
In conclusione la vera alternativa non è tra evoluzione e creazione, ma tra la visione di un mondo autosufficiente, capace di crearsi e trasformarsi da se per eventi puramente casuali e la visione di un mondo in evoluzione, dipendente da Dio Creatore, secondo un suo disegno.
(Gen. 4, 1-16)
Se nel secondo capitolo avevamo il progetto che Dio aveva disegnato e sognato per noi e per il mondo, ora si apre la vicenda dell’uomo che con la sua libertà ha voluto decidere lui quale sia il bene e quale il male. E subito la violenza dilaga.
La coppia dell’uomo e della donna (ora presentati col nome di Adamo ed Eva) ha un figlio, chiamato Caino.
Di questo nome l’autore sacro dà una spiegazione popolare, facendolo derivare dalla preghiera della donna che, diventata madre, elevava a Dio: “Ho formato un uomo...” Il verbo ebraico “formare” (qanah) suona come il nome Caino.
Tuttavia è quasi certo che il nome “Caino” voglia far riferimento anche a una tribù ostile a Israele, che razziava l’area meridionale della terra promessa. Si trattava dei Keniti, il cui nome è ricondotto appunto a Caino, come moro progenitore.
Secondo alcuni esegeti questo racconto, può anche essere stato un’esaltazione della vita seminomade (Abele) in contrasto alla vita sedentaria (Caino prima del delitto) e a quella strettamente nomade (Caino dopo Il delitto).
Secondo altri esegeti, i conflitti con i Cananei sedentari e con le selvagge tribù del deserto (ad es. i Madianiti), potrebbero aver condizionato questo atteggiamento.
Il nome di “Abele” (hebel), non viene spiegato, ma l’etimologia del termine ebraico: (“soffio”, “alito”), rimanda alla natura transitoria della vita di Abele.
Il contesto di questo brano presenta una civiltà ben sviluppata (v. 2b); l’istituzione del sacrificio (vv. 3-4ss.), l’esistenza di altri popoli (vv. 14-l5ss.).
Pertanto la verità religiosa che questo episodio insegna è questa: la rivolta dell’uomo contro Dio conduce alla rivolta dell’uomo contro i suoi simili. Il crimine dell’assassinio conferma questo stato di decadenza dell’uomo. Dio è giusto nel punire il peccato ma misericordioso nell’applicare la pena (v. 15); il sacrificio deve essere offerto nelle giuste condizioni di spirito; il peccato deve e, per ciò stesso, può essere dominato dall’uomo (v. 7).La figura di questi due fratelli viene ripresa lungo la tradizione biblica come un episodio di contrapposizione del giusto (Abele) e del malvagio (Caino).
Nel Libro della Sapienza è chiara l’allusione alla loro drammatica vicenda (“Un ingiusto, che nella sua via si era allontanato dalla sapienza, peri per i suoi furori fratricidi” Sap. 10,3). Nei libri del N.T. vengono ricordate la figura di “Abele il Giusto” (Mt. 23,35) e la sua offerta gradita a Dio (Ebrei 11,4: “Per la fede Abele offrì a Dio un sacrificio più prezioso di quello di Caino... e per esso anche dopo la morte continua a parlare”); mentre la sua morte mette in piena luce la superiorità del Sangue di Cristo “che parla meglio di quello di Abele” (Ebrei 12,24).
Caino è invece presentato come esempio da non imitare (lGv. 3,12: “Non come Caino, il quale era dal maligno e ha ucciso suo fratello... perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle del fratello erano giuste”), e la cui condotta va riprovata (Giuda 11: “Guai a loro, perché si sono messi sulla via di Caino”). Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e l’offerta di lui.
L’offerta dei frutti e dei primogeniti era una richiesta a Dio perché benedicesse il lavoro. Questa espressione vuole indicare che Abele, a differenza di Caino, sperimenta il successo e la benedizione di Dio nella sua attività. Ma non bisogna dimenticare che da essa traspare anche un tema caro alla Bibbia, quello delle libere scelte di Dio. E’ Lui che preferisce Abele a Caino, come preferirà Isacco a Ismaele (Gen. 21), Giacobbe a Esaù (Gen; 25,23 e Rom. 9,13), Davide a Saul (I Sam. 15,28 e Salmo 89,20).
La scelta divina, quindi, come accadrà in futuro, cade sul secondo, sul minore. L’autore non spiega il mistero dell’elezione, anche se l’espressione “guardare l’offerta” può semplicemente indicare la prosperità di una persona; a muovere l’odio di Caino sarebbe, perciò, il benessere del fratello rispetto alle sue difficoltà. Il Signore, però, lancia un monito a Caino: (“Se agisci bene puoi tenere alta la testa”).
Alla porta di ogni uomo c’è, accovacciato, il peccato come una specie di belva: il serpente tentatore. Ma l’uomo con la sua libertà lo può dominare! Caino, però, non lo vuol vincere; anzi ne segue la tentazione. Ed ecco il delitto, dipinto dallo scrittore con una sola pennellata tragica: “Caino si scagliò contro suo fratello e lo uccise”.
La storia del primo assassinio, emblema di tutta quella catena di sangue che attraversa nei secoli l’umanità, è modellata sullo schema della narrazione del peccato di Adamo.
Alla domanda incalzante di Dio l’uomo cerca di sottrarsi, mentendo e rifiutando ogni legame col fratello. Ma secondo una vigorosa immagine cara alla Bibbia, il sangue versato “grida a Dio dal suolo”, esigendo giustizia (per evitare questo “grido” si usava coprire con sabbia o terra il sangue degli uccisi).
Scatta allora la sentenza di maledizione: il delitto di Caino ha spezzato l’armonia della famiglia e della società; la conseguenza-pena sarà l’essere “ramingo e fuggiasco”, fuori della società, lontano dal terreno coltivato.
Caino “erra” nel paese del Nord, un vocabolo che in ebraico allude appunto al “vagare” qua e là senza meta.
A questo punto si accendono in Caino il pentimento e la paura. Egli si sente solo e indifeso, emarginato e senza la protezione della famiglia o della tribù. Ecco, allora, come nel caso dell’uomo peccatore rivestito da Dio stesso, che Caino riceve da Dio un segno di protezione, “affinché chiunque lo incontrasse non lo uccidesse”. Cosa sarà mai questo segno? Per comprenderne il senso bisogna risalire al nome di “Caino”, a cui già abbiamo accennato precedentemente, e cioè il nome è ricondotto alle tribù dei Keniti; ebbene è probabile che costoro - come altre tribù - avessero un proprio segno di riconoscimento (un tatuaggio o un’acconciatura dei capelli e delle vesti?). Si spiega così, in modo religioso, una prassi sociale o un qualche segno caratteristico tribale di cui si vuole ritrovare l’origine. Caino se ne va, dunque, ramingo con quel segno che non è certo da intendere in senso razzista o vendicativo. Anzi, dopo aver condannato il peccatore, Dio non lo abbandona al suo destino ma lo tutela accogliendolo sotto la sua suprema giurisdizione a cui appartengono tutte le vite, anche quelle dei criminali.
(Gen. 4, 17-26)
Subito dopo l’episodio del primo omicidio, appare una delle tante genealogie che si distribuiranno a intarsio nella Genesi. E’ quella che descrive i Cainiti (con allusione ai citati Keniti).
Questo elenco, la Tradizione Jahwista lo ha preso da una tradizione distinta. In origine il Caino del v. 17, che fonda una città, non poteva essere Caino, il nomade. L’autore sacro ha fuso insieme le due fonti. L’elemento comune ad entrambe e che giustifica la fusione, è il dilagare del male nel mondo.
In questa genealogia il male è rappresentato dallo sviluppo della civiltà urbana, che l’autore della Tradizione Jahwista ed altri autori ispirati considerano nociva alla vita religiosa.
Questi progressi sono attribuiti dall’autore Jahwista, alla stirpe di Caino, il maledetto. La stessa condanna della vita urbana si ritroverà nel racconto Jahwista della torre di Babele.
Qui Caino è il costruttore della prima città, quindi l’antenato degli allevatori, dei musicisti, dei fabbroferrai, e forse delle figlie del piacere, che sovvengono alle comodità e ai piaceri della vita urbana. Difatti:
* IUBAL (il cui nome in ebraico rimanda alla tromba o al corno), è il padre della musica.
* TUBALKAIN (il cui nome rimanda a un popolo sito in una regione mineraria) è il padre dei fabbri.
* IABAL, sembra essere l’iniziatore dei grossi proprietari di bestiame.
* NAAMA (sorella di Tubalkain) , la “bella”, l’ “affascinante” potrebbe discretamente alludere alle donne di piacere.
In conclusione nei vv. 17-22, vengono evidenziate le origini delle arti e dei mestieri, che vengono ricondotte al clan di Caino.
La prima attività è l’allevamento del bestiame su larga scala che comporta un sempre più frequente spostamento delle tende alla ricerca di nuovi pascoli.
Si segnala poi l’arte musicale, indice di benessere e di un tenore di vita ormai elevato.
Si parla anche della lavorazione dei metalli con un ulteriore avanzamento del progresso e della tecnica (utensili più comodi e precisi; prima apparizione delle armi)
Dall’ambiente semplice e primitivo si è passati ad una società più progredita. In questo nuovo scenario l’autore sacro coglie i segni della decadenza dell’uomo (vendetta e poligamia) e lo vede avviato alla tragedia del diluvio (Gen. 6-9), e della Torre di Babele (Gen. 11).
La vendetta e la poligamia sono incarnati in LAMECH, un eroe del deserto. La vendetta non deve conoscere limiti. Dio puniva l’ingiustizia contro Caino “sette volte”, cioè in modo perfetto (secondo il simbolismo dei numeri), Lamech, invece, si vendica senza limiti, andando oltre ogni confine: Il “settantasette” volte indica un numero infinito.
Questo canto della violenza fa risaltare l’equilibrio della legge del taglione che regolava in parità le tensioni (“occhio per occhio, dente per dente”). Ma soprattutto, fa brillare il detto di Cristo che allude proprio a questo passo. Pietro è pronto a perdonare fino a sette volte; Gesù replica: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt. 18, 21-22).
Nella Bibbia, Lamech è indicato come il primo che prese due mogli; con Abramo la poligamia è già un fatto normale (Gen. 16,2), fino ad essere ammessa nella legislazione mosaica (Esodo 21, 9-li).
Gli antenati di Israele condividevano in buona parte i costumi del loro ambiente, Privilegiavano , quindi, la grande famiglia che si voleva feconda e ricca, accettando anche la poligamia. Nel progetto originario di Dio, però, esisteva il solo matrimonio monogamico. La poligamia viene, perciò, considerata dalla Bibbia come conseguenza del peccato. Ad essa si opporrà la predicazione dei Profeti e di Gesù nel Vangelo (Mt; 19, l-2). ENOCH, occupa un posto di rilievo nella tradizione biblica. I suoi anni (365) corrispondono al numero dei giorni del calendario solare; la sua vita è caratterizzata da uno speciale rapporto con Dio (“camminò con Dio”); la sua morte non fu come quella degli altri uomini: (“Dio lo aveva preso”). Il verbo ebraico qui tradotto con l’ ”essere preso” implica l’ ”assunzione” in Dio, ed è diventato segno dell’immortalità beata in Dio. La sua vicenda è ricordata in Siracide 44,16: “Enoch piacque al Signore e fu portato in cielo, vero esempio di conversione per le generazioni seguenti” e Sir. 49,14: “Nessuno fu creato sulla terra uguale ad Enoch, perciò fu fatto ascendere dalla terra”.
Nel Libro della Sapienza 4, 10-11 “Divenuto gradito a Dio, fu da lui amato... fu rapito perché la malizia non mutasse la sua mente o l’inganno non seducesse la sua anima”, e nella Lettera agli Ebrei 11,3 “per la fede Enoch fu trasportato in modo da non vedere la morte e non lo si trovò, perché Dio lo aveva trasportato. Prima infatti del trasferimento ricevette testimonianza che era piaciuto a Dio”.
Enoch avrebbe continuato la comunione col Signore anche dopo la morte. Lo stesso verbo verrà usato per l’assunzione al cielo del profeta Elia (II Re 2,11-12).
Nel “Libro di Enoch” (testo giudaico apocrifo del II sec. a.C.) viene descritto il suo “rapimento” in cielo e vengono presentate le rivelazioni che egli ebbe sul futuro di Israele e dell’umanità.
A questo punto rientrano in scena Adamo ed Eva che diventano genitori di un nuovo figlio, SET, il cui nome è spiegato liberamente nell’invocazione successiva: Dio ha dato (in ebraico Shet (Set) e shat “dare”, “accordare”). Set, “dono di Dio”, sostituisce la perdita di Abele. Set, genererà Enos, che in ebraico è un altro termine per designare “uomo fragile e debole”. Il racconto si chiude con la descrizione delle origini del culto: il nome di Jahwè (Signore) fu rivelato solamente più tardi, ma l’autore della tradizione Jahwista usa questo nome fin da principio identificando così, esplicitamente, il Dio di Israele con il Creatore.
Forse l’autore sacro Jahwista vuole dirci (v. 26b) che l’uomo era in grado di adorare l’unico Dio fin da principio.
(Gen. 5, 1-32)
Fino a questo punto (se escludiamo il cap. 1) era la cosiddetta “Tradizione Jahwista” (X sec. a.C.) a condurci per mano nella storia, prima gloriosa e poi tenebrosa dell’uomo. Ora ritorna quella che abbiamo chiamata “Tradizione Sacerdotale” (VI sec. a.C.) e che ci aveva offerto il primo racconto della Creazione nel cap. 1 della Genesi.
Essa ora si presenta con una pagina per noi piuttosto ostica e arida. Si tratta di una genealogia, uno schema caro ai popoli d’Oriente per descrivere le loro origini e definire la loro identità risalendo a un’ideale sorgente.
Le genealogie (in ebraico “toledot”: “serie di generazioni”), nella concezione biblica esprimono pienamente il senso della storia alla luce delle promesse di Dio.
Il succedersi delle generazioni umane si svolge sotto la benedizione di Dio, che dona anche all’uomo e alla donna di generare figli “a loro immagine e somiglianza” (la similitudine divina ha dunque un carattere naturale, che il primo uomo trasmette ai suoi discendenti). La storia è vista come un avvicendarsi di padri e figli, di famiglie e di clan, segno di una benedizione che Dio mai ha revocato, nonostante il peccato dell’uomo.
Oltre a questo testo di Genesi 5, troviamo nel primo libro della Bibbia altre genealogie che gli studiosi attribuiscono alla Tradizione Sacerdotale:
· Genesi 10, 1-32 (discendenza dei figli di Noè).
· Genesi 25, 1-18 (discendenti di Abramo).
· Genesi 36, 1-43 (discendenti di Esaù).
Anche l’ingresso di Gesù nella storia è presentato nella cornice di una genealogia, che lo collega ad Abramo (secondo Mt. 1, 1-18) e ad Adamo (secondo Luca 3, 23-38).
La Tradizione Jahwista ci aveva offerto la genealogia di Caino fino a Lamech (Gen. 4, 17-24) e quella di Adamo-Set-Enos (Gen.4, 25-26). Ora invece la “Tradizione Sacerdotale” ci presenta un grande quadro genealogico che parte dalle radici ben note (Adamo-Set-Enos) ignorando però Caino, per poi proseguire con nomi più oscuri.
C’è un dato che subito impressiona il lettore: il numero enorme degli anni di vita dei vari personaggi: Adamo visse 930 anni, suo figlio Set 912 anni, Enos 905 e si arriva al celebre Matusalemme che raggiunge il primato di 969 anni.
I numeri degli anni di queste vite, pur non essendo colossali come in certe liste genealogiche regali mesopotamiche che giungono fino a decine di migliaia di anni (72 mila anni), sono un modo orientale per esprimere la convinzione che i primordi fossero una specie di età dell’oro segnata da una straordinaria longevità.
Il significato esatto delle età riportate dalla Tradizione Sacerdotale non è certo. La grande diminuzione della longevità indica probabilmente l’ulteriore allontanamento da Dio, dal momento che una vita lunga la si attribuisce al “timore di Dio” (Proverbi 10,27).
Questa genealogia “Sacerdotale” vuole colmare l’intervallo tra la Creazione e il Diluvio; come la genealogia di Sem (Gen.11, 10-32) coprirà il tempo che separa il diluvio da Abramo. Non bisogna quindi, cercarvi né una storia né una cronologia. I nomi sono attribuibili ad antiche tradizioni: molti si ritrovano nella lista Jahwista dei discendenti di Caino (Gen. 4,17). Il testo menziona un nome già trovato nella tradizione Jahwista:
“Lamech”, che sembra essere diverso dal terribile discendente di Caino, di cui si è appena parlato. Difatti egli è il padre di Noè. Quando genera quest’ultimo, Lamech ne spiega il nome in modo popolare: “Costui ci consolerà (naham)”. Quindi il nome di Noè si collega al verbo ebraico “consolare”.
Con la figura di Noè entrano in scena anche i suoi figli - Sem, Cam, Jafet - che diverranno i capostipiti (Gen. 10, 1-32) della nuova umanità post-diluviana.
(Gen. 6, 1-22)
La nuova pagina della Genesi che stiamo per leggere, e che avrà al centro il celebre racconto del diluvio, si apre con una breve, arcaica e un po’ misteriosa narrazione.
Essa forse attinge elementi dalle antiche mitologie orientali che introducevano i “Giganti” (si pensi anche ai Titani greci). I “figli di Dio” rappresentano esseri superiori all’uomo (dei o semidei) che si univano a donne. Il frutto di questa unione sono i “giganti” (menzionati anche in Numeri 13,33). Questi racconti mitologici sono usati dall’autore biblico in Gen. 6, 1-4 per indicare un comportamento prepotente, che mira a scavalcare i limiti delle regole armoniche del creato fissate da Dio.
La Bibbia non parla di “dei” ma dei “figli di Dio”, che nel linguaggio biblico, sono i membri del consiglio della corona di Dio, cioè gli “angeli”. E’ per questo che alcune tradizioni posteriori hanno interpretato il brano come il racconto della “caduta” degli angeli” e della conseguente origine dei demoni. In realtà il testo vuole solo mostrare come il male dilaghi e vuole condannare probabilmente una convinzione dell’antico Oriente, secondo la quale nei cosiddetti “riti della fertilità” si poteva celebrare una specie di “matrimonio sacro” tra l’uomo e Dio, incarnato in un atto sessuale con la sacerdotessa o il sacerdote del dio della fecondità.
La Bibbia però, annota che ci si illudeva che questi riti potessero generare “giganti” quasi eterni, in realtà l’uomo resta “carne”, legato al tempo. Infatti ai 969 anni di Matusalemme e alle centinaia di anni dei personaggi citati nel cap. 5, da noi già letto, si oppongono ora i 120 anni, una durata della vita ben più realistica, mentre il Salmo 90,10 affermerà che: “gli anni della nostra vita sono 70 e 80 per i più robusti”.
L’illusione dell’uomo di “essere come Dio” ancora una volta è frustrata. Eppure l’uomo continua nella sua perversione in modo così ostinato che “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo e se ne addolorò”. In Gen. 6,6 e in 1 Sam. 15,11 si parla del “pentirsi di Dio: è una reazione davanti al peccato dell’uomo e comporta per Dio un “dolore” profondo. Nel nostro testo il peccato è talmente grande che pare mettere in discussione la bontà della decisione di Dio di creare il mondo.
Il racconto del diluvio si collega così a quello della creazione per riaffermare alla fine la relazione profonda che esiste tra Dio, l’uomo e il mondo.
Questo “pentimento” di Dio è un modo vigoroso per esprimere i sentimenti divini modellati su quelli umani: è ciò che abbiamo già chiamato “antropomorfismo”, cioè una rappresentazione di Dio in forme e modi umani.
Il Signore, allora, lascia libero corso alla sua giustizia, che comprende il giudizio dell’empio e la salvezza del giusto (“Noè trovò grazia agli occhi del Signore”).
Siamo così di fronte alla grandiosa scena del diluvio che la Bibbia dipinge usando come base antichi miti mesopotamici (ci sono 17 punti di contatto con questi testi).
In moltissime culture antiche si trovano racconti su un diluvio primordiale. In essi si contrappone l’umanità che viene annientata, a un eroe che invece riesce a scampare al diluvio. Il racconto storicamente e culturalmente più vicino a quello biblico si ritrova nella tradizione mesopotamica.
Nell’ XI tavoletta dell’Epopea di Ghilgamesh (poema epico del Il millennio a.C.) che racconta le gesta del leggendario re di Uruk (antica città dei Sumèri che sorgeva sulle rive dell’Eufrate), si trova un racconto del diluvio primordiale, che si avvicina a quello biblico.
Un altro racconto del diluvio analogo a quello di Ghilgamesh, è il poema mesopotamico di Atrahasis.
Il punto di partenza del racconto biblico del diluvio, è forse una catastrofe naturale legata ai due fiumi mesopotamici, il Tigri e l’Eufrate, che, in caso di forti piogge, le acque si trasformano in un’enorme massa che dilaga distruggendo tutto.
Le versioni extra bibliche riflettono la mitologia pagana: vi sono molti dei che decretano il diluvio, senza alcun motivo evidente (alcuni vedevano nel diluvio la reazione degli dei infastiditi dal vociare degli uomini durante il loro riposo). L’eroe è avvisato da uno di essi, senza alcuna esplicita motivazione morale.
Nel racconto biblico, invece, l’unico Dio, supremo Signore della situazione, decreta il diluvio a causa del peccato dell’uomo (“la malvagità dell’uomo era grande... la terra era corrotta... era piena di violenza... ogni uomo aveva pervertito la propria condotta...). Noè è salvato in ragione della sua giustizia.
La differenza fondamentale, quindi, tra la narrazione biblica e quella pagana, consiste nella interpretazione religiosa di questa catastrofe naturale, e in ciò quella biblica è infinitamente superiore a quella pagana.
Il racconto si fissa, così, sulla salvezza del giusto Noè, dei suoi figli e di un seme della vita, perché Dio non smentisce se stesso nella sua funzione di Creatore.
L’ARCA, è ricoperta di bitume (tipicamente mesopotamico), è una specie di palazzo galleggiante a tre piani, stando almeno alle misure offerte dal testo biblico:
156 m. di lunghezza (300 cùbiti)
26 m. di larghezza (50 cùbiti)
16 m. di altezza (30 cùbiti)
Per un totale di 65-70.000 mc.
“Il cùbito”: unità di misura dell’ A.T. corrisponde a circa 54 cm. Tuttavia nel corso della storia si sono avute delle variazioni. Ezechiele, infatti, parla di un “cùbito” più lungo che corrisponde a 52 cm.
Il termine “arca” (in ebraico Tebah) si incontra anche in Esodo 2, 3-5 dove indica la cesta galleggiante sul Nilo in cui fu posto Mosè fanciullo.
Il termine non va confuso con la menzione dell’ “arca dell’alleanza” (Esodo 25, 10-22), perché in ebraico la parola è diversa.
Per molti Padri della Chiesa l’arca di Noè è il simbolo della Chiesa, la comunità di coloro che, tramite il battesimo, sono salvati e costituiscono il germe di una nuova umanità.
Questa interpretazione prende spunto anche da un testo del N.T.: “L’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua, è figura del battesimo, che ora salva voi” (1 Pietro 3, 20-21).
Si trovano poi altri accostamenti: come il legno dell’arca salva l’umanità dal diluvio, così il legno della croce salva i credenti raccolti nella Chiesa.
Con Noè, la moglie e i figli, entrano coppie di animali catalogati secondo le usanze rituali: volatili, bestiame, rettili. La distinzione tra animali puri e impuri è molto antica ed è comune all’ambiente culturale circostante all’antico Israele. Pare che questa distinzione fosse originariamente basata sul significato favorevole o sfavorevole che gli animali avevano per l’esistenza umana.
Nel racconto del diluvio sono presenti due tradizioni: quella Sacerdotale e quella Jahwista.
Esse appaiono ora fuse in un unico racconto, ma si vedono ancora delle differenze:
In Gen. 6,19 (Tradizione Sacerdotale) si parla di una coppia per ogni specie di animali. In Gen. 7,2 (Tradizione Jahwista) si distingue: per gli animali puri si introducono nell’arca 7 coppie; per quelli impuri una sola coppia.
Gen. 7,11: la Tradizione Sacerdotale ha delle indicazioni precise: “nel secondo mese, nel primo giorno del mese”; mentre la Tradizione Jahwista ha delle indicazioni più generiche: Gen. 7,10: “settimo giorno”.
La stessa durata del diluvio passa dai 40 giorni (Gen. 7,12) all’anno intero (quando Noè entra nell’arca ha 600 anni: Gen. 7, 6.11; quando esce ne ha 601: Gen. 8,13).
Non dobbiamo, quindi, stupirci delle ripetizioni, delle incongruenze e delle variazioni, perché la diversità è dovuta al fatto che il racconto del diluvio è frutto della fusione non perfetta di due tradizioni (Sacerdotale e Jahwista), differenti ma parallele dell’evento.
La distinzione delle due narrazioni è la seguente:
* Tradizione Jahwista: Gen. 7, 1-5.7-10.12.16b.l7b.22- Gen. 8,2b.3a.6-12-13b.20-22
* Tradizione Sacerdotale: Gen. 7,6.11.13-16a.17a.18-2 Gen. 8,l-2a.3b-5.13a.14-l9.
La forma finale favorisce la Tradizione Sacerdotale che fa da spina dorsale al racconto.
Vi sono anche evidenti doppioni:
Gen. 6,13.17 e 7,4; e Gen. 7, 7-9 e 7,13-16a.
Gen. 7,21 e 7, 22-23.
Le differenze sono altrettanto evidenti:
Gen. 6, 19-20 e 7, 2-3;
Gen. 7, 4.12 e 7, 24;
Gen. 8,5 e 8,9.
Ecco davanti a noi il quadro impressionante del diluvio. Le acque si rovesciano a cascata dal cielo. Il “grande oceano” indica le acque che invadono la terra; le “cateratte” invece sono la barriera in cielo che si apre quando piove. Nel racconto della Creazione del cap. 1 della Genesi si distinguevano infatti: “le acque che sono sopra il firmamento dalle acque che sono sotto il firmamento”. Le acque che si ingrossano invadendo la terra, sconvolgono l’ordine del cosmo fissato da Dio nella Creazione.
Il numero 40, è frequente nella Bibbia, sia nell’ A.T. che nel N.T. In particolare la menzione dei “quaranta giorni e quaranta notti” è legata all’esperienza di Mosè al Sinai (Esodo 24,18; 34,28; Deut. 9,9.11.18; 10,10). Si vuole così indicare un tempo in se compiuto. Sia nel caso di Mosè sia nel caso di Noè, abbiamo la contrapposizione tra un uomo giusto, che rimane fedele Dio, e la massa degli altri uomini che invece sono infedeli e peccatori.
E’ suggestivo l’annotazione secondo la quale è il Signore stesso a chiudere la porta dietro a Noè (v. 16), quasi preoccupandosi della sicurezza della vita del giusto.
Il Libro della Sapienza 10,4 affermerà che fu la stessa sapienza divina a “pilotare il giusto e la sua semplice imbarcazione”. Le acque, intanto, iniziano a crescere di livello fino al punto di coprire le stesse vette dei monti, riducendo la terra a un’enorme distesa di acqua e fango.
L’orizzonte è sommerso da questa onda distruttrice, tutto è avvolto in un sudario di morte che è, però, segno del giudizio di Dio sul male: “Per ogni essere vivente che si muove sulla terra... così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia della terra” (vv; 21.23).
E’ già stato spiegato che le “grandi acque” sono il simbolo nella Bibbia del “caos” e del “nulla” che tentano di assaltare la Creazione, cercando di corroderla e sgretolarla. Nel 1 cap. della Genesi, infatti, le acque divise dalla terra erano il segno della creazione divina. Il mondo ora sta ritornando nel caos sta quasi ripiombando in quel nulla da cui era uscito.
In questo panorama di morte (le acque raggiungono i 15 cùbiti: quasi otto metri, sopra il suolo) e di sterminio di tutti gli esseri viventi, si erge l’arca, segno della vita che continua e della protezione divina sul giusto.
Nella Lettera agli Ebrei 11,7 si leggerà questo ritratto di Noè: “Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costui con pio timore costruì un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede”.
Dopo il diluvio “Dio si ricordò di Noè”.
Il “ricordo” nella Bibbia non è una semplice memoria del passato ma è un atto efficace che opera nel presente: in pratica è equivalente alla salvezza. Dio, dunque, salva Noè e tutte le creature dell’arca, dopo che le acque avevano steso il loro manto di morte per un anno intero (stando alla tradizione Sacerdotale).
Infatti, il Signore chiude le sorgenti dell’abisso oceanico e le cateratte delle piogge, fa soffiare un forte vento (“ruah” ha qui un effetto salvifico) così da far calare le acque in un arco di 150 giorni e infine fa emergere le vette dei monti.
E così l’arca “atterra” dolcemente “sui monti dell’Ararat”
Con questo nome non si vuole indicare un monte preciso, ma una “regione montuosa”: si dice infatti: “monti dell’Ararat”.
Il termine ebraico “Ararat” corrisponde al nome accadico: “Urartu” che designava la zona montuosa sulla sponda occidentale del Tigri (l’attuale Armenia).
La tradizione popolare ha voluto cercare, però, una vetta precisa, quella che oggi è appunto chiamata “Ararat” (5.156 m.) e che si erge nei pressi del lago “Van” nella Turchia Orientale, mentre la tradizione giudaica e quella musulmana (si parla nel Corano), sono ricorse a un monte del Kurdistan, al-Giudi.
Al di là dei tentativi di identificazione precisa e delle fantasiose spedizioni alla ricerca dei resti dell’arca, la Bibbia non si interessa di offrirci coordinate topografiche, ma di esaltare la pace che sta per rinascere tra Dio, l’uomo e il cosmo.
Di nuovo possiamo notare l’esatta cronologia della tradizione Sacerdotale; Gen. 8,5: “Nel decimo mese, il primo del mese secondo il calendario solare perpetuo, che si crede adottato dalla scuola Sacerdotale post-esilica, il primo abbassarsi delle acque, avvenne di mercoledì (v. 3b) e il primo apparire delle montagne di mercoledì (v. 5b). Questi sono eventi di liberazione (Esodo 12, 40-51 e Num. 33,3; in cui l’Esodo dall’Egitto e la dipartita da Ramses avvengono di mercoledì. L’Arca invece, si fermò sulle vette dell’Ararat il “venerdì”: il giorno degli arrivi Noè sonda la nuova situazione climatica attraverso due uccelli viaggiatori: un corvo e una colomba.
L’invio degli uccelli è narrato anche nella “Epopea di Ghilgamesh” (XIV sec. a.C.), dove si menzionano la colomba, la rondine e il corvo.
Nel testo biblico abbiamo invece la colomba inviata per tre volte. La menzione del corvo, che pare non accordarsi con il resto della narrazione, è forse un’aggiunta che ricorda il racconto in cui si parlava di tre uccelli diversi.
La colomba diventerà nella Bibbia anche un simbolo di Israele, essa porta nel becco il segno della nuova vita pacificata della terra (l’ulivo), diventando così l’emblema dell’armonia ritrovata tra il Creatore e la creazione. E’ quindi il momento di uscire dall’arca, al termine del lungo periodo del diluvio (un anno della vita di Noè, secondo la tradizione Sacerdotale offerta dal v. 13).
Il narratore biblico ci presenta la festosa processione degli ospiti dell’arca che abbandonano il loro rifugio, mentre Dio ripete la promessa di vita, come alle origini (“perché siano fecondi e si moltiplichino sulla terra”).
Gli antichi racconti mesopotamici del diluvio presentano come primo atto dell’eroe salvato dalla morsa delle acque, l’offerta di un sacrificio. Anche Noè erige un altare e celebra un sacrificio di “olocausto”, (termine greco che significa: “completamente bruciato”; in questo tipo di sacrificio tutta la vittima era bruciata), consumando nel fuoco la vittima.
Dio gradisce l’offerta del giusto e questo gradimento è pittorescamente raffigurato dall’ ”odorare” gustoso di Dio. Questa espressione (“Il Signore ne odorò la soave fragranza”), si trova nel racconto della tavola XI dell’Epopea di Ghilgamesh (“Gli dei odorarono il buon profuma””). Con essa si voleva indicare l’atteggiamento della divinità che, dopo il rito del sacrificio, diventava più benevole nei confronti dell’uomo.
Nella Bibbia questa formula si incontra spesso nel Libro del Levitico, per indicare che il sacrificio, compiuto secondo le prescrizioni della Legge, è gradito al Signore. Dio allora al sacrificio risponde con una Promessa: “Io non tornerò più a maledire la terra a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è malvagio fin dall’adolescenza (è la sintesi della vita cosciente dell ‘adulto)”.
Il “cuore” secondo la Bibbia.
L’istinto del cuore umano è incline al male. “Cuore”, indica, nel linguaggio biblico, non solo la sede degli affetti, ma anche della volontà e dell’intelligenza. In questo “centro” dell’uomo, l’autore sacro, con una sfumatura di pessimismo, vede un’inclinazione al male, contro cui l’uomo deve combattere (Gen. 4,6-7:discorso di Dio a Caino). Dopo che la giustizia ha fatto il suo corso (con il diluvio), ora è il tempo del perdono, espresso dal ritmo delle stagioni e dei giorni, simbolo della ritrovata armonia. L’uomo non è cambiato, ma la decisa volontà salvifica di Dio adesso decreta misericordia e la continuazione della storia della salvezza.
Gen. 8,22 presenta la benedizione di Dio associata al ritmo del tempo e delle stagioni. L’alternanza delle stagioni è fondamentale per la riuscita del lavoro agricolo e la sopravvivenza dell’uomo. Solo la permanenza di questo ciclo vitale e il giusto inserimento dell’uomo in esso, garantiscono la conservazione della vita. Per l’autore biblico tutto questo è opera di Dio.
(Gen. 9, 1-17)
La storia di Noè è il primo testo biblico in cui Dio stipula un’”alleanza” con l’uomo.
Si tratta di un concetto molto importante nella Bibbia: Dio stipula un’alleanza con Abramo (Lev. 15 e 17); con il suo Popolo al Sinai (Esodo 24) e a Sichem dopo l’entrata nella terra promessa (Giosuè 24); con Davide ( 2 Sam. 7; Salmo 89).
Nei Profeti questa idea verrà ripresa fino a giungere a parlare di “nuova alleanza” in Geremia 31, 31.34. L’idea di Alleanza si trova anche nei vangeli, in particolare nei racconti dell’Ultima Cena ove Gesù agli Apostoli parla di un’ ”alleanza” nel suo Sangue (Mt. 26,28; Mc. 14,24; Lc. 22,20).
Alla nuova umanità Dio riserva la stessa benedizione delle origini (confr. Gen. 1, 28 e Gen. 9, 1-2.7).
Si ripetono le stesse parole, nel nostro testo (Gen. 9, 1-2.7) però si aggiunge la possibilità di cibarsi anche degli animali (ciò che non era concesso da Dio in Gen. 1,28), ma con una riserva: “Soltanto non mangerete la carne che ha in se il suo sangue” (Gen. 9,4).
1) Per l’A.T. il sangue è la sede della vita. L’anima (cioè la vita o la forza vitale) è nel sangue (Gen. 9,4; Lev. 17, 11-14; Deut. 12, 23). Dio solo può disporre del sangue e della vita, essendo unico Signore della vita (Ezechiele 18,4). Dio vendicherà il sangue umano innocente (Gen. 9,5; Ger. 51,35). Anche il sangue degli animali appartiene a Dio, è sacro e perciò è proibito; pena la morte è gustare il sangue animale (Lev. 3,17; 7,26ss., 17,10.14; Deut. 12,23; 1 Sam. 14, 32ss.). Levitico 17 mette esplicitamente in rilievo che questo divieto non vale soltanto per gli Israeliti, ma anche per gli “stranieri”, cioè per i pagani residenti in territorio palestinese. Nell’A.T. il sangue della vittima animale viene restituito a Dio , essendo stato sparso sull’altare (Es. 29,16; Lev. 3,2). Il sangue della vittima sacrificale aveva virtù espiatrice (Lev. 16,6; 15-17); purificatrice (Lev. 14 ss.) e santificatrice (Es. 29,20 55. nella santificazione del sacerdote). Nei sacrifici di purificazione e di espiazione, specialmente nella grande festa dell’Espiazione, il sangue allontana il peccato; purifica i sacerdoti, il popolo e il tempio e ristabilisce la comunione di Alleanza con Dio (2 Cronache 29,23 55.). Il sangue cosparso sugli stipiti della porta preserva i primogeniti dalla morte (Es. 12,22 55.)
2) Nel N.T. il termine “hàima” - “sangue” dell’uomo, (Gv. 19,34), è inteso come sede della vita che si trasmette (lo stesso vale per il sangue animale). Quando compare la parola “sangue” si fa spesso riferimento alla morte violenta di un uomo provocata colpevolmente da altri uomini. E’ logico, quindi, che diventi un’immagine della distruzione della vita umana (Rom. 3,15). In questo senso va inteso anche Ebrei 12,4: “Non avete ancora resistito fino al sangue (cioè fino al versamento del sangue) nella vostra lotta contro il peccato”, e così il Sangue di Gesù è la viva immagine della sua morte violenta. Ma Dio è l’unico signore della vita, solo Lui può disporre della vita e del sangue. Perciò il sangue innocente versato sarà da lui vendicato (Gen. 9,5). Ciò vale soprattutto per il sangue dei martiri, dei profeti e dei giusti (Mt. 23, 30.35; Lc.11, 50ss.) dei santi e dei testimoni di Gesù (Ap. 6,10; 16,6; 17,6; 18,24; 19,2), che hanno sacrificato la loro vita per la verità della Parola di Dio.
Il sangue, elemento essenziale del corpo umano, unito al concetto di “carne” (“sarx kai aima “ carne e sangue), sta a indicare l’assoggettamento dell’uomo al peccato e alla morte. Nel N.T. questa espressione indica sempre l’impotenza e la caducità dell’uomo: egli è in balia della morte. Atteggiamento caratteristico di questa creatura fatta di carne e sangue, segnata dalla caducità, è la paura della morte (Ebrei 2,14 55.). Così com’è, nella sua naturalità, l’uomo non può avere parte alla gloria di Dio: la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio (I Cor. 15,50); in altre parole l’uomo “deve cessare la sua vecchia esistenza e Dio deve inaugurare una nuova creazione.
L’impotenza dell’uomo in preda al peccato implica una dolorosa limitazione anche nelle sue capacità conoscitive. Per questo la vera conoscenza di Dio può avvenire soltanto se Egli si rivela: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt. 16,17). Nel N.T. queste parole significano anche la definitiva rinuncia a voler fondare la divina rivelazione con gli argomenti dell’autorità umana (Gal. 1,16).
3) Sacrificio cruento e sangue di Cristo.
Dalla tradizione vetero-testamentaria, il N.T. eredita la concezione che attribuisce al sacrificio cruento (cioè con spargimento di sangue) di Cristo la virtù di espiare e di fondare l’alleanza. Di sacrificio cruento di animali si parla in: Ebrei 9,7.12-13.18-22.25 ed Ebrei 10,4; 11,28; 13,11. Tutti questi passi si riferiscono anticipatamente all’A.T. ed hanno di vista il sangue di Cristo, la cui morte possiede carattere di sacrificio espiatorio. La forza insita nel sacrificio cruento di Cristo opera la remissione dei peccati e la santificazione; fonda la pace e una nuova comunione con Dio. Il sacrificio si compie nel “versare il sangue”. In Ebrei 9,22 è detto: “Senza spargimento di sangue non esiste perdono”, in altri termini per l’autore della Lettera, l’uccisione dell’animale è la cosa principale nel sacrificio. L’idea già presente nell’A.T. della virtù espiatrice e santificatrice del sangue, ha trovato nella morte di Cristo il suo significato definitivo e il suo compimento.
Il sangue di Gesù Cristo (1 Pietro 1,2) oppure di Gesù (Ebrei 10,19; 1 Gv. 1,7), di Cristo (I Cor. 10,16; Ef. 2,13; Eb. 9,14) o ancora del Signore (1 Cor. 11,27) o dell’Agnello (Ap. 7,14; 12,11) è senz’altro uno dei concetti cardine del N.T. il cui significato viene dedotto principalmente dal sacrificio della grande festa dell’Espiazione (Lev. 16).
Nel N.T. il vero “sangue” sacrificale è quello che Cristo ha offerto sulla croce (Ebrei 9, 12-14), in un atto di perfetta obbedienza a Dio (Rom. 5,19; Fil. 2,8; Ebrei 5,8). Con la sua passione e morte, Gesù ha compiuto il vero sacrificio per l’eliminazione dei peccati, ha offerto con il suo stesso Corpo il sacrificio perfetto al posto di tutti gli altri sacrifici offerti dagli uomini. Il Suo sacrificio è il compiersi della riconciliazione dell’uomo con Dio.
Con il suo sangue Cristo ha riscattato e liberato il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, dal potere delle tenebre e da tutte le potenze del male (Atti 20,28; Ef. 1,8; 1 Pietro 1,19; Ap. 5,9). Il sacrificio cruento di Cristo opera la giustificazione per colui che nella fede fa propria la morte sacrificale di Gesù (Rom. 3,25; 5,1.9). Il sangue purifica dai peccati i membri della Chiesa. Dio cancella l’intera colpa dalla vita dell’uomo che gli confessa, con la fiducia del credente i propri peccati (1 Gv. 1, 7-10; Ap. 1,5; 7,14). Nell’A.T. espiazione e purificazione erano atti distinti, ma intimamente legati da una profonda relazione. L’espiazione avveniva una sola volta l’anno, nel Santo dei santi (appunto nella grande festa dell’espiazione) con la celebrazione di un sacrificio cruento; la purificazione, invece poteva avvenire in qualunque momento dell’anno al di fuori del santo dei santi.
Nel N.T. entrambe sono date nella redenzione per mezzo del sangue di Gesù Cristo.
Gesù morendo in croce ha “espiato” le colpe dell’umanità, e col suo Sangue versato ha restituito a Dio una umanità “purificata” pacificata e riconciliata.
Il sangue crea dunque la possibilità di una vita immersa nella presenza di Dio, di un accesso a Dio (Ebrei 10,19; Ef. 2,13-18).
La certezza di fede, la gioiosa fiducia e una nuova pratica di vita (I Pietro 1,13 55.) sono i sintomi che è stata recepita nella fede la forza espiatrice del sangue di Cristo, che fonda la pace sulla terra e in cielo. Negli antichi sacrifici espiatori, la virtù espiatrice veniva comunicata al sacrificante con l’aspersione del sangue. Mentre nella comunità dell’A.T. questo rito si compiva in maniera sensibile con il sangue degli animali, nella Chiesa del N.T. l’espiazione si comunica con il sangue di Cristo, ma come realtà invisibile e spirituale (1 Pietro 1,2; Ebrei 9,13-14; 10,22). Al credente che accoglie con fede il sangue di Gesù, viene comunicata personalmente la forza della morte sacrificale di Lui in tutti i suoi effetti. Dopo questa lunga parentesi sul significato biblico del “sangue”, torniamo al nostro brano dell’alleanza con Noè.
In definitiva, il sangue è il simbolo della vita e l’autore sacro vuole in questo modo esaltare il primato assoluto di Dio sulla vita.
Per tre volte si martella quel “domandare conto” della vita uccisa, da parte dell’unico Signore della vita. E’ ciò che viene ribadito con un’altra antica formula proverbiale modellata in modo ritmico nel v. 6: “Chi sparge il sangue di un uomo, per mezzo di un uomo il suo sangue sarà sparso”. E si aggiunge subito la ragione profonda di questo monito: l’uomo è stato creato a immagine di Dio.
L’uomo, quindi, porta in sè il sigillo stesso di Dio ed è per questo che la sua esistenza, simboleggiata dal sangue, è affidata solo al Creatore. E al monito sul sangue da non spargere farà eco anche Gesù quando dirà nel Getsemani: “Tutti quelli che mettono mano alla spada, di spada periranno” (Mt. 26,52).
Alla benedizione, che ricalca quella degli inizi della creazione, si aggiunge ora un nuovo elemento importante: l’alleanza tra Dio e Noè.
Il legame che si stabilirà poi in modo intenso con Abramo e quindi con Israele è qui anticipato: tutta l’umanità ha un vincolo profondo col Creatore; infatti, il Signore promette di tutelare la sua Creazione, anche se in essa talora affiora il male.
Per Abramo, (Gen. 17), il segno vivo dell’alleanza sarà la “circoncisione” per Noè e per l’intera umanità, il segno è cosmico ed è l’Arcobaleno” che sfolgora nel cielo dopo il diluvio. “Arcobaleno” e “Arco” in ebraico si indicano con lo stesso termine. Per gli antichi pagani questo fenomeno naturale era considerato l’arco divino di cui si servivano gli “dei” per punire l’uomo. Quando compariva l’arcobaleno al termine delle piogge violente, indicava che gli dei avevano cessato di combattere (cioè terminavano le forti piogge), e quindi deponevano l’arco. Per questo era comunemente ritenuto un segno di pace. Questa antica concezione è stata assunta dall’autore sacro che le ha dato un significato nuovo: esprime il dialogo e l’alleanza che intercorrono tra Dio e l’intera umanità.
(Gen. 9, 18-29)
La storia di Noè si chiude ora con un curioso episodio, che ha lo scopo di descrivere le origini della “viticoltura”, una coltivazione tipica dell’area mediterranea. Certo, secondo quanto dice il Salmo 104,15: “il vino allieta il cuore dell’uomo”; ma come si rappresenta vivacemente nel nostro racconto e in altri deliziosi testi biblici (Proverbi 23, 29-35 e Siracide 31, 25-31), il vino è rischioso e può umiliare l’uomo. Infatti, Noè ubriaco giace “scoperto in mezzo alla sua tenda”. Suo figlio Cam “vede il padre scoperto” e lo racconta ai fratelli Sem e Jafet che, con rispetto “coprono la nudità del loro padre”.
Qual è il peccato di Cam?
Alcuni pensano che, dietro il velo del racconto, si voglia alludere a una violazione da parte di Cam dell’harem del padre, con un incesto; l’espressione “scoprire la nudità”, nel linguaggio biblico significa appunto “compiere un atto sessuale”.
Tuttavia, dato che poi i fratelli “coprono la nudità” del padre Noè, è più facile ritenere che qui si voglia solo condannare la mancanza di rispetto nei confronti del padre e capofamiglia da parte di un figlio; in pratica una violazione del quarto comandamento.
Ma la sorpresa è nella maledizione che Noè scaglia, una volta risvegliatosi dall’ebbrezza. Essa, infatti, non colpisce Cam, ma Canaan, suo figlio.
Al di là di queste interpretazioni, il testo vuole spiegare una situazione storica: il pacifico dominio da parte di Israele sui Cananei.
Canaan, com’è noto, era la popolazione indigena della Palestina e aveva spesso rappresentato la grande tentazione per Israele attraverso i suoi culti idolatrici-sessuali (ecco l’episodio di Noè nudo). Risalendo al suo ideale capostipite, la Bibbia, vuole condannare in Canaan, non solo un avversario di Israele, ma soprattutto l’emblema dell’idolatria e della degenerazione religiosa.
Il primato invece, per ragioni opposte, è riservato a Sem, da cui discende Israele e a cui è dedicata la benedizione più solenne. Un giuoco di parole spiega il destino di Jafet: “Iddio estenda”, cioè condividerà la terra di Sem.
Il testo del cap. x ricollega i popoli conosciuti al tempo di Israele con i figli di Noè, difatti i nomi dei discendenti sono nomi di popoli: Egitto, Etiopia, Canaan, ecc.
L’Egitto è un discendente di Cam, e i suoi figli sono assimilati agli odiati Egiziani, che tennero Israele in schiavitù. Sono nominati anche i Caftoriti (Cretesi), come padri dei detestati Filistei; e così altri popoli che hanno avuto attinenza con Israele. La storia , quindi, ha influenzato gran parte della genealogia.
Si può notare inoltre una certa distinzione geografica: i figli di Jafet coprono soprattutto l’area mediterranea (Turchia, Grecia), i figli di Cam l’Africa e la Palestina i figli di Sem la Mesopotamia, la Siria e la penisola arabica.
Appaiono anche, in questa genealogia, figure leggendarie come Nimrod, considerato “valente cacciatore al cospetto del Signore”, cioè l’iniziatore della pratica della caccia; ma anche, sono citate Nazioni importanti come Babilonia (Babele), Accad, Uruch.
E’ difficile per noi districarci in questi elenchi di nomi: accanto ai nomi già citati, ci sono anche antenati di tribù o popolazioni a noi ignote o di ipotetica identificazione.
Ma l’essenziale di questi elenchi, non sono i singoli nomi, né la loro compilazione piena di errori e lacune (dovute al sapere limitato di allora), ma il grandioso tentativo di fornire un prospetto dei popoli della terra come membri dell’umanità.
In conclusione, questa “tavola dei popoli”, vuole, da un lato affermare che il collegamento esistente tra tutti gli uomini è voluto da Dio, e dall’altro, descrivere le diverse culture e razze ricorrendo a spiegazioni popolari. Si prepara così, la drammatica dispersione dei popoli operata dalla prepotenza di Babele.
(Gen. 11, 1-9)
In questa prospettiva (di popoli e nazioni), che potremmo definire “internazionale”, entra ora in scena “Babele”, la grande superpotenza dell’antico Oriente, vista spesso come un incubo dal popolo d’Israele.
Nella tradizione biblica Babele è presentata come luogo e simbolo della dispersione degli uomini, origine di lotte etniche e di imperialismi destinati a creare barriere e ostacoli all’unità dei popoli (Sofonia 3, 5-11).
Nel N.T. il giorno di Pentecoste presenta il ribaltamento di questa situazione: l’effusione dello S. Santo, infatti, permette di parlare e di professare la stessa fede in Cristo nelle varie lingue. In questo modo si attua il superamento dell’esperienza negativa di Babele (Atti 2, 5-12).
Il racconto della torre di Babele si apre con l’affermazione che “tutta la terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole”. Si vuole così indicare l’unione politica e religiosa di vari popoli retti da un governo centralizzato. In modo molto significativo, potremmo dire che le lingue dell’antichità si presentano in questa successione:
1)La lingua dei Sumèri, caratterizzata dalla scrittura cuneiforme (dal 3000 al 1800 a.C.).
2)La lingua degli antichi Egizi, che usava i geroglifici (dal 3000 in avanti).
3)La lingua dei Semiti, tra cui l’ebraico e l’aramaico (dal 2000 a. C.).
4)La lingua dei Greci, che diventerà la lingua più diffusa del mondo antico, dopo le conquiste di Alessandro Magno (dal 300 a.C.).
Il racconto della Torre di Babele, che in origine era solamente una spiegazione eziologica (cioè la ricerca delle cause) sull’origine delle diverse lingue (o della città di Babele), serve ora da punto culminante di tutta la preistoria dell’umanità, ed introduce la storia dei Patriarchi.
Teatro di questa storia è Babilonia (Sennaar). Questo nome probabilmente designa la regione di Sumer, che si trova nella parte meridionale della Mesopotamia, nella quale si è sviluppata la civiltà dei Sumeri, confermata dall’accenno ai mattoni e al bitume, comune materiale edilizio della Mesopotamia; la loro cultura ebbe qualche influsso sul popolo d’Israele.
Il racconto della Torre vuole appunto concentrare in essa, il simbolo di ogni oppressione, andando altre la stessa realtà storica.
Alcuni ritengono che il nostro testo - attribuito alla tradizione Jahwista - sia articolato su due narrazioni più antiche: l’una avente al centro la “torre” (o “ziqqurat”) e l’altra la città stessa di Babele (o Babilonia) col suo nome proprio. Ricordiamo che la “ziqqurat” era il tipico tempio piramidale mesopotamico a gradoni che conducevano al santuarietto del “dio” posto sulla sommità. Questi templi erano edificati con mattoni (v. 3) e alcuni si sono conservati fino ai nostri giorni.
L’autore Jahwista avrebbe messo insieme le due narrazioni antiche in un’unico episodio: la torre templare di Babele (o Babilonia), il cui nome simbolicamente (“Entemenanki”) significa: “casa delle fondamenta del cielo e della terra”; e il tempio ad essa collegato era detto: “Esagila”, cioè “casa che alza la testa volendo appunto “toccare il cielo”.
L’autore biblico vede, perciò, nella torre di Babele il segno della sfida che l’uomo intende rivolgere al cielo (la sede divina). E’ ancora una volta il “peccato originale”: il voler “essere come Dio”. A questa sfida “verticale” si unisce quella “orizzontale” del dominio su tutte le Nazioni, riducendole a un solo popolo e una sola lingua.
Dio è qui rappresentato, come un sovrano, che scende dalla sua residenza celeste a ispezionare ciò che l’umanità peccatrice compie e a scardinare i folli progetti.
Egli “confonde la lingua e “disperde” questa unità artificiosa.
L’autore biblico in questo modo spiega il termine: “Babele” (dall’ebraico: “Babal” = “confondere”, “mescolare” v.9).
Nel cap. 10 si diceva che la pluralità razziale e culturale è voluta da Dio e può essere una ricchezza, se espressione di libertà. Ma può essere anche, come avviene nel nostro racconto, frutto di un peccato: quello dell’orgoglio e dell’imperialismo, sconfitto da Dio.
(Gen. 11, 10-32)
Eccoci di fronte a una genealogia della Tradizione Sacerdotale, rielaborazione di dati già incontrati nel cap. 10, con l’apertura verso un nuovo orizzonte: si sta, infatti, delineando la discendenza di Sem, figlio di Noè e antenato di Abramo.
Alcuni nomi sono identificabili con nomi di località della Mesopotamia; per es.: Segur (villaggio siriano), Nacor (villaggio della Mesopotamia), Terach (villaggio mesopotamico).
Il nome di “Abramo”, che significa: “Il Padre (Dio) è esaltato”, ricorre in testi babilonesi.
La genealogia di Gen.11, 10-32 presenta una linea ininterrotta che da Adamo conduce ad Abramo; indicando così l’unità della storia della salvezza.
Con l’entrata in scena di Abramo, il racconto biblico si concentra sulla sua figura di antenato, padre e modello di fede per il popolo ebraico. Con lui ha inizio la cosiddetta “storia dei Patriarchi”.
La genealogia non è, perciò, un arido elenco di nomi ma è la preparazione del filo d’oro della salvezza che comincerà tra poco a snodarsi. Anzi, già ora si delinea la storia di una migrazione che poi verrà approfondita anche nel suo significato spirituale. Infatti nel v. 31 si ha quasi la trama di un itinerario nelle sue varie tappe. Essa comprende una partenza da “Ur dei Caldei”, città della Mesopotamia, sulla sponda dell’Eufrate; questa città è fatta risalire alla I dinastia di “Ur” (3000-2500 a.C.), e si colloca al centro di una civiltà che ha conosciuto un grande splendore, testimoniato dai molto oggetti d’oro ritrovati nelle tombe e dalle grandi costruzioni a terrazze (“ziqqurat”). L’alto grado di civiltà di questa città, che risale a parecchi secoli prima di Abramo, ci ricorda che l’inizio della storia del popolo ebraico non si colloca in un’epoca primitiva, ma nel contesto di un mondo già altamente civilizzato; la partenza di Terach, padre di Abramo, è infatti di molto posteriore: si ipotizza tra il 1900 e il 1700 a.C.
Il viaggio conosce una tappa intermedia a “Carran” (sede del culto a una divinità lunare: “Sin”), essa, però, si rivela quella definitiva per Terach (padre di Abramo), perché egli morirà là, senza aver raggiunto la meta ultima di Canaan.
Ma, per Abramo, sarà Dio stesso a fargli proseguire il cammino verso la meta ultima: la terra di Canaan, che diverrà così la “terra promessa da Dio”.
La figura di Abramo rimarrà all’interno della Bibbia e della Tradizione come un grande segno di fede, e il suo pellegrinaggio verso la terra di Canaan ne sarà emblema. La lettera agli Ebrei lì, 8-9 canterà così il viaggio del Patriarca biblico:
“Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava... Per fede soggiornò nella terra promessa, abitando sotto le tende...”.
(Gen. 12, 1-9)
Inizia ora, con un racconto tutto centrato sulla parola di Dio, la storia di Abramo.
La sua chiamata è presentata in maniera drammatica: è Dio che prende l’iniziativa e lancia ad Abramo un ordine: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò”.
La prima esigenza di Dio è la più completa rottura con il passato pagano, rappresentata in un crescente distacco personale (v. 1b).
La seconda è l’emigrazione verso una terra ignota scelta da Dio (v. lc).
La risposta di Abramo fu effettiva non verbale. Mosè e Geremia, invece, opporranno obiezioni alla vocazione divina; Mosè dirà a Dio: “chi sono io per andare dal Faraone?”, e Geremia: “Ecco io non so parlare, perché sono giovane”.
Abramo, invece, è l’emblema della fede pura e assoluta, che non cerca segni e conferme, e lascia alle spalle: “la terra, la parentela e la casa del padre”.
L’itinerario di Abramo.
Secondo la tradizione Sacerdotale, Abramo emigra da Carran (cittadina non lontana da Ur e sede del suo clan) per dirigersi nel paese di Canaan: la “terra promessa”.
Secondo la tradizione Jahwista, invece, Abramo compie quasi un pellegrinaggio in Canaan, toccando i santuari che poi influenzeranno la storia biblica: Sichem, è un villaggio situato al centro del paese di Canaan; Betel, è nelle vicinanze del territorio su cui sorgerà Gerusalemme; Mamre, è un villaggio vicino a Ebron, contraddistinto da una quercia famosa. E il Negheb (“sud” o “deserto”) ultima tappa della sua peregrinazione, è la zona deserta che confina con la penisola del Sinai, dividendo Canaan dall’Egitto; a Negheb fu conservata la tradizione Jahwista. La ricompensa per Abramo sarà la benedizione divina per lui stesso e per i suoi discendenti.
Nelle parole che Dio gli rivolge è scandito per ben 5 volte il termine “benedire”. In Abramo sorgente della benedizione divina tutti i popoli della terra troveranno salvezza. Abramo è quasi l’antidoto a tutte le maledizioni che incombevano sull’umanità e costellavano i capitoli precedenti della Genesi, a partire dal peccato del cap. 3.
I due temi della promessa divina sono:
Il dono della terra (“la terra che io ti mostrerò”).
La discendenza (“farò di te una grande nazione”).
Questi due temi costituiranno quasi il filo d’oro che attraversa tutte le pagine della Genesi, in essa (Promessa), infatti è contenuto il messaggio religioso fondamentale della storia dei Patriarchi. Da Carran, ove aveva sostato con suo padre, Abramo con la moglie Bara e col nipote Lot, si sposta, verso la terra promessa, avvitata dai Cananei.
Le tappe indicate nella Bibbia (Sichem, More, Betel) diverranno sede di santuari ebraici o, meglio, è probabile che l’autore biblico li metta sulla strada di Abramo per spiegarne la fama da essi goduta successivamente.
(Gen. 12, 10-20)
Dopo essersi stabilito a Negheb, Abramo deve di nuovo partire, questa volta in Egitto, a causa di una grave carestia avvenuta nel suo paese.
Là egli si vede costretto a far passare sua moglie Sara per sorella, così da poter essere accolto favorevolmente, a causa della bellezza di Sara; infatti il Faraone è generoso con Abramo.
Le vicende di Abramo e dei patriarchi si intrecciano con quelle delle popolazioni semitiche vissute tra il XVIII e il XVII sec. a.C. Di esse accettano gli usi e le consuetudini, come testimonia il comportamento di Abramo in Egitto, che fa passare la moglie per sorella. Ciò potrebbe evocare, forse, l’antico diritto degli Hurriti (popolazione della Mesopotamia), che permetteva di adottare la moglie come sorella, così che potesse godere gli stessi diritti del marito su tutta la proprietà.
Più avanti vedremo altri usi di queste antiche popolazioni che Abramo farà propri.
E’ curioso notare che questo episodio verrà ripreso per altre due volte, sia pure con varianti: nel cap. 20 e nel cap. 26 (per Isacco e Rebecca).
E’ un esempio adatto a illustrare le diverse angolature sotto cui le varie tradizioni riprendono lo stesso evento.
Abramo, poi, ritorna nella terra promessa, dopo l’avventura egiziana.
(Gen. 13, 1-18)
Abramo diventa un ricco seminomade che si sposta nella terra di Canaan fissando qua e là la sua residenza temporanea, all’interno di un territorio circoscritto.
Seminomadi e sedentari.
In Canaan, Abramo e il suo clan non sono più nomadi, ma neppure ancora sedentari: sono seminomadi, che vanno pian piano stabilendosi nel territorio. La loro ricchezza consisteva nel bestiame minuto (asini, capre, pecore), al quale dedicavano tempo e cure. La loro vita si svolgeva sotto le tende nella steppa, pronti a trasferirsi dove i pascoli erano abbondanti e dove era possibile scavare pozzi.
Proprio la ricerca di pascoli e di acqua era spesso motivo di contesa e di lite tra questi seminomadi e le popolazioni sedentarie dei villaggi.
Per i seminomadi, infatti, il pozzo era di chi lo aveva scavato; per gli abitanti dei villaggi (sedentari), invece, era di chi possedeva il terreno nel quale era stata trovata l’acqua. Per le tribù seminomadi tutto ciò che è sotto il cielo è un bene da godere; per le popolazioni sedentarie, invece, ognuno possiede il proprio campo con confini ben precisi e riconosciuti, chi li violava, veniva maledetto: “Maledetto colui che sposta i confini del suo prossimo” (Deut. 27,17).
Sorgono così le prime controversie tra i servi; Abramo e Lot, divenuti ormai entrambi due grosse unità familiari, si accorgono della difficoltà della coesistenza nello stesso spazio vitale, e decidono pacificamente di separarsi. Lot sceglie personalmente la sua area di residenza e di pascolo: è la valle del Giordano, un vero e proprio “giardino del Signore”, una specie di piccolo paradiso, simile al giardino dell’Eden, anche perché irrigato dalle acque del fiume. L’autore biblico, però, allarga il territorio di Lot fino a Sodoma cioè fino alla costa occidentale del Mar Morto, ricordando che a Sodoma, non era ancora avvenuto il giudizio di Dio su quella città peccatrice, giudizio che si narrerà in seguito.
Abramo, invece, non si sceglie la terra, accetta ciò che rimane ed è costretto a stabilirsi e a pascolare nella misera porzione di terreno che circonda le querce di Mamre, presso Ebron, cittadina a sud di Gerusalemme, qui Abramo acquisterà la caverna di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e poi per essere anch’egli seppellito lì. Per questo Ebron è diventata una città sacra per gli Ebrei, ma anche per i cristiani e poi per gli stessi musulmani, i quali considerano Abramo un grande profeta e il capostipite degli Arabi, attraverso il figlio Ismaele. La città di Ebron i chiama in arabo “El-Khalil” (dal nome di Abramo: “amico di Dio”). Ancora oggi si possono venerare a Ebron le tombe dei Patriarchi.
Ma è solo ad Abramo e non a Lot che è riservata la grande promessa divina (Gen. 13,15-16), che riguarda sempre il dono della terra di Canaan e quella di una grande discendenza, numerosa come la polvere o - secondo un immagine che incontreremo altrove nella Genesi - come la sabbia del mare e le stelle del cielo.
E’ con questa speranza che ora Abramo continua la sua vita di pastore nomade e di uomo senza figli. Ma ecco, all’improvviso, una grande svolta. Con una lista di quattro Re orientali in lotta con altri sovrani della terra di Canaan si apre uno scenario politico “internazionale”.
Si è vanamente tentato di identificare i primi quattro Re. Ad es. Amrafel (re di Senaar) è forse il celebre sovrano babilonese, Hammurabi, autore di un famoso codice di leggi, e vissuto nel XVIII sec. a.C. Il nome Chedorlaomer è giustamente indicato nel nostro testo come elamita, ma tuttora nessuna fonte extrabiblica ci ha fornito ulteriori informazioni su di lui. Arioch è un nome hurrita e Tideal potrebbe essere Tudhalia, uno fra i tanti Re Ittiti.
Non va però dimenticato che in realtà la prima preoccupazione della Bibbia non è di ordine storico. Tra poco, infatti, vedremo dove l’autore ci vuole condurre con la menzione di questo scontro militare che sta per scuotere la regione attorno al Mar Morto. L’attenzione si concentrerà a poco a poco ancora una volta attorno alla figura di Abramo.
La guerra qui descritta (Gen. 14, 4-17), ha come causa una ribellione di cinque principi vassalli al Re di Elam (una regione a Est di Babilonia) Chedorlaomer.
Da osservare che le città del Mar Morto erano governate da “sceicchi” locali, che a loro volta erano spesso vassalli dei più potenti Re mesopotamici (Elam e Babilonia). Gli elamiti erano molto potenti in Babilonia: furono essi a conquistare e saccheggiare la città di Ur.
Ma torniamo al racconto: Chedorlaomer, re di Elam, alleato con altri sovrani, marcia verso l’area attorno al Mar Morto, ove risiedevano i ribelli, e ingaggia con loro un’aspra battaglia nella “valle” di Siddim, “piena di pozzi di bitume”.
Non dimentichiamo che anche oggi la zona attorno al Mar Morto, è costellata di simili pozzi, dovuti alla particolare situazione geologica del territorio, posto a 400 m. sotto il livello del mare.
I vassalli più importanti, cioè i Re delle città più rilevanti della regione di Sodoma e Gomorra, vengono pesantemente sconfitti. In occasione del rastrellamento compiuto dai vincitori viene coinvolto anche Lot, il nipote di Abramo che - come si ricorderà - aveva scelto proprio quest’area per stabilirvisi.
Un messaggero comunica la notizia ad Abramo, il quale, affidandosi anche al sostegno di alcuni alleati, organizza un piccolo esercito di 318 persone, un numero piuttosto elevato, considerando la situazione del Patriarca.
Dall’insieme del racconto si riesce facilmente a intuire che l’autore sacro vuole esaltare la figura di Abramo, presentandolo quasi come un principe potente, benedetto da Dio, vincitore dei grandi Re d’Oriente.
Col suo esercito tribale insegue l’armata di Chedorlaomer, re di Elam, che sta rientrando nelle sue terre ed è ora in marcia col bottino di guerra verso Dan (al Nord della terra di Canaan), Con una mossa fulminea e a sorpresa Abramo riesce a recuperare, oltre all’intero bottino di guerra dei quattro Re, anche Lot “suo fratello”: in ebraico il termine “fratello” indica una gamma varia di rapporti di parentela (si pensi anche ai “fratelli” e “sorelle” di Gesù).
Mentre sta rientrando da questa fortunata spedizione, Abramo passa da una città di nome Salem, che verrà poi identificata con la Gerusalemme davidica e che portava probabilmente il nome di un “dio” locale.
Ed ecco apparire davanti al Patriarca biblico il sovrano di quella città, il cui nome cananeo, Melchisedek, è composto dal termine “melek” (= Re) e da quello divino “sedeq” (“giustizia”, “salvezza” - “Re di giustizia”)
Come spesso avveniva nell’Antico Oriente, egli era anche sacerdote, il suo “dio” portava il nome di “El-‘Eljon” = “Dio Altissimo”, un titolo divino noto anche in Fenicia e che lo stesso Abramo applicherà al Signore (v. 22).
Questo misterioso personaggio (Melchisedek), presentato come Re di Salem, lo incontriamo solo qui. Egli offre ad Abramo “pane e vino”; si tratta di un atto di ospitalità nei confronti di chi passa amichevolmente nel proprio territorio.
La figura del Re di Salem, apparirà solennemente nel Salmo 110: un carme regale; in esso il Signore giura al Re di Gerusalemme: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek” (v.4), affermando così un particolare sacerdozio del sovrano ebraico.
La mancanza di una genealogia ascendente e discendente, così importante per chi avanzava pretese regali e sacerdotali, verrà interpretata in chiave messianica (in ambito giudaico), e come prefigurazione del sacerdozio di Cristo (in ambito cristiano): Ebrei 7,3: “Egli senza padre e senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote in eterno”.
La tradizione cristiana, poi, ha letto liberamente il gesto di Melchisedek alla luce dell’Eucarestia.
Dopo l’offerta del “pane e del vino”, Melchisedek pronunzia su Abramo una benedizione, ricevendone in cambio un’offerta sacra, cioè la “decima” sul bottino. Il prelievo della “decima parte” del reddito a favore del re o della divinità era abituale presso i popoli dell’antichità. Nella visione religiosa di Israele, Dio era considerato come il proprietario del suolo: non si poteva godere dei frutti della terra senza riservarne a Lui, una parte. La benedizione qui citata, rappresenta l’azione efficace di Dio nella vita dell’uomo.
Abramo, senza pretendere ricompense dal Re di Sodoma, a cui consegna il bottino recuperato, ritorna alle querce di Mamre.
LA GUERRANELLA BIBBIA
La guerra era frequente ai tempi della Bibbia, tanto che lo scorrere del tempo e delle stagioni era scandito dalle campagne militari (“Al tempo in cui i re sogliono andare in guerra”, indica in 2 Sam.11,1 la stagione primaverile).
I combattimenti corpo a corpo (arcieri, carri e cavalieri, erano determinati), avvenivano soprattutto nelle operazioni di rastrellamento, dopo aver fatto breccia nelle mura della città o aver spezzato le file dei nemici in campo aperto. L’esercito vincitore faceva razzia di ogni cosa, riduceva in schiavitù i superstiti, di deportava e dava alle fiamme la città conquistata. La guerra di Abramo qui descritta si conclude invece con un banchetto di amicizia con il re di Salem Melchisedek.
(Gen. 15, 1-21)
Si apre davanti a noi una duplice scena che ha per protagonisti Dio e Abramo.
1) La prima scena occupa i vv. 1-6 del cap. 15, ed è una specie di nuovo racconto della vocazione di Abramo, dopo quello che abbiamo letto nel cap. 12. Alcuni studiosi ipotizzano che si tratti dell’ingresso nel libro della Genesi di una nuova antica, Tradizione, accanto a quelle già note: Jahwista e Sacerdotale. Essa è convenzionalmente chiamata “Elohista”, perché usa come nome divino “Elohim” = Dio.
Abramo è ora tratteggiato con la fisionomia di un Profeta, cioè di uno di quegli inviati del Signore che in seguito appariranno nella storia d’Israele.
Infatti si usano le espressioni tipiche per introdurre i messaggi dei profeti: “La Parola del Signore fu rivolta a...” (vv .l e 4). Inoltre Abramo incontra Dio in “visione” (v.1) non si tratta di un sogno o di un’estasi ma di un modo per indicare un’esperienza superiore rispetto a quella quotidiana e umana (il profeta era detto anche “veggente”). Come accadrà a Geremia nel giorno della sua vocazione (1 cap. del suo libro), così anche Abramo riceve da Dio un segno di speranza: in una notte stellata Dio gli indica il numero sterminato delle stelle per rivelargli l’immensità della sua futura discendenza. Più avanti, nel racconto del cap. 20, si dirà esplicitamente che Abramo è un profeta (v.7).
Ma la promessa così grandiosa del Dio “scudo” di Abramo, sembra in contrasto con la realtà concreta. Abramo è senza figli e, secondo un uso attestato da alcuni testi del II millennio a.C., una coppia che non aveva figli, poteva adottare un servo o uno schiavo, nominandolo erede: costui poi assumeva gli obblighi propri del figlio nel sostenere e assistere i “genitori” nella vecchiaia: così anche Abramo secondo gli usi correnti nomina come erede il suo maggiordomo, Eliezer di Damasco.
La scelta di Abramo è un rischiare sulla parola di Dio ed è espressa dal v.6: “Egli credette al Signore che glielo accreditò a giustizia. Questo versetto sottolinea la fede di Abramo che credette alla promessa del Signore. A partire da qui, Abramo è stato considerato nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, come “padre dei credenti”. 5. Paolo riprenderà questo versetto e la figura di Abramo nel cap. 4 della lettera ai Romani, per sottolineare il ruolo della fede.
Tre sono le componenti della fede di Abramo:
a) Abramo crede (in ebraico il verbo è lo stesso che dà origine all’ ”Amen” con cui concludiamo le nostre preghiere e significa “appoggiarsi a...”, “fidarsi di...”. Il patriarca si fida di Dio e a lui consegna se stesso e il suo futuro.
b) “Questo gli viene accreditato”. Il verbo “accreditare” viene usato nella Bibbia per indicare i sacrifici validamente celebrati. Il nuovo, vero sacrificio da offrire a Dio è perciò l’atto interiore della fede.
c) Abramo diventa, allora, “giusto”, cioè fedele all’impegno di alleanza che lo lega al suo Dio: il Fedele e Giusto per eccellenza.
2) La seconda scena (a partire dal v.7), è dipinta con colori crepuscolari e pittoreschi. Attraverso un rito documentato anche nell’Antico Oriente, secondo cui, quando si stipulava un patto o un’alleanza fra due parti (re o tribù), si compiva anche un rito simbolico. Tale rito consisteva nel tagliare in due parti uno o più animali; in mezzo agli animali squartati e posti su due file, passavano i contraenti del patto (gli animali in questo caso non servivano per il sacrificio, ma facevano parte di un rito di alleanza). Il significato era imprecatorio: il trasgressore del patto avrebbe fatto la stessa fine di quegli animali. Da questa pratica deriva l’espressione ebraica “stipulare un’alleanza”. Gli “uccelli rapaci” sono simbolo dei pericoli che minacceranno l’alleanza; essi sono per così dire scacciati dalla fede di Abramo.
Ma, sopraggiunta la notte, un “sonno profondo” cade su Abramo, che si accorge di essere di fronte ad una apparizione divina, misteriosa.
Il termine ebraico “tardemah” = “sonno” è lo stesso che descrive il torpore di Adamo alla vigilia della creazione della donna (Gen. 2,21). Questa esperienza è collegata con una grande manifestazione di Dio, chiamata dagli studiosi “teofania” (vocabolo greco che significa “manifestazione”). Tale manifestazione avviene mentre l’uomo si trova in uno stato “passivo” (il sonno), per sottolineare la priorità dell’azione di Dio.
Il tema del “sonno” si trova anche nel racconto evangelico della Trasfigurazione di Gesù: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal “sonno” (Lc. 9,32).
Dopo un annunzio della storia futura di Israele (la schiavitù d’Egitto e l’Esodo), il Signore passa in mezzo agli animali divisi, sotto il simbolo del fuoco (forno e fiaccola), tema caro alla Bibbia. E’ lui solo ad impegnarsi solennemente nei confronti di Abramo, e questo è affermato per ricordarci che l’alleanza è soprattutto dono che nasce dalla libera e gratuita iniziativa divina e che comprende (come già si è detto), la promessa della terra e della discendenza.
(Gen. 16, 1-16)
Secondo le leggi dell’Antico Oriente, in caso di sterilità, il capofamiglia poteva ricorrere a un’altra donna dell’harem per avere un figlio che sarebbe stato considerato discendente della coppia ufficiale. Abramo ricorre alla schiava di sua moglie, l’egiziana Agar. Scatta, però, la tensione tra Agar, incinta, orgogliosa della sua maternità, e Sara, gelosa e umiliata. Agar, maltrattata, fugge nel deserto e si ferma a una sorgente, ove le appare un “angelo” del Signore.
Il racconto della nascita di un figlio ad Abramo dalla schiava Agar, è basato su uno schema che incontreremo altrove nella Bibbia. Appare innanzitutto un “angelo” (anghelos - “messaggero”) che delinea la grandezza del figlio che sta per nascere.
Il nome del bambino è messo in relazione all’intervento di Dio. Il nome “Ismaele” deriva dal verbo ebraico “shama” = “ascoltare” e da “El” - “Dio”. Agar ricorderà così che “Dio ascolta” coloro che si trovano nell’afflizione. Si preannunzia, così, il futuro del bambino, capostipite di un popolo forte e nomade (gli Israeliti) che vivrà nel deserto, in frequente conflitto con i “sedentari”. La tradizione vedrà in Ismaele, il progenitore degli Arabi.
L’annunzio dell’angelo, che nella Bibbia, è l’intermediario tra Dio e l’uomo, viene ambientato presso un pozzo e una località che, forse, erano un santuario noto ai tempi della stesura del racconto. Si cerca, allora di giustificarne il culto e spiegarne il nome “Lacai-Roi”. La spiegazione viene data collegando “Roi” al verbo ebraico “raah, che significa = “vedere”; infatti il culto è associato ad una visione di Dio; gli studiosi infatti ritengono possibile che accanto al pozzo di “Lacai-Roi” sorgesse un santuario. Secondo le indicazioni che dà il testo biblico, questa località si trova nel deserto del Negheb, a sud della Palestina, lungo una delle vie commerciali che portavano in Egitto (”la strada dl Sur”). Ma la promessa di Dio non passa attraverso Ismaele, figlio di Agar. E’ dalla vecchia Sara, che dovrà nascere colui che incarnerà la promessa divina. Abramo, perciò, deve ritornare a credere e a sperare.
(Gen. 17, 1-27)
Questo cap. 17 appartiene alla tradizione Sacerdotale, che di nuovo tratteggia la promessa e l’alleanza divina. “Alleanza”, in ebraico “Berit”, è un concetto teologico molto importante nell’A.T. Questa idea è ripresa dal mondo delle relazioni internazionali. Nell’Antico Oriente esistevano trattati di alleanza che spesso erano “asimmetrici”. I due contraenti infatti non stavano sullo stesso piano: uno era un Gran Re, cioè il sovrano di uno stato potente, l’altro era il signore di un piccolo Stato. La profonda diversità di condizione si trova ancora più fortemente marcata quando l’alleanza è fra Dio e l’uomo.
Dio promette ad Abramo una discendenza e una terra, chiedendo in cambio, attraverso un segno concreto, la fedeltà del patriarca e della sua discendenza. In tutto il cap. 17, per 14 volte (numero simbolico che dice pienezza, totalità, il due volte sette è considerato un numero perfetto), risuona la parola “alleanza”, vocabolo che ricorre 287 volte nella Bibbia.
L’idea di un rapporto di vicinanza e solidarietà tra Dio e l’uomo era già apparso nel cap. 9 della Genesi: là il segno di questo fatto era “l’arcobaleno”. L’idea era riapparsa, come si è visto, nella scena degli animali squartati che abbiamo appena incontrato (Gen. 15, 7-21). Ora è formulata in maniera rigorosa e ripetuta: “Stabilirà la mia alleanza tra me e te...(vv. 2 e 4) Al lungo discorso di Dio (vv. 4-16), fa eco l’adesione di Abramo. Un’adesione non facile, segnata anche dal dubbio, espresso dal “riso” di Abramo, un segno di incredulità che ritroveremo in seguito (v. 17). L’alleanza comprende, da parte di Dio, 1’ impegno di offrire ad Abramo una grande discendenza; e proprio per indicare la svolta che sta avvenendo, Abramo - che finora era stato chiamato “Abram” - riceve il nome nuovo di “Abraham” (“ab”= “padre” e “hamom” - “moltitudine” : “Padre di una moltitudine”. Anche per “Sara” (“principessa”), si ha lo stesso fatto (Sara/Sarai); mutare il nome nell’Antico Oriente significa anche mutare il destino e la vocazione. Nella Bibbia il cambiamento è spesso collegato ad una nuova missione che il Signore affida all’uomo (“Non ti chiamerai più Pietro, ma “Cefa”).
Abramo e Sara, alleati di Dio, inaugurano la grande genealogia di quel popolo in cui Dio rivelerà la sua salvezza a tutto il mondo. Abramo deve rispondere all’alleanza offertagli da Dio con un suo impegno: la circoncisione, descritta come un segno dell’alleanza nei vv. 10-14. La pratica della circoncisione era molto diffusa nell’antichità ed è tuttora praticata in diversi continenti. E’ un’usanza antichissima ed è difficile rintracciarne il significato originario. Ignota al mondo cananeo e mesopotamico, la circoncisione è presente in Egitto, (pare solo per i sacerdoti) ed era forse un rito che segnava il passaggio dalla fanciullezza alla virilità: Ismaele, infatti, è circonciso a 13 anni (Gen. 17,25).
In Israele, però, la circoncisione avveniva l’ottavo giorno e rivestiva un valore religioso, come suggerisce il nostro racconto. Si “recide la carne del prepuzio” del membro del bambino per ricordare che alla radice stessa della vita c’è il segno e il sigillo dell’adesione all’alleanza col Dio della benedizione e della vita.
Per questo la circoncisione è imposta a tutti coloro che fanno parte del popolo ebraico (pena: rifiuto dell’alleanza e la scomunica); l’insistenza con cui si esorta a osservare questa norma riflette il fatto che a comporre questo capitolo è la tradizione Sacerdotale (VI sec. a.C.), cioè persone che vivevano in esilio a Babilonia: la circoncisione doveva, perciò, essere il segno distintivo dell’ebreo in mezzo agli altri popoli.
Il Profeta Geremia (4,4) e il Deuteronomio (10,10), però, richiameranno il significato spirituale di questo gesto parlando della “circoncisione del cuore” e non solo del “prepuzio virile”. Dio ha fatto balenare ad Abramo il grande futuro che attende la sua discendenza attraverso il figlio che nascerà da Sara. Ora vuole dare rilievo anche alla figura dell’altro figlio, Ismaele, nato da Agar; da lui avranno origine dodici principi (i cui nomi appariranno, poi in Gen. 25, 12-18), e una potente Nazione, quella Araba. Anche lui, che ormai ha 13 anni, viene circonciso, proprio per affermare la sua vicinanza al popolo ebraico.
Lo stesso Patriarca, che non è ancora circonciso, essendo di origine mesopotamica, è presentato ora mentre viene circonciso a 99 anni: si apre così la nuova era dell’alleanza con Dio, il cui segni vivo sarà appunto la circoncisione.
(Gen. 18, 1-33)
Passiamo ora a una narrazione di grande suggestione, ambientata sotto le tende del deserto. Sappiamo già che Abramo risiede nella zona di Ebron, presso le querce di Mamre (Gen. 13,18).
E’ su questo sfondo che ora la tradizione Jahwista sviluppa il nostro racconto che tanta eco ha avuto nella storia dell’era cristiana.
L’episodio riflette una concezione diffusa non solo nell’Antico Oriente ma anche nel mondo greco-romano: quella della visita compiuta dalla divinità sotto spoglie umane a un fedele. All’ospitalità premurosa offerta dal credente spesso si accompagnava la promessa di un dono: il figlio sospirato. Si tratta, quindi, di un altro modo per rappresentare il tema della discendenza di Abramo, tema tanto caro al libro della Genesi.
L’ospitalità presso gli antichi orientali era uno dei doveri fondamentali, ma era anche considerata un onore per chi ospitava. Ancora oggi, presso i beduini (nomadi che vivono nel deserto), l’ospitalità è una consuetudine fondamentale. Anche il N.T. raccomanda l’ospitalità (Rom. 12,13) e la Lettera agli Ebrei (13,2) invita a praticare l’ospitalità richiamando proprio l’episodio di Gen.18.
L’episodio dei tre personaggi misteriosi che si profilano davanti alla tenda di Abramo, è stato interpretato liberamente da molti Padri della Chiesa in riferimento al mistero della Trinità. Questo perché nel testo si parla di tre uomini, ma Abramo (v.3) parla rivolgendosi ad uno solo (“Abramo vide tre uomini e ne adorò uno solo”, dice S. Ambrogio). Si è visto qui, un riferimento all’unicità di Dio in tre persone.
La tradizione giudaica, invece, identifica i tre uomini con figure celesti: gli angeli Michele, Gabriele e Raffaele. Il testo, però, così com’è, vuole invece solo raccontare una “teofania” (“manifestazione di Dio”) collegata alla promessa di un figlio fatta ad Abramo, attraverso messaggeri divini; infatti lo stile (Jahwista) è antropomorfico, cioè una raffigurazione di Dio sotto spoglie umane, ciò è confermato dal fatto che Abramo (v.3) si rivolge a loro come se fossero un’unica figura (“Mio signore, non passare oltre senza fermarti”).
La narrazione è inizialmente tutta contrassegnata da sontuosa ospitalità che è offerta da Abramo, secondo i canoni dell’accoglienza cordiale riservata all’ospite in Oriente. Abramo, corre, si affretta, anche Sara si mette in fretta al lavoro e il servo si affretta a macellare il vitello già tenero. Tutta la scena è piena di tensione e di movimento. Focacce, carne, latte acido e fresco sono imbanditi agli ospiti seduti a mensa.
“Tre staia di farina”, “staia” in ebraico “seah” indica una misura di capacità usata per i solidi, che può equivalere a 7 o anche a 12 litri circa. “Il latte” usato era soprattutto quello di pecora o di capri, “fresco”, cioè appena munto, veniva usato come bevanda dissetante. Il latte veniva anche conservato in otri, dove inacidiva rapidamente, ma era comunque bevuto volentieri dai nomadi per rinfrescarsi.
Abramo - che all’inizio del racconto era seduto - ora è in piedi, in atteggiamento di servizio. Durante il pranzo i tre personaggi prendono l’iniziativa di spiegare la loro presenza. La conversazione ruota attorno alla promessa di un figlio.
Abramo ormai vecchio e Sara in menopausa, e senza rapporti sessuali col marito, rimangono scettici di fronte a quell’annunzio così circostanziato (“tra un anno Sara avrà un figlio”). Sara che, come donna, non è ammessa al dialogo e al banchetto ma sta all’ingresso della tenda, pronta al servizio; all’udire quelle parole “ride”. A questo punto si profila in quegli uomini il volto del Signore che interpella la donna sulla sua incredulità: “C’è forse qualche cosa che sia impossibile per il Signore?” (v.14). Si assiste, allora, a una schermaglia tra il Signore e Sara proprio attorno a quel riso che esprimeva il dubbio umano. Ritorna, quindi, il simbolo del “ridere” incredulo, che avevamo già incontrato nel capitolo precedente, là messo sulle labbra di Abramo (17,17). Tutto questo prepara il significato che si attribuirà al nome “Isacco” (verbo ebraico “Sahaq” - “ridere”), il figlio che alla fine nascerà a Sara e ad Abramo; come vedremo, quel nome sarà interpretato come “un sorriso del Signore” (Gen. 21,6).
Ora è il momento del congedo. Abramo accompagna i tre ospiti fin verso il Mar Morto e da un monte mostra loro il panorama di Sodoma, la regione prospera ove risiede anche suo nipote Lot, dopo la sua separazione dal clan di Abramo (descritta in Gen. 13). E’ qui che la scena si carica improvvisamente di tensione e di paura. Il Signore, che si cela in quei tre uomini, decide di rivelare al suo fedele Abramo ciò che egli sta per compiere nei confronti degli abitanti malvagi e corrotti di quella regione.
Dalle città di Sodoma e Gomorra sale a Dio come un grido di peccato e di ingiustizia. Con un’immagine umana si presenta allora il Signore in ispezione: egli la compie attraverso i tre personaggi che Abramo aveva appena ospitato.
Ma il patriarca, consapevole della tragedia imminente, apre una specie di trattativa con Dio per allontanare il rigore della sua giustizia. Alla base di questa discussione sta un interrogativo preciso: davanti a Dio ha maggiore peso la cattiveria di molti o la bontà di pochi? Dio è pronto a dare più importanza al bene, anche se minoritario, perché il suo amore è superiore alla giustizia, come spesso si dirà nella Bibbia.
Abramo ha, quindi, fiducia in Dio e nell’uomo. Purtroppo, però, la storia umana si rivela come un tessuto continuo di male e di peccato. Abramo si presenta ora come l’intercessore, che cerca di sollecitare l’amore e la misericordia del Signore.
In questo cap. 18 della Genesi, ci viene presentato Abramo che si appella alla giustizia di Dio intercedendo per Sodoma e Gomorra. Le grandi figure religiose di Israele sono spesso presentate nella Bibbia come intercessori: Mosè intercede per il suo popolo (Esodo 32, 30-35; Numeri 14, 13-20; 16, 20-22) e così Samuele (1 Sam. 7,5; 12, 18-19). Quando si vuole affermare che una decisione di Dio è irrevocabile, si dice: “Anche se si presentassero Mosè e Samuele al mio cospetto, non avrei cuore per questo popolo” (Geremia 15,1).
Abramo intercede a favore di queste città con profonda umiltà: “io che sono polvere e cenere”; questi due elementi (polvere e cenere) nell’A.T. sono un segno di pentimento e penitenza (Giobbe 42,6; Giona 3,6). Abramo esprime così la sua indegnità di creatura di fronte al suo Signore. Il dialogo tra Dio e Abramo è tutto ritmato, da un lato, sul progressivo assottigliarsi dei giusti proposti, per fermare il giudizio divino su Sodoma e Gomorra (50 - 45 - 40 - 30 - 20 - fino a 10 giusti).
Nella concezione degli antichi il numero 10 indica il più piccolo dei gruppi. Se sono meno di 10, i giusti saranno salvati singolarmente. Nella tradizione giudaica “dieci” è il numero minimo di uomini richiesto per poter celebrare la preghiera liturgica.
D’altro lato, invece, si marca il progressivo ardire di Abramo: “ Vedi come ardisco parlare... Non si adiri il mio Signore... Il mio Signore non voglia irritarsi...”.
(Gen. 19, 1-38)
La discussione tra il Signore e Abramo resta sospesa nel finale. Si dice solo che i due, concluso il dialogo, si separano. Fallita la mediazione di Abramo perché in Sodoma, non si trova nemmeno quel numero minimo di 10 giusti, capaci di bloccare la giustizia divina nei confronti dell’enorme massa dei peccatori, è ora il tempo del giudizio di Dio.
L’obiettivo del narratore biblico si sposta allora nella città di Sodoma, che la tradizione ha collocato sulla costa sud-occidentale del Mar Morto. I personaggi che giungono quella sera a Sodoma, davanti alla casa di Lot, divenuto ormai un cittadino e non più nomade, sono ora “due angeli”. Si intuisce, così il valore di quei tre uomini, che erano prima entrati nella tenda di Abramo: essi rappresentano in entrambi i casi, i messaggeri di Sion.
L’ospitalità che Abramo aveva offerto loro è ora ribadita con insistenza anche da Lot. Ma ben presto si scatena la tragedia della violenza. Una folla di cittadini di Sodoma si accalca alla porta della casa di Lot, accecati dal vizio, dall’eccitazione, dalla cattiveria, essi vorrebbero avere rapporti sessuali con gli ospiti appena accolti.
L’orrore che l’autore biblico prova di fronte a questa scena non è prima di tutto causato dalla richiesta sessuale, quanto piuttosto dalla violazione della legge sacra fondamentale del vivere civile: quella dell’ospitalità; tant’è vero che Lot è pronto persino a cedere le sue due figlie alle voglie di questi bruti, pur di non mancare a quel primo dovere sociale.
Non è da escludere, però, un altro riferimento; la tradizione ha pensato che l’autore biblico, vuole condannare in questo modo i culti idolatrici dei Cananei che comprendevano l’omosessualità sacra. (Per questo sono sorti i termini: “sodomia” e “sodomiti”).Attraverso il sacerdote o la sacerdotessa (chiamati dalla Bibbia “prostitute” e “prostituti”), ci si illudeva, intatti, di entrare in comunione con la divinità per ottenere la fecondità e la fertilità
.A questo punto, però, dopo l’iniquità dimostrata dai Sodomiti, subentra il giudizio divino. La folla assetata viene colpita “con un abbaglio accecante”; la luce è simbolo di Dio; essa illumina il giusto e acceca l’empio. In quella cecità momentanea degli abitanti di Sodoma, si anticipa la potenza del giudizio che tra poco si scatenerà con un cataclisma dalle proporzioni gigantesche. Ad esso si sottrarrà solo il giusto Lot e la sua famiglia. La seconda lettera di Pietro 2, 6-8 così interpreta questo episodio di Sodoma e Gomorra: “Dio condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente. Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto, infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie”
Come Noè, anche Lot è salvato dal giudizio divino che ora viene attuato non attraverso l’irruzione delle acque, ma con il fuoco. Infatti, come il diluvio rifletteva la situazione geografica della Mesopotamia, così il cataclisma che distrugge ora le due città peccatrici riflette la particolare situazione geografica della zona attorno al Mar Morto, bruciata dal sole e segnata da antichi sconvolgimenti tellurici che l’autore cerca così di spiegare: quell’orizzonte inospitale, che ancora oggi impressiona il visitatore, è visto come il risultato del giudizio divino sui peccatori di Sodoma.
Lot per la sua generosa ospitalità, e per il suo legame con Abramo, è salvato e riesce a ottenere di rimanere nei pressi della regione in cui era vissuto: cerca una “piccola città” di nome “Zoar”, ove riparare (si spiega, così, il nome di quel centro che può essere riportato a un verbo ebraico: “so’ar” che significa “essere piccolo”).
Una pioggia di zolfo e fuoco, che pare alludere a una eruzione vulcanica, distrugge città e abitanti
L’invito a non voltarsi indietro è comune in molti racconti antichi. L’idea è probabilmente quella che l’uomo non può vedere la divinità mentre essa sta operando. Nelle parole di Gesù l’esempio della moglie di Lot ritorna per invitare gli uomini a non voltarsi indietro attardandosi e distraendosi nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà (Lc. 17, 28-32).
Gli studiosi affermano che il racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra presenta alcuni elementi “eziologici”, si cercherebbe, cioè, di spiegare la “causa” di fenomeni naturali che si verificano abitualmente. Il v. 26 si richiama probabilmente a ciò che si può vedere spesso sulla sponda del Mar Morto, cioè le formazioni di roccia salina dal profilo umano simile a una persona. Così i vv. 24-25 descrivono la causa dell’aridità della valle del Mar Morto. Difatti della famiglia di Lot, l’unica a non salvarsi è la moglie che, attardandosi e distratta, diventa una “colonna di sale”. E’ facile vedere in questo episodio, non raro nell’antichità, il tentativo di spiegare un promontorio o una incrostazione salina sulla riva del Mar Morto, che aveva apparentemente il profilo di una donna. Ancor oggi sulla strada che conduce alla moderna Sodoma (396 m. sotto il livello del mare), si incontra una colonna di sale detta “la moglie di Lot”.
Un silenzio di morte occupa la scena: Abramo, spettatore di questo panorama raccapricciante, vede solo il fumo che sale al cielo dalle rovine delle due città distrutte. A questo punto l’attenzione si sposta su Lot e sulla storia della sua famiglia riparata a Zoar. Le due figlie, che vivono in solitudine, sono atterrite dall’idea di restare senza una discendenza che continui nel futuro il nome della famiglia. Ricorrono, allora, a un espediente sconvolgente: ubriacato il padre Lot, lo costringono, tra i fumi dell’alcool ad avere un rapporto sessuale con loro. Rimaste incinte danno alla luce due bambini: il primo è chiamato “Moab” (“ab”-“padre”) e il secondo “Ammon” (“Ben-‘ammì”= figlio del mio popolo”). E’ chiara la finalità di questo racconto proprio a partire dai due nomi. Si tratta, infatti, degli antenati di due popoli: i Moabiti e gli Ammoniti, popolazioni confinanti con Israele, che abitavano a ovest del Giordano.
L’autore biblico fa risalire l’origine dei due popoli a un atto incestuoso (l’incesto era considerato un atto molto grave e infamante. Tale è ritenuto anche da Paolo che, in Cor. 5, rimprovera la comunità cristiana di quella città perché tollera che uno dei suoi membri “conviveva con la moglie di suo padre”). Si manifesta così il disprezzo nei confronti di questi due popoli. Questo può anche essere spiegato nel quadro delle relazioni spesso conflittuali e ostili che Israele ebbe lungo la sua storia con quei popoli. Pertanto il testo biblico presenta dunque l’origine di queste due Nazioni come impure, essendo causata da un incesto.
Il racconto, però, contiene in se un altro aspetto significativo. Nella storia dell’Antico Oriente la discendenza era fondamentale non solo perché assicurava la continuità di una famiglia e di una stirpe, ma anche perché permetteva di sopravvivere oltre la morte nel sangue e nel ricordo dei figli e dei posteri. Il destino ultraterreno era, infatti, ancora incerto e confuso nella fede ebraica antica. Si spiega, così, il folle desiderio delle due figlie di Lot di avere un figlio per “far sussistere una discendenza dal loro padre”.
(Gen. 20, 1-18)
Abramo in questo racconto si rivela come un seminomade: a una residenza in cui soggiorna più a lungo (le querce di Mamre), alterna trasferimenti verso altri centri, soprattutto quando incombe il rischio della carestia. Ora lo vediamo in movimento verso il deserto meridionale, il Negheb, alla volta di una città cananea “Gerar” tra Kades e Sur. Kades si trova all’estremo sud di questo deserto nei pressi di una sorgente; questa località è una tappa importante nella storia dell’Esodo (Es. 17, 1-17; Numeri 11, 1-13). Sur, indica la parte desertica settentrionale della penisola del Sinai. La localizzazione di Gerar, non è certa, ma si pensa che si trovasse a qualche chilometro a sud dell’attuale città di Gaza.
Si ripete per certi versi ciò che abbiamo già visto accadere nel cap. 12 (vv. 10-20), quando Abramo era sceso in Egitto: secondo alcuni studiosi si tratterebbe dello stesso episodio riferito da diverse tradizioni con varianti (ora, sarebbe, la tradizione Elohista, già incontrata nel cap. 15).
Il Patriarca per accattivarsi la benevolenza del re locale, Abimelech, presenta Sara come sua sorella. Effettivamente era possibile, secondo un’antica usanza, adottare la moglie come sorella per ragioni ereditarie.
Dio minaccia il Re per il peccato di aver preso la moglie del suo prossimo (IX comandamento). Il sovrano reagisce opponendo la sua buona fede e proclama la rettitudine del suo operato. Dio riconosce “la semplicità” di cuore (cioè la retta intenzione) e l’innocenza delle mani di Abimelech, lo invita a restituire la moglie al suo legittimo marito, il quale è definito come un “profeta”, nel senso di colui che intercede per un altro.
Abbiamo già avuto occasione di vedere in Gen. 15, 1-6 che Abramo è tratteggiato secondo i lineamenti di un profeta. Nella veste di messaggero di Dio, il patriarca può intercedere per il re. Il giorno dopo Abimelech convoca Abramo sottoponendolo a un serrato interrogatorio per cercare le ragioni del suo comportamento. E’ curioso notare che nel racconto il pagano Abimelech rivela un suo rigore morale, ed è destinatario di una rivelazione divina (tipico della tradizione sacerdotale) ed è raffigurato come dotato di grande generosità . Abramo. invece, è dominato dalla paura, ed è preoccupato della sua incolumità e ricorre a una spiegazione un po’ artificiosa per giustificarsi, dichiarando Sara, sorella solo per parte di padre. Così Abramo ottiene una ricca donazione dal re Abimelech, a cui è unita una grossa cifra di risarcimento dell’onore di Sara.
Le antiche leggi orientali consideravano la donna, come una proprietà del padre, finché essa era nella casa paterna, e poi proprietà del marito, che l’acquistava dal padre versando il prezzo della dote. Nel caso che una giovane venisse sedotta da un uomo che si rifiutava, però, di sposarla, la famiglia della giovane, aveva diritto a un risarcimento in denaro.
Accadeva comunque che personaggi potenti prendessero per sé delle donne senza rispettare la norma giuridica: il caso biblico più emblematico è quello di Davide nei confronti di Betsabea (2 Sam11). Ma l’atto era sentito come una prepotenza e un’ingiustizia. Questo era il timore che aveva Abramo e che ritroveremo nella storia simile di Isaia e Rebecca in Gen. 26.
Abimelech, qui paga un “risarcimento” ad Abramo (“pur senza averla toccata” (v.6), e questo conferma la sua intenzione di agire rettamente in quell’occasione. A questo punto il narratore ci fa scorgere un’ulteriore particolare finora non apparso all’interno del racconto: Dio aveva punito Abimelech, per la sua colpa inconsapevole con la piaga della sterilità nelle donne della sua famiglia. Abramo, il “profeta” intercede presso Dio e la condanna viene abolita.
(Gen. 21, 1-21)
Il testo del cap. 21 ha una grande svolta: la promessa divina della discendenza si adempie. Sara è “visitata” dal Signore della vita, che dona a lei sterile e a suo marito vecchio, un figlio: Isacco, che - secondo l’impegno dell’alleanza con Dio (17,12) - viene circonciso l’ottavo giorno. Si spiega così il nome imposto al bambino, Isacco, giocando sull’assonanza col verbo ebraico “sahaq”, che indica il riso, l’allegria, la danza.
Al ridere incredulo di Sara e di Abramo (17,17; 18,12-15) si sostituisce ora il “riso di Jahwè”, cioè Isacco, espressione del “sorriso” del Signore che ha mantenuto e attuato la sua promessa. La scena si popola allora di grida di gioia, di risate allegre, di festa, proprio come avveniva all’interno delle tribù e delle famiglie quando nasceva l’erede del capotribù.
Questo brano rappresenta, perciò, un punto d’arrivo, dopo una lunga storia della sterilità e della promessa . Ma, come vedremo tra poco, non è un punto definitivo. La fede comprende ancora una tappa oscura e ardua.
Il cap. 21 della Genesi, ci presenta la contrapposizione tra i due figli di Abramo: la scelta privilegerà Isacco. Questo tema si ritrova nel pensiero di S. Paolo: “E’ stato scritto, infatti, che Abramo ebbe due figli... Ma quello avuto dalla schiava è nato secondo la carne, mentre quello avuto dalla donna libera è nato in virtù della promessa” (Gal. 4, 22-23; Rom. 9, 7-9). Complementare a questa è la contrapposizione tra Sara e Agar (Gal. 4,24). Esse sono interpretate liberamente dall’apostolo come simbolo delle due alleanze: quella del Sinai e quella nuova in Cristo.
Isacco cresce e giunge all’età dello svezzamento; in Oriente il tempo dell’allattamento era abbastanza lungo: poteva prolungarsi anche per due o tre anni. Al termine di questo periodo il padre organizzava una festa, con un grande banchetto. Lo svezzamento, infatti, data l’alta percentuale di mortalità infantile, era un momento di grande gioia per la famiglia e per tutto il clan. Pertanto la festa comprendeva anche un sacrificio di ringraziamento alla divinità che aveva protetto la famiglia, consentendole di avere un figlio sano.
Entra in scena, a questo punto, Ismaele, l’altro figlio di Abramo e Agar (la moglie- schiava) di Abramo. Sara esige l’allontanamento di entrambi; una richiesta che addolora Abramo, ma Dio avalla questa scelta: anche Ismaele avrà un futuro glorioso, ma l’erede della promessa divina è solo Isacco, anche se minore rispetto all’altro.
Nel deserto Agar vaga col suo bambino, ma stando alla trama della Genesi, dovrebbe essere un giovane (in 17,25: già 13 anni). Disperata, Agar, abbandona suo figlio sotto un arbusto e si allontana per non vederlo morire di sete. Ma Dio ascolta la voce dei piccoli e dei soffrenti ed entra in scena con tenerezza. Invita la donna a “non temere”, e li indirizza verso un pozzo nel deserto. La tensione è finita, il ragazzo e la madre sono salvi. Comincia ora per Agar e Ismaele, la vita nomadica pura. Nel deserto meridionale che conduce alla penisola del Sinai, il Paran, Ismaele cresce vigoroso e battagliero: in mano ha l’arco col quale va a caccia e col quale si difende. Ancora una volta in Ismaele si vede l’antenato degli uomini del deserto; il suo matrimonio con una connazionale di sua madre, un’egiziana, mostra che egli si inserisce in un’altra linea rispetto a quella di Israele.
Nella tradizione musulmana, Ismaele, ha una funzione di primo piano, come antenato delle tribù arabe. Nella letteratura successiva nel Corano, si parla della cacciata di Agar e Ismaele, come di un fatto provvidenziale, voluto da Dio. Infatti Agar e Ismaele sono mandati nel deserto arabico e arrivano alla Mecca dove si stabiliscono. Abramo, in seguito, provando nostalgia per il figlio, si reca spesso a trovarlo e alla sua ultima visita, costruisce insieme con Ismaele, la “Ka’ba”, il luogo di culto centrale del Dio unico: Allah. Per il Corano , poi , il racconto del sacrificio del figlio (Gen. 23) non ha come protagonista Isacco, ma Ismaele. A lui Abramo comunica la decisione di Dio, e Ismaele si sottomette completamente ad essa da perfetto “muslin” (in arabo “sottomesso”). Questa parola caratterizza il credente nell’Islam e da essa deriva il nostro termine “musulmano”.
(Gen. 21, 22-34)
Ora ritorna in scena Abimelech, il re di Gerar, che abbiamo già incontrato nel cap. 20. Il diritto di uso dei pozzi era vitale per i nomadi e i loro greggi: facili erano, perciò, le tensioni a questo riguardo tra i pastori. Il nostro testo registra appunto conflitti tra i servi di Abimelech e quelli di Abramo. E’ necessario risolvere la questione con un’intesa che viene solennemente stipulata. Il segno dell’accordo raggiunto è rappresentato da 7 agnelle, una specie di risarcimento simbolico per affermare la priorità di Abramo su quel pozzo. Abimelech accetta il dono, unitamente a pecore e buoi; si fa un atto solenne di giuramento e il re si ritira col capo Picol (un hurrita) del suo esercito nel suo territorio, la regione dei Filistei. Abramo presso questo pozzo piantò una tamerice (che indica possesso) e invocò il nome del Signore eterno (“Elohim”), cioè fece un atto di culto.
Il nome “Bersabea” (in ebraico: “beer” - “pozzo” e “shebaa”) può rimandare sia alla parola ebraica “sette”, sia a quella che indica “giuramento” = “pozzo delle sette agnelle” o “pozzo del giuramento” tra Abramo e Abimelech. Si vuole cioè cercare una spiegazione a un importante centro carovaniero che ospitava un santuario caro a Israele e alle sue antiche memorie, quello di Bersabea (ora diventato nome importante di una città d’Israele).
(Gen. 22, 1-14)
La prova a cui Dio sottopone Abramo, in questo racconto, è attribuito da molti studiosi alla tradizione Elohista (IX - VIII sec. a.C.) già incontrata nel cap. 15 della Genesi.
L’episodio ha come punto di partenza quell’ordine implacabile, marcato proprio sull’affetto che lega Abramo al figlio: “Prendi tuo figlio, il tuo diletto che ami, Isacco e... offrilo in olocausto” (v. 2).
Poi scende il silenzio. Abramo, come era partito da Ur e da Carran senza opporre obiezione, s’incammina col figlio, con due servi, con un asino e il carico della legna per l’olocausto, cioè per il sacrificio che nel fuoco avrebbe arso quel figlio che pure Dio gli aveva promesso e donato.
La prova a cui Dio sottopone Abramo è terribile. Egli deve scegliere tra l’amore per l’unico figlio che ha, e il dovere dell’obbedienza a Dio che gli comanda di immolarlo. Tuttavia la prova, come la tentazione, non è mai superiore alle forze dell’uomo (1 Cor. 10,13: “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze”). La lettera agli Ebrei 11, 7 porrà in risalto la fede di Abramo nella prova: “Per la fede Abramo ha offerto Isacco, quando fu provato”; mentre la lettera di Giacomo 2 ,21 sottolineerà nell’atto di Abramo il ruolo delle opere nella salvezza dell’uomo: “Abramo nostro padre non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare?”.
“Prendi tuo figlio...e offrilo in olocausto...”
Presso gli antichi i cosiddetti “riti di fondazione” di una città prevedevano anche i sacrifici umani, soprattutto di bambini, per propiziare la divinità. Al tempo dei Giudici, anche Israele, ha praticato, seppure eccezionalmente questi sacrifici (Giudici 11 narra il sacrificio della figlia del giudice Iefte). In seguito pure Acaz e Manasse offriranno in sacrificio i loro figli (2 Re 16, 3; 21,6). Probabilmente il racconto di Genesi 22 aveva in origine il significato di una protesta contro questi riti, che i profeti condanneranno (Geremia 7,31).
“Va’ nel territorio di Mòria...”
In 2 Cronache 3, 1 il luogo in cui Abramo fa la sua offerta (il monte Mòria) viene identificato con il monte Sion, sul quale fu costruito il tempio di Gerusalemme. Proprio lì, fu in seguito innalzata dai musulmani la moschea detta di Omar, che racchiude la roccia ritenuta il luogo del sacrificio di Abramo. Difatti secondo il Corano è Ismaele e non Isacco, il figlio che Abramo immolò. La radice ebraica del termine “Mòria” può significare sia “provvedere” (“il Signore provvede”), sia “apparire” (“sul monte il Signore appare”). Il testo biblico allude a entrambi i significati.
Il viaggio drammatico dura tre giorni sempre accompagnato dal silenzio. Solo quando si è ai piedi del monte “nel territorio di Mòria” Abramo e Isacco stanno salendo le pendici, quel silenzio irreale è squarciato dal figlio che, con straziante ingenuità, intesse un dialogo col padre, e dove Dio appare crudele e incomprensibile.
I padri della Chiesa videro in Isacco che porta la legna, il tipo di Cristo che porta la croce. Giunti ormai al vertice del dramma, sarà un ariete a essere sacrificato; e non sono mancati gli studiosi che hanno visto, in questa sostituzione, la giustificazione dell’uso di sacrificare un animale invece di un figlio, correggendo e superando così il rito originario.
Allora l’angelo del Signore rinnova la promessa ad Abramo di una discendenza immensa come le stelle e la sabbia delle spiagge, segno fra tutti i popoli che ad essa faranno riferimento per ottenere loro stessi benedizione. Abramo ora ritorna verso la sua regione a Bersabea, il luogo del “pozzo delle sette agnelle e del giuramento”. Il racconto si conclude con un’appendice genealogica riguardante il fratello di Abramo, Nacor.
I nomi sono di tribù o città di cui i rapporti con Israele spiegano la presenza: Uz, Buz e Azo sono situate entro i confini del deserto Sirio-aramaico; Tebach, Tacas e Moaca, sono nomi di luoghi nella regione ad oriente del Libano; gli altri noti sono sconosciuti. Nella lista dei discendenti ci incontriamo con Rebecca, nipote di Nacor, tra poco essa apparirà quasi da protagonista nella storia di Isacco.
(Gen. 23, 1-20)
A 127 anni, secondo i numeri che esaltano la longevità dei Patriarchi, Sara muore e Abramo è davanti alla salma di sua moglie a cui deve tributare le onoranze funebri.
Nell’antico mondo orientale le onoranze funebri comportavano un particolare rituale. Oltre al pianto e ai lamenti, i segni del lutto erano: strapparsi il vestito, cingere il sacco o altri abiti da lutto, spargere polvere o cenere sul capo, camminare scalzi, portare i capelli sciolti, astenersi dall’uso dei profumi. La sepoltura avveniva nello stesso giorno della morte, a motivo del clima torrido dei paesi orientali. Il contatto con un morto rendeva la persona “impura” (cioè non idonea al culto), soprattutto i sacerdoti (Lev. 21, 1-4). L’uso pagano di deporre nelle tombe cibi e oggetti preziosi, cari al defunto, esprimeva una concezione dell’oltretomba che comportava la credenza di una qualche forma di vita dopo la morte.
Ma soprattutto era necessario acquistare la grotta per la sepoltura: il sepolcro, infatti, era fondamentale nella visione dell’oltrevita orientale, perché esso veniva considerato come l’ingresso al soggiorno definitivo del defunto con i suoi antenati e familiari. La privazione della sepoltura era, perciò, la peggiore sventura, perché costringeva il defunto a non avere pace, vagando lontano dal luogo in cui i padri e i familiari si sarebbero ritrovati per sempre. La concezione antica di Israele riguardante l’aldilà era affidata a una sopravvivenza un po’ spettrale (ombra con sembianza di persona morta) all’interno di una regione sotterranea chiamata “Sheòl”.Solo successivamente emergerà una visione più alta e luminosa di una oltrevita in gioiosa comunione con Dio. Abramo, pur abitando a Ebron (detta anche Kiriat-Arba “città dei quattro”, forse menzione di quattro divinità)e pur con la promessa divina di una terra, non possiede neppure una grotta da sepoltura. Si apre, allora, una trattativa tra lui e un venditore di tombe, Efron l’hittita (gli Hittiti, antica popolazione dell’Asia minore di origine indoeuropea, costruirono un grande impero che, tra il 1400 e il 1300 a.C., fu una delle potenze orientali egemoni; nel nostro testo però, è probabile che il termine indichi generalmente popolazioni indigene che abitavano la terra di Canaan.). Questo Efron era uno straniero stanziato in Canaan.
Il contratto, come accade ancora oggi tra i beduini, è stipulato in mezzo a complimenti e gentilezze, quasi fosse una donazione e non un acquisto. Il prezzo viene fissato, tra una gentilezza e l’altra, a 400 sicli d’argento (le unità di moneta anticamente indicavano pesi di metalli pregiati: il “siclo” che ancora oggi dà il nome alla moneta israeliana: “sheqel” forse corrispondeva a 11grammi e mezzo circa).
La frase “di moneta corrente sul mercato” indica che, a seconda delle regioni, erano i mercanti a stabilire di luogo in luogo il peso e il valore dell’argento.
Secondo l’uso dell’antico Oriente “la porta della città” era il luogo degli incontri e degli affari, dei contratti e dell’amministrazione della giustizia. Era anche il luogo di raduno delle persone autorevoli, chiamate appunto “coloro che entrano per la porta della città”. In genere le antiche città erano costruite a ridosso delle mura e lo spazio più ampio si trovava accanto alla porta che permetteva l’accesso e l’uscita della città: “tutti coloro che entravano per la porta della città”, poteva significare anche coloro che fungevano da testimoni e garantivano la legalità dei contratti. Alla fine della lunga contrattazione con Efron, l’hittita, Abramo accetta il prezzo, “mentre lo ascoltavano gli Hittiti”, quindi, il suo impegno ha valore giuridico. Abramo può così seppellire Sara nella grotta di Macpela, situata nel campo acquistato da Efro l’hittita. Qui poi verranno sepolti i patriarchi e le loro mogli, tranne Rachele; qui verrà nel VII sec. d.C. innalzata una monumentale moschea, parzialmente adattata a sinagoga nel 1967, riconoscendosi musulmani e ebrei come discendenti della stessa famiglia di Abramo.
(Gen. 24, 1-62)
Si apre davanti al lettore il più lungo racconto della Genesi, quello delle trattative per trovare una moglie a Isacco. Abramo vuole che il matrimonio sia “endogamico” (cioè dello stesso clan, o gruppo sociale), per mantenere la purezza della propria razza e della propria tradizione, per evitare ogni contatto con i Cananei, dediti al culto degli idoli. Si rivolge, quindi, al suo servo più fidato, forse quell’Eliezer di Damasco a cui aveva pensato di lasciare tutto in eredità quando temeva di morire senza figli (Gen. 15,2).
Abramo costringe il servo a un giuramento solenne: “mettere la mano sotto il femore” (v.2), che è un modo riservato per indicare un solenne giuramento compiuto sul sesso di Abramo, radice della vita e della fecondità, doni fondamentali offerti da Dio. Il servo così giura su quanto vi è di più sacro, e parte verso il paese e la parentela di Abramo, per convincere, senza costrizioni, una donna di quella famiglia a seguirlo per diventare la sposa di Isacco. Sarà Dio stesso col suo angelo (l’intervento di Dio è spesso mediato dall’angelo (“messaggero”, “inviato”). Il significato della presenza angelica è quella di esprimere la trascendenza di Dio, cioè il suo mistero: quanto più Dio era ritenuto distante dalla terra, tanto più si sentiva la necessità di introdurre dei mediatori tra Lui e le creature. Gli israeliti, poi, come tutti gli antichi popoli orientali, immaginavano Dio come un re seduto sul trono e attorniato da migliaia di esseri “esecutori dei suoi comandi” (Salmo 103,20). L’espressione “l’angelo del Signore”, molto frequente nella Bibbia, è un modo rispettoso di parlare di Dio senza pronunciare il nome Jahwè: l’ ”angelo del Signore” è allora Dio stesso. A guidarlo sarà Dio stesso perché possa portare a buon fine la sua missione; il servo parte con una carovana di dieci cammelli (che indicano la grande prosperità di cui godevano i patriarchi ma è anche segno nella mentalità antica della benedizione di Dio stesso), e doni preziosi per la città di Nacor, il fratello di Abramo. Là il servo giunge in una sera, quando, attorno al pozzo cittadino s’accalcano le donne ad attingere acqua.
“Incontrarsi e conversare, contrattare e disputare presso un pozzo”, costituivano un quadretto di vita abituale nel mondo orientale. La Bibbia ama parlarne spesso (Gen. 24, 11-20; 29, 2-14; Es. 2,16; 1 Sam. 9, 11; Gv. 4,7). Lo scavo di un pozzo era motivo di grande gioia (Gen. 26,33), mentre l’otturazione costituiva un atto di ostilità (Gen. 26,15; 2 Re 3,19).
Anche per il suo simbolismo di fecondità e di vita, il pozzo era considerato il luogo ideale presso il quale combinare un matrimonio. E’ qui che il servo eleva al cielo la prima delle molte preghiere che punteggeranno la lunga narrazione delle nozze di Isacco. Esse hanno lo scopo di far risaltare che la donna destinata a diventare la moglie di Isacco è anch’essa partecipe del disegno e della promessa divina.
Il servo chiede al Signore un segno che attesti la scelta divina: un segno di generosità e di gentilezza della futura sposa. Ed ecco apparire in scena, Rebecca, pronipote di Abramo, essendo figlia di suo fratello Nacor.
Il narratore sembra creare attorno a lei un alone di luce e un’atmosfera di silenzio: “era assai avvenente di aspetto” e “non aveva conosciuto alcun uomo”, (il verbo “conoscere” è usato nella Bibbia per indicare anche i rapporti sessuali). La verginità della sposa nell’antichità era vista più come un bene familiare, che come persona in senso pieno. Intanto il servo la contemplava in silenzio, in attesa di vedere attuata in pienezza la sua preghiera. E’ a questo punto che estrae i suoi doni, un anello da naso (l’uso di un anello alle narici è ancora in vigore presso le donne delle tribù beduine del deserto) di quasi 6 grammi d’oro (mezzo siclo) e braccialetti del peso di oltre un etto d’oro (dieci sicli d’oro).Il dialogo che si intesse tra i due, rivela l’identità della donna: Rebecca, figlia di Betuel, figlio di Nacor, fratello di Abramo. Dopo un lungo periodo di sterilità, da Rebecca nasceranno i gemelli: Esaù e Giacobbe. Favorirà quest’ultimo, facendogli ottenere con l’inganno il diritto alla primogenitura (Gen. 27, 1-29). Come moglie di un patriarca è portatrice della benedizione divina. Per questo, Rebecca, alla fine dei suoi giorni verrà seppellita nella tomba di Macpela in terra di Canaan, accanto ad Abramo e Isacco.
Rebecca ha un fratello, Labano, che invita in casa il servo di Abramo, e interviene nelle trattative del matrimonio (combinare il matrimonio è conforme ai costumi del tempo), della sorella, fungendo da capofamiglia. Egli si comporta da padrone di casa, nonostante sia ancora in vita suo padre Betuel: si è pensato che qui si faccia riferimento alla prassi del “fratriarcato”, cioè al predominio del fratello maggiore nei confronti delle sorelle ancora nubili. Labano avrà lo stesso ruolo nel matrimonio delle figlie Rachele e Lia, che diventeranno le mogli di Giacobbe.
Rebecca, quindi, offre ospitalità per la notte al servo di Abramo. Ora costui, avendo avuto conferma della generosità e dell’ospitalità di Rebecca, può tirare un sospiro di sollievo: ha raggiunto lo scopo della sua missione. La sua nuova preghiera è appunto una benedizione di ringraziamento al Dio di Abramo che guida i suoi fedeli.
La scena ora si sposta alla casa di Rebecca, dove giunge tutta orgogliosa dell’anello e dei bracciali e ne parla al fratello Labano, che si reca al pozzo ove il servo di Abramo è in attesa; con cortesia Labano lo invita a essere ospite con tutta la sua carovana nella sua casa. Subito compie il gesto della lavanda dei piedi, un atto di grande venerazione e servizio nei confronti dell’ospite: segno di umiltà e dedizione. Inizia poi la grande cena dell’accoglienza. Ma il servo di Abramo non vuole entrare nell’atmosfera festosa di quella casa senza aver prima risolto la questione centrale del suo viaggio. Egli, infatti, svela subito la sua identità di “servo di Abramo” e dipinge l’evento clamoroso e gioioso della nascita, allo zio di Labano e alla moglie Sara, di un figlio in tarda età; così racconta l’intera storia della sua missione: egli è venuto nel luogo ove risiede la famiglia d’origine di Abramo per trovare la moglie al suo figlio Isacco, all’interno della propria tribù. Il servo descrive la gravità del suo incarico, i rischi e il solenne giuramento a cui è vincolato. Esso si trasformerebbe in maledizione per lui, qualora non fosse osservato nell’impegno che comporta. Il servo di Abramo, inoltre ricostruisce in modo pittoresco davanti ai suoi interlocutori la scena da lui appena vissuta al pozzo, con la preghiera, l’apparizione di Rebecca, la sua generosità e la scoperta della sua identità.
La domanda del servo di Abramo è alla fine precisa: verrà concessa o no una sposa a Isacco da parte del suo clan d’origine? Ora a rispondere sono in due, Labano e Betuel; ma per le regole di quel “fratriarcato”, è probabile che Betuel sia stato introdotto qui, successivamente. La loro è una dichiarazione religiosa che vede negli eventi appena accaduti un esplicito segno divino. Se “la cosa procede dal Signore noi non possiamo opporre nessuna reazione ne in male ne in bene”. Rebecca è, quindi, concessa ufficialmente in moglie a Isacco.
Nell’ambito della famiglia patriarcale il matrimonio nasceva attorno a una meticolosa contrattazione, che il padre dello sposo conduceva nella casa della futura sposa. Il contratto di matrimonio comprendeva la decisione da parte del capofamiglia, la consegna di un prezzo o di una dote ai genitori della futura sposa, l’offerta di regali, la richiesta della volontà di matrimonio della ragazza. La fase della contrattazione corrispondeva al nostro fidanzamento. Ma già in questa fase la donna era considerata “moglie”, anche se sarebbe entrata nella casa del marito in un secondo momento, generalmente circa un anno dopo. La donna sposata diventava“proprietà” del marito, considerato il “ba’al” cioè “padrone”. Evidentemente non dobbiamo giudicare secondo la nostra sensibilità, nè interrogarci sulla libertà di scelta della donna, che allora era priva di personalità giuridica.
Raggiunto lo scopo della sua missione, il servo loda Dio, il vero artefice del successo, offre una specie di dote a Rebecca e finalmente si inizia la grande cena. Ma il pensiero del servo è tutto proteso verso il ritorno. L’indomani egli vorrebbe già rientrare; la famiglia che lo ospita desidera trattenerlo, secondo la prassi dell’ospitalità, per qualche giorno. E’ a questo punto che entra in scena Rebecca e per la prima volta viene chiesto a lei di esprimere la sua decisione: “Partirò”, è la sua risposta.
Essa va incontro all’uomo della sua vita, che per ora non conosce, convinta che quella scelta faccia parte di un suo disegno superiore. E’ il momento dell’addio di Rebecca alla sua casa: l’accompagneranno solo la sua balia, le sue ancelle e la benedizione dei suoi familiari. Questa preghiera di benedizione (v.60), fa parte di una formula antica e solenne, in cui si augura fiducia e certezza in un futuro glorioso, con una grande discendenza (“migliaia di miriadi” di figli); difatti il nome Rebecca (Ribqah) viene associato al termine “rebabah” che in ebraico significa “miriadi”. Il termine crea così un gioco di parole “Diventa migliaia di miriadi”. Pertanto la benedizione comprende un augurio di fecondità per la sposa, dal momento che un matrimonio senza figli era considerato una maledizione.
La preghiera è quasi certamente la citazione di un’antica benedizione matrimoniale (Salmi 127 e 128). Ancora oggi, durante il matrimonio dei beduini palestinesi, si schiaccia col piede sulla soglia della casa o della tenda, una melagrana i cui chicchi simboleggiano i figli numerosi augurati alla coppia.
La storia del matrimonio tra Isacco e Rebecca sta per giungere al suo esito finale. Il narratore ci introduce nella terra promessa, nel deserto meridionale del Negheb. Siamo al tramonto e Isacco sta rientrando dall’area del pozzo di Lacai-Roi, il luogo ove era stata ambientata la storia di Agar e Ismaele (Gen. 16,14).
Isacco vede da lontano una carovana di cammelli: è il corteo della sua futura sposa. L’autore biblico evoca il gioco degli occhi: Isacco “alza gli occhi” e vede la carovana; anche Rebecca “alza gli occhi” e vede Isacco, e subito si copre col velo che nascondeva il volto delle donne.
Isacco prende per mano la sua sposa e la introduce nella tenda femminile, quella occupata dalla madre defunta (Sara). D’ora innanzi sarà lei, Rebecca, la “principessa” del clan.
Scocca ormai la scintilla dell’amore ed è bellissima la sobria annotazione finale: “Così Isacco si consolò dopo la morte di sua madre”.
(Gen. 25, 1-18)
Il testo della genesi ci offre gli ultimi dati su Abramo e introduce in scena il figlio Isacco.
Nel cap. 25, infatti, dopo la menzione di un secondo matrimonio del patriarca - ormai vedovo in seguito alla morte di Sara - con Chetura il nome significa “incenso” e allude alle popolazioni che si insedieranno nelle regioni dell’Arabia (il paese dell’incenso). Queste popolazioni erano considerate discendenze di Abramo e, quindi, collegate in qualche modo a Israele. Esse però non sono destinatarie delle benedizioni di Dio, che spettavano unicamente a Isacco e alla sua discendenza.
Dopo la relativa genealogia di figli che daranno origine a tribù arabe, tra i quali si distinguono Saba e Madian (gli altri nomi sono sconosciuti), che riappariranno in futuro nella Bibbia, la tradizione Sacerdotale ci descrive la morte di Abramo. Trasferita l’eredità a Isacco e sistemati gli altri figli, il patriarca muore a 175 anni “sazio di giorni” (tipica espressione per indicare pienezza di vita e di bene). Nella concezione biblica una vita corta e abbreviata è considerata una punizione, mentre una vita lunga e “sazia di giorni”, come quella dei patriarchi, è considerata una benedizione. La morte ideale è quella raggiunta nella pienezza della vecchiaia, con le proprie facoltà ancora intatte, così da scendere “placidamente” nello “sheòl” il luogo dei morti (Giobbe 21,13). La morte prematura, o dovuta a una lunga malattia distruttrice, era invece considerata “amara” e inspiegabile (Giobbe 21,25).
Abramo, quindi, “sazio di giorni”, si “riunisce ai suoi antenati”. Con questa frase si indicava l’ingresso nell’oltrevita sotterraneo (Sheòl), ove tutte le ombre dei trapassati erano riunite e il sepolcro, che è quello di Macpela, acquistato per Sara (cap. 23), era considerato la porta d’ingresso agli inferi ove tutti i morti si ritrovavano. Un’aggiunta genealogica ci descrive i discendenti di Ismaele. L’elenco degli Ismaeliti, considerati antenati degli Arabi, si conclude con la menzione della morte di Ismaele a 137 anni, e con la descrizione della regione in cui si distendeva il suo dominio, regione dai confini molto generici, segno di una vasta area seminomadica meridionale.
Ora l’attenzione si concentra sulla storia di Isacco, patriarca che ha la funzione di collegamento tra Abramo e Giacobbe (Israele).
(Gen. 25, 19-34)
Anche Rebecca, moglie di Isacco era sterile (l’antica famiglia patriarcale aveva la propria forza nei figli.; la mancanza dei figli era considerata una grande maledizione, poiché la benedizione di Dio si manifestava nella fecondità): una notizia dal valore più simbolico che reale per indicare che i futuri figli saranno un dono straordinario del Signore.
E infatti, ecco la preghiera di Isacco e il risultato nei due gemelli che rendono la gestazione pesante: l’ ”urtarsi l’un l’altro” dei figli nel grembo di Rebecca ha un significato evidente, spiegato dalle parole profetiche del v. 23: i due saranno i capostipiti di due popoli che si combatteranno: Israele e gli Edomiti (implacabile nemico del popolo ebraico, che abiterà le montagne di Seir).
Il parto gemellare era seguito con attenzione perché si doveva decidere la primogenitura e non sempre era facile identificare il primo neonato venuto alla luce. Qui è Esaù, chiamato anche “Edom” (in ebraico “rossiccio” - in assonanza con “dam” (=sangue); “Seir” è invece in assonanza con “sa’ir” (=”peloso”).
Ma il secondo che esce dal grembo di Rebecca, stringe il calcagno di Esaù, quasi a trattenerlo: sarà Giacobbe, dall’ebraico “aqeb” = “calcagno”, ma può anche venire dal verbo “aqab” = “soppiantare”; in questo secondo significato Giacobbe è già visto “soppiantare Esaù nel diritto della primogenitura (Gen. 27).
C’è anche un terzo significato del nome Giacobbe, che si può far risalire al verbo “proteggere”; l’espressione hamorrita “Yaqub El” significa “Dio che protegge”.
I figli crebbero, Esaù divenne cacciatore nomade e Giacobbe pastore sedentario: si ricordi la diversità tra Caino e Abele.
La caccia era praticata con l’arco, sebbene gli Israeliti solo eccezionalmente si cibassero di cacciagione (troviamo in Deut. 14,5 un elenco di animali che potevano essere cacciati: cervo, gazzella, daino, stambecco, antilope, bufalo, camoscio). Le allusioni, nei testi biblici a reti, lacci, buche, fanno pensare anche a una caccia mediante trappole.
Tra i due “gemelli”, ci sono anche le preferenze dei genitori, quella di Isacco per Esaù e di Rebecca per Giacobbe.
La storia, però, si fa tesa nel celebre episodio della “minestra rossa” di lenticchie. Esaù, uomo rude e primitivo, è ingelosito della pietanza del fratello e, spinto dall’istinto, vuole subito ciò che desidera. Si noti che l’autore biblico introduce qui una spiegazione dell’altro nome di Esaù, Edom, nome a lui applicato per collegarlo agli Edomiti, popolo ostile a Israele. Egli è chiamato così non perché “rossiccio” di pelo, come si diceva poco prima (v. 25), ma per la minestra “rossa” che ora vuole ottenere dal fratello (in ebraico “adom” è il colore rossastro della terra argillosa). Si tratta di curiosi giochi di parole per spiegare il nome “Edom”.
Giacobbe, scaltro e lungimirante, accontenta il fratello ma con un contraccambio sconcertante: esige la cessione dei diritti di primogenitura, cessione sancita da un giuramento.
Nella famiglia patriarcale il primogenito detiene una posizione di privilegio, che lo colloca al primo posto tra gli altri fratelli, lo fa succedere al padre come capofamiglia e gli fa ricevere una doppia parte di eredità. Nel caso di gemelli, come Esaù e Giacobbe, ha la primogenitura chi è nato per primo. Il primogenito può anche perdere o cedere il suo privilegio, come avviene per Esaù, che cede la primogenitura in cambio di un pranzo. Tutto il racconto va letto alla luce del tema biblico della “elezione” e delle scelte di Dio, che segue una linea misteriosa nella storia della salvezza . S. Paolo vede nella vicenda di Esaù la grande libertà di Dio, che non è legato a nessuna legge naturale della primogenitura (Rom. 9, 11-13).
Scandalizzato per la superficialità di Esaù di fronte a un diritto ereditario così importante, soprattutto nell’antico Oriente, l’autore biblico reagisce con una sua nota a margine: “tanto poco stimò Esaù la primogenitura” E’ ormai in atto lo scontro tra due culture: la simpatia della Bibbia per il pastore intelligente, che darà origine a Israele, rispetto al cacciatore potente ma rozzo.
(Gen. 26, 1-35)
L’attenzione ora si sposta sul padre Isacco; di lui ascoltiamo una storia che era già stata narrata nella sua sostanza nei cap. 12 e 20 e che rivela il modo con cui la Bibbia procede nel suo racconto, riprendendo temi, tradizioni e vicende, anche se non mancano varianti.
Si inizia con una carestia che costringe Isacco a rivolgersi al re di Gerar, Abimelech, sovrano di una città-stato filistea che aveva appunto contatti con Abramo (Gen. 20 e 21, 22-34).
In un mondo come quello antico, dove l’agricoltura e la pastorizia avevano un ruolo dominante, la mancanza di terra da coltivare e la scarsità d’acqua e di pascolo significava immediatamente fame e carestia. Nella terra di Canaan, la carestia poteva essere causata dalla siccità, dalle guerre o dalle calamità naturali (invasione di cavallette, ruggine delle piante). In Egitto invece erano le alluvioni del Nilo a causare la carestia, se troppe estese oppure se insufficienti.
Prima, però, l’autore ci presenta la solenne promessa della terra e della discendenza che Dio fa a Isacco, confermandolo perciò come erede di Abramo. Il resto della storia ci è già noto, nella sostanza ,dai citati cap. 12 e 20.
Isacco teme di essere ucciso dagli abitanti di Gerar, attirati dalla bellezza di Rebecca e perciò la fa passare per sua sorella (come per Abramo e Sara in Egitto, così Isacco fa passare Rebecca per “sorella”, però nel senso di “cugina”; la lingua ebraica non conosce un termine corrispondente a “cugino”; l’ebraico “ah” indica sia “fratello” sia “cugino”).
Ma il re Abimelech scopre la verità del rapporto che intercorre tra i due, vedendoli per caso teneramente abbracciati nella casa che li ospitava. Segue un interrogatorio piuttosto teso tra Isacco e il re che mostra il rischio di adulterio in cui sarebbero incorsi i cittadini di Gerar, qualora avessero preso in moglie Rebecca, e che si conclude con una solenne sanzione protettiva per la coppia. Vista la benevolenza di questi stranieri, Isacco, si stabilisce nel territorio di Gerar, nel sud della terra di Canaan. La prosperità bussa alla porta della sua casa al punto tale da renderlo un ricco proprietario; la nostra attenzione, però, non va alla sola prosperità del terreno e dei pascoli nella loro materialità, ma a Dio creatore che rende feconda e abitabile la terra promessa ad Abramo e ai suoi discendenti. Ma scatta anche l’invidia degli abitanti della città che vedono con ostilità l’accrescersi della potenza di un estraneo.
I filistei allora ricorrono a una tecnica “terroristica” ben nota in Oriente: la cancellazione dei pozzi, elemento vitale nella vita della steppa. Si ricordi che anche tra Abimelech e Abramo le difficoltà erano sorte proprio per la contesa di un pozzo (Gen. 21,25).
Isacco, sollecitato da Abimelech, decide allora di abbandonare la città di Gerar e di ritornare alla vita nomadica, stabilendosi non lontano di là, presso il torrente che attraversava e dava il nome a quella città filistea. Ma egli non si rassegna a rinunciare ai pozzi ricevuti in eredità da suo padre e turati per odio degli abitanti di Gerar.
Il racconto che ora leggiamo (Gen. 26, 18-35), pur ricalcando quello del cap. 21, offre a noi molte notizie interessanti sulla vita del deserto. Innanzitutto si ricorda l’importanza decisiva dei pozzi: essi ricevevano dei nomi propri che, come si è visto per il pozzo di Lacai-Roi (Gen. 16, 13-14) e per quello delle “sette agnelle” o del “giuramento” (21,31), spesso evocavano un evento accaduto nei loro pressi. Così è anche per il nostro racconto, che sarà tutto scandito da nomi di pozzi.
Quando i servi di Isacco riescono a scavare un nuovo pozzo sorgivo e si scatena la contesa per il suo possesso coi pastori di Gerar, il patriarca lo denomina “Esech” - “lite”. Ne scavano un secondo ed ecco ancora la contestazione degli abitanti di Gerar: il nome sarà , allora, “Sitna” = “contesa”, “accusa”.
Subito dopo, ecco un terzo pozzo scavato da Isacco. Finalmente i pastori di Gerar non avanzano pretese. Si spiega così il nome “Recobat” - “spazi vasti e liberi”, spiegazione offerta dallo stesso Isacco: “il Signore ci ha dato spazio libero”. Subito dopo si descrive un itinerario di Isacco verso il luogo: Bersabea, ove suo padre Abramo, aveva soggiornato e aveva stipulato un accordo col re Abimelech. Le due narrazioni (questa e quella del cap. 21 della Genesi), sono indipendenti.
Qui Isacco ha una nuova manifestazione di Dio e in questa apparizione il Signore gli rinnova la promessa e la benedizione nel nome del “Dio di Abramo, tuo padre e mio servo”. Nella storia dei patriarchi viene man mano delineandosi la figura del Dio biblico, come Dio del dono della terra, Dio delle promesse e Dio del dono della discendenza, che le prime formulazioni di fede, conoscono come “Dio dei padri”, “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”. E Isacco risponde costruendo un altare che verrà considerato come la radice ideale di un culto e di un santuario probabilmente ancora in funzione al tempo in cui si narrava questa storia.
Frattanto all’orizzonte si profila di nuovo il re Abimelech, questa volta però per trattare un accordo di convivenza; si stipula un trattato che viene siglato con un pranzo ufficiale (qui viene descritto il patto di fratellanza tra Isacco e i capi del luogo secondo il cosiddetto “diritto del sale” dei beduini; presso gli antichi condividere il sale e mangiare insieme creavano un forte legame tra i partecipanti e davano valore quasi sacro , definitivo e stabile a ogni tipo di contrattazione, giuramento e alleanze), e con un giuramento, ancora presso un pozzo, “Sibea”, che commemora l’evento. “Sibea” allude sia al numero “sette”, sia a “giuramento”: si ritorna così a spiegare il significato del nome “Bersabea” (= “giuramento).
Lo scopo di questa storia è evidente: il narratore vuole esaltare la grandezza dei Patriarchi, rispettati dai re dei loro tempi; infatti Abimelech dirà: “Abbiamo visto che il Signore è con te...”. La parte finale del racconto ci riporta ad Esaù, il quale già deprecato per il suo disprezzo della primogenitura (Gen. 25,34), è ora accusato di rompere l’ ”endogamia”. Difatti sposa due donne hittite e quindi straniere (forse indigene, se si considera il termine “hittita” come un modo per indicare i Cananei). Con questa nota amara si chiudono le pagine della Genesi dedicate ad Abramo. Ora la parola passerà ai figli di Isacco: Esaù e Giacobbe.
(Gen. 27, 1-46)
Abbiamo già detto nel cap. precedente che la primogenitura comportava aspetti economico-sociali di grande rilievo e veniva solennemente sancita dal padre di famiglia con una benedizione che costituiva quasi l’atto formale dell’investitura.
Rebecca prepara una vera e propria truffa, ai danni del vecchio e cieco Isacco, per favorire Giacobbe. E’ curioso notare che non troviamo nessun giudizio morale sulla truffa perpetrata da Giacobbe. La Bibbia, infatti, è ora preoccupata solo a dimostrare l’elezione di Giacobbe-Israele rispetto a Esaù-Edom. Dio passa anche attraverso i grovigli degli intrighi umani e conduce a pienezza il suo disegno.
La benedizione (vv. 27-28) fa riferimento ad attività agricole, anche se l’ambiente entro cui si svolge la storia di Isacco e Giacobbe è quello dei pastori. Si intuisce allora, che il contesto in cui la storia è stata narrata e trasmessa era probabilmente degli agricoltori sedentari, i quali hanno sovrapposto al racconto elementi propri della loro cultura. In Israele, come presso i popoli dell’antico Oriente, la fertilità del suolo era condizione essenziale di sopravvivenza e di benessere. Pertanto era importante che Dio garantisse, con la sua benedizione, la prosperità del lavoro agricolo. Nel rito di benedizione ci sono alcune norme da rispettare:
1) L’abbraccio e il bacio, che svolgono una funzione nel rito di benedizione: il contatto fisico serve infatti a trasmettere la vitalità e la prosperità legate alla benedizione.
2) Un piatto da mangiare: nella mentalità antica la benedizione veniva intesa come una trasmissione di forza vitale, che coinvolgeva la totalità della persona. Per questo nel rito di benedizione si poteva inserire, come accade in questo racconto un pasto che aveva la funzione di corroborare colui che avrebbe impartito la benedizione.
3) Il rito della benedizione : nella società antica, fondata sulla struttura patriarcale della famiglia, la benedizione del padre era un evento molto importante per la vita religiosa e sociale. Essa garantiva che la divinità continuava a proteggere il clan, anche nei discendenti dei patriarchi. Tutto ciò è evidente anche nel racconto di Gen. 27, dove emerge un vero e proprio “rito” per la benedizione. Esso è così articolato: richiesta della benedizione, identificazione della persona da benedire, pasto per la persona che deve benedire, abbraccio (contatto fisico), e infine la benedizione.
4) Unicità della benedizione. Il dialogo tra Isacco ed Esaù(Gen.27, 30-40), manifesta una concezione antica e quasi magica della benedizione. Poiché la benedizione è parola efficace realmente, e trasmette una forza vitale, non può essere nè ritirata nè ripetuta. Il padre ha già trasmesso “tutto” a Giacobbe e, quindi, non può benedire Esaù. Ciò che è stato promesso a Giacobbe nella benedizione accadrà: egli avrà prosperità agricola e dominerà sui suoi fratelli.
Ora torniamo al racconto: scoperto l’inganno, Esaù scoppiò in un grido altissimo di dolore (vv. 33-34). Qui l’autore biblico, ha l’occasione di precisare meglio il nome “Giacobbe” (v. 36), ricorrendo al tema del “calcagno” (forse un’inserzione successiva nel racconto del dialogo tra Isacco ed Esaù). In questo versetto (v. 36), “calcagno” (“aqeb”) e “sopprimere” (“aqab”) vengono associati: “Giacobbe era uscito stringendo il “calcagno” del fratello, per “soppiantarlo”. Anzi nello stesso versetto si gioca su due nomi, “primogenitura” e “benedizione”, che in ebraico rivelano una certa affinità: “bekorah” e “berakah”. In realtà gli studiosi ritengono che il nome “Giacobbe” abbia un altro significato, anche se è difficile dire quale (forse: “Dio protegga”).
Isacco, alla fine, di fronte al pianto disperato di Esaù, si decide a dargli una specie di benedizione minore, (vv. 39-40) che rappresenta la vita del nomade che non ha terreni agricoli ma deve sopravvivere con la sua spada nel deserto. Naturalmente l’autore sacro ha in mente la nazione degli Edomiti, discendenti di Edom-Esaù, che saranno vassalli di Israele, ma che un giorno riusciranno a scuotersi di dosso il giogo del popolo ebraico, come ci fa capire il testo alludendo a ciò che avverrà in seguito (2 Re 8, 20-22).
E’ facile immaginare la tensione che si è creata nel clan di Isacco: Esaù cova propositi omicidi nei confronti del fratello, così Rebecca fa riparare Giacobbe nella terra della sua famiglia a Carran, ove risiede suo fratello Labano, che l’aveva concessa in moglie a Isacco (cap. 24). A questa soluzione Rebecca aggiunge un particolare significativo: rifugiandosi presso Labano, Giacobbe potrà contrarre un matrimonio “endogamico”, cioè all’interno del clan d’origine della sua famiglia, evitando quei matrimoni “misti” che Esaù aveva consumato unendosi con donne hittite o indigene (Gen. 26, 34-35).
Così Giacobbe è in viaggio per la regione di Paddan-Aram, ove è situata Carran. Questo nome geografico indica la regione pianeggiante che si trova lungo il corso superiore dell’Eufrate a Nord della Mesopotamia; parallelamente all’Eufrate scorre il fiume “Balikh”, lungo il quale si trova Carran. In altri testi biblici è indicato come “Aram dei due fiumi” (Gen. 24,10: il servo di Abramo “andò nel paese dei due fiumi”); questa regione è situata nel nord-est dell’attuale Siria.
Prima di partire Giacobbe lo benedice; il testo di questa benedizione (Gen. 28, 1-9) appartiene alla tradizione Sacerdotale, mentre il racconto del cap. 27 apparteneva alla tradizione Jahwista. Abbiamo così una seconda benedizione che, a differenza di quella di Gen. 27, 27-29, si concentra sulla Promessa di Dio ad Abramo che deve continuare in Giacobbe. Inoltre ci viene fornita una diversa motivazione della partenza di Giacobbe: non si tratta più di una fuga, ma di un viaggio motivato dalla ricerca di una sposa. La severa proibizione del matrimonio con donne straniere era un tema importante al tempo dell’esilio babilonese, in cui fu redatta la tradizione Sacerdotale. In quel periodo infatti era molto forte la necessità di mantenere compatto e unito il popolo per evitare una caduta nel paganesimo e nell’idolatria.
Esaù intanto, che si era unito a donne indigene, cerca di ingraziarsi suo padre Isacco, imitando l’abile Giacobbe: sposerà una figlia di Ismaele, sua cugina, perché nata dallo zio paterno Ismaele.
L’attenzione ora si sposta su Giacobbe in marcia da Bersabea a Carran, un viaggio di oltre mille chilometri. E’ nel deserto, e la notte sta calando. E’ necessario fermarsi per il pernottamento. Avvolto nel suo mantello, che in Oriente fungeva anche da coperta, egli posa il capo su una pietra e s’addormenta.
Il sogno di Giacobbe e la scala: è stato molto importante nella riflessione spirituale cristiana. Anzitutto perché lo riprende Giovanni 1, 51 “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo”.
Seguendo questo versetto S. Agostino indica Gesù Cristo come colui che unisce cielo e terra, e paragona gli angeli che salgono e scendono sulla scala ai predicatori del Cristianesimo. In questa interpretazione si insiste sulla comunicazione di Dio all’uomo. Altri Padri della Chiesa sviluppano una riflessione spirituale, e nell’immagine della scala vedono il cammino dell’uomo che si eleva, mediante la virtù, all’incontro con Dio. Con questa interpretazione si insiste di più sull’impegno dell’uomo.
Il punto di partenza per capire il sogno di Giacobbe sta nel significato del v. 19: “chiamò quel luogo “Betel”. Questo luogo è identificato dagli studiosi con quello dell’attuale villaggio arabo di “Beitin” a 20 chilometri a nord di Gerusalemme, sulla strada verso Sichem (presso l’odierna Nablus). Il suo nome precedente, “Luz”, significa “mandorlo”. Il nuovo nome dategli da Giacobbe significa in ebraico: “Casa di Dio”. Betel fu un santuario importante anche in epoca successiva, quando per un certo periodo vi fu custodita l’ ”Arca” (Giudici 20,27). Dopo Salomone e la divisione in due del regno, Geroboamo (sec.X) ne fece un centro religioso importante per il regno del nord (I Re 12, 26-33). Gli scavi archeologici hanno mostrato che nel II millennio, Betel era una prospera città cananea che fu però distrutta verso il 1550 a.C. La città venne ricostruita, ma fu di nuovo distrutta nel XII sec. a.C. Gli archeologi riallacciano questa distruzione all’arrivo in Palestina di Israele.
Ora l’autore biblico, vuole spiegare le origini del culto e della fama di questo santuario (ciò che tecnicamente si chiama “eziologia cultuale” : cioè le origini del termine Betel).
Il nome della località è emblematico; in ebraico: “Betel” significa “casa di Dio” e lo spiega nel v. 17. Ma ci sono molti altri elementi nella narrazione che rimandano alla qualità sacra di quella località. C’è innanzitutto l’immagine stessa della scala che congiunge terra e cielo. E’ facile pensare che ci sia un’allusione alle “zigurrat”: i templi babilonesi a gradoni, di cui si è già parlato a proposito della “Torre di Babele” (Gen.11); la base era terrestre ma la cima entrava nel cielo col santuario divino. C’è poi la presenza degli angeli che esprimono il contatto tra Dio e l’uomo e c’è l’idea dello spazio già consacrato da Dio stesso, prima di ogni decisione umana: “C’è il Signore in questo luogo e io non lo sapevo” esclama Giacobbe (v. 16). Nella stessa linea si può spiegare il sonno e il sogno: nell’antico oriente vigeva la cosiddetta “incubazione sacra” per cui un fedele dormiva all’interno dell’area di un tempio per ottenere nella notte una rivelazione divina durante il sonno.
Che il nostro racconto abbia la funzione di illustrare l’importanza del santuario di Betel emerge anche dalla preghiera finale di Giacobbe col voto di fedeltà al Dio di Betel, dalla “stele” sacra eretta in memoria. La stele eretta, in ebraico “massebah”, indica che il luogo è sacro. Infatti anticamente si pensava che la divinità fosse presente soltanto in alcuni luoghi particolari. Per costruire un santuario occorreva che vi si manifestasse in qualche modo la divinità come presente: non ogni luogo poteva essere sede di culto. Secondo l’uso tipico degli indigeni cananei, essi innalzavano pietre sulle quali si versava olio in segno di prosperità e fecondità. Emerge anche dalla menzione delle “decime” (v. 22), cioè dalla dotazione economica per il futuro clero di quel santuario.
Sorto il sole e consacrata la sede del tempio, Giacobbe si mette in viaggio e giunge a un pozzo nella steppa; qui giungono anche dei pastori di Carran che portano i loro greggi ad abbeverarli. E all’improvviso ecco apparire Rachele, la figlia di Labano, che aiutava il padre nel condurre al pascolo il gregge. Giacobbe vede Rachele, sua cugina, e subito ne è conquistato, tant’è vero che, con uno sforzo sovrumano, riesce a rotolare via la pietra che copriva la bocca del pozzo. I pastori avevano atteso tutti i greggi prima di compiere questo gesto perché faticoso e perciò da compiere tutti insieme.
Un bacio, una lacrima, il riconoscimento, la corsa della ragazza a casa, gli abbracci e la meta raggiunta: tutto questo è narrato con essenzialità ed è fissato nella frase che esalta la parentela tra Giacobbe e Labano: “Davvero tu sei mio osso e mia carne” (Gen. 2, 23).
Tuttavia Labano stipula per Giacobbe un regolare contratto di matrimonio, che, come nell’antico Oriente, prevedeva che lo sposo, o la sua famiglia, versassero una certa somma alla famiglia della sposa. Questo perché si riteneva che la sposa lasciasse la propria famiglia per diventare “proprietà” del marito. Tale somma o dono è indicato in ebraico con il termine “mohar”. C’era la possibilità di pagare il “mohar” con la prestazione di un servizio o di un lavoro, come accade allo stesso Giacobbe.
In pratica, Giacobbe, offrendo il suo lavoro per 7 anni, prepara la “dote” per riscattarla dalla famiglia di appartenenza, facendola, così, “sua”.
Giunto il tempo del contratto definitivo, stipulato con un banchetto, ecco il colpo di scena. Come è noto (si ricordi Rebecca che incontra Isacco, in Gen. 24,65), la sposa veniva condotta velata nella tenda nuziale. Labano con questo stratagemma conduce a Giacobbe l’altra figlia, la brutta Lia “dagli occhi smorti”(v. 17). Scoperto al mattino, alla luce del sole, l’inganno, Labano cerca di giustificare il suo comportamento, evocando un’usanza locale, quella di sposare per prima la figlia maggiore, Lia per l’appunto.
Giacobbe è, così, ripagato della stessa moneta: come aveva ingannato per ottenere la primogenitura, così ora è vittima di un raggiro, operato proprio da un parente, scaltro più di lui.
Perfezionato il primo matrimonio con la tradizionale settimana di festa, Labano concede a Giacobbe anche Rachele, secondo l’antico uso della poligamia ampiamente praticata nell’antico Oriente, ma con una clausola ben precisa e onerosa: Giacobbe presterà il suo servizio per altri 7 anni. Nuova settimana nuziale e il sogno di Giacobbe si realizza. Inizia, quindi, una relazione a tre con le inevitabili tensioni e rivalità tra Lia (”antilope”) e Rachele (”pecora madre”) che si contendono l’amore e la predilezione del marito.
L’uso di sposare due sorelle, non rimase in Israele. La legge mosaica infatti, (Levitico 18,18), che pure ammette la poligamia, proibisce infatti di prendere per moglie, una sorella della propria moglie, finché la prima è ancora viva.
L’autore biblico è preoccupato di difendere la giustizia e vede in Lia, trascurata ma feconda, e Rachele, amata ma sterile, un segno dell’azione divina che ne equilibria le sorti delle due donne.
Inizia, così, la storia dei figli di Giacobbe, che diverrà quella delle tribù d’Israele. Ad ogni nome è associato una spiegazione, secondo l’abitudine del narratore biblico, ben sapendo che in Oriente, il nome è l’espressione di una storia e di un destino.
Da Lia nascono “Ruben” (“raah be-oni” che significa: “ha guardato la mia afflizione”); “Simeone” (è accostato al verbo “shama”’ - “ascoltare”, perché il Signore “ha ascoltato che io ero trascurata”); “Levi” (dal verbo “lawah” il cui senso primario è “aderire” ma nelle relazioni personali ha il senso di “affezionarsi”); il nome “Giuda” (rimanda al verbo “Jadah” nel senso di “lodare”).
Il contrasto tra le due mogli di Giacobbe: Rachele-sterile e Lia-feconda, domina la scena; Rachele grida a Giacobbe il suo disperato desiderio: “Dammi dei figli, se no muoio!”. E lui, di rimando, le ricorda che la vita è dono divino. Una via d’uscita al suo dramma Rachele l’intravede nell’uso orientale di generare attraverso la propria schiava (si ricordi Sara e Agar). Ora dalla schiava Bila nasce “Dan” (verbo ebraico “din” = “rendere giustizia”), il primo figlio legale di Rachele. La feconda Bila, dà un secondo figlio a Rachele, “Neftali” (dal verbo ebraico “niftal” che significa: “lotta di Dio”; cioè rivalità e vittoria su Lia, ricca di figli).
Lia reagisce adottando la stessa prassi e, attraverso la sua schiava Zilpa, genera “Gad” (che in ebraico significa “fortuna”). Segue la nascita sempre dalla schiava di Lia, “Aser” (vocabolo ebraico che significa: “proclamare beato”, “felice”).
La gara tra le due mogli non ha tregua e si colora di un elemento pittoresco, quello delle “mandragole”, detta anche “le mele dell’ amore”. La “mandragola” è una pianta velenosa alla quale nell’antichità si attribuivano proprietà magiche. In particolare, prendendo spunto dalla sua radice, che può richiamare una figura umana, si riteneva che avesse, la capacità di guarire la sterilità, ma anche virtù afrodisiache. Il profumo della mandragola viene evocato nel Cantico dei Cantici (7,14), a sottolineare la profondità della passione della donna per l’amato. E’ Ruben, il primogenito di Lia, a trovarle e a portarle alla madre. Rachele le contratta con la sua rivale e le ottiene concedendole una notte d’amore a Giacobbe.
A Lia nasce così il figlio “Issacar” (dall’ebraico: “sakar” -“salario”, “mercede”, “ricompensa”). La fecondità di Lia dilaga: ecco un altro figlio “Zabulon” (dal verbo ebraico “zabad” -“dare una buona dote” a una figlia). La storia amara di Dina, figlia di Zabulon sarà raccontata nel cap.34.
Ora, però, è la volta della povera Rachele, finora dimenticata da Dio. Egli “si ricorda” di lei e il ricordo divino è efficace: riesce a renderla madre, in modo diretto, di un figlio, “Giuseppe”, il cui nome è spiegato in due modi diversi: come derivante dal verbo ebraico “asaf” = “togliere” (“Dio ha tolto il mio disonore”) e più correttamente, dal verbo “jasaf” - “aggiungere” (“il Signore mi aggiunga un altro figlio”).
Tra i popoli seminomadi dell’antico Oriente, una tribù veniva indicata con il nome dell’antenato. Così in Israele accade che i nomi delle dodici tribù d’Israele sono fatti risalire ai nomi dei dodici figli di Giacobbe. Raccontare la storia della famiglia dei patriarchi antenati era un modo per raccontare la storia delle tribù. Per questo motivo la distinzione tra i figli di Lia e i figli di Rachele può riferirsi anche a due gruppi distinti di tribù, che abbiano dei legami tra di loro.
Gli antenati delle due tribù avranno una funzione politica centrale nella storia successiva di Israele: Giuda e Giuseppe sono presentati come figli delle mogli e non delle schiave. Conclusa la storia delle madri e dei loro figli, ecco ritornare in scena Labano (“bianco”).
Il desiderio di Giacobbe è ormai quello di ritornare in patria con le sue mogli, così da costituire una sua famiglia autonoma. Lo scaltro Labano, però, sa che perderebbe in questo caso uno straordinario lavoratore, perciò avanza in modo discreto la proposta di una permanenza ulteriore di Giacobbe, nonostante l’insistenza di quest’ultimo che non manca di far notare l’alta qualità della sua passata prestazione e il rifiuto di qualsiasi compenso, anche se elevato, in cambio della sua permanenza. Alla fine, però, Giacobbe, cede alle richieste. Ma a una condizione: egli vuole come salario tutte le capre e le pecore che sono ora (e che poi nasceranno) col manto punteggiato o chiazzato; quelle dal manto bianco rimarranno a Labano. Quest’ultimo accoglie con soddisfazione la proposta apparentemente vantaggiosa per lui: la lana candida era molto più pregiata nei greggi dell’oriente. Ma Labano con inganno e all’insaputa di Giacobbe, tolse dal gregge tutti i capi striati e pezzati (che dovevano essere di Giacobbe) e li affidò ai suoi figli che li portarono lontano per tre giorni di cammino; cosicché a Giacobbe non rimase altro che pascolare il restante gregge bianco (che però apparteneva a Labano).
Ma ecco riapparire l’astuzia di Giacobbe e la sua intelligenza, l’autore biblico vede in queste qualità del patriarca, le stesse doti d’Israele, come nazione: Giacobbe, quindi, ricorre a una tecnica che nasceva da una convinzione arcaica e popolare, secondo la quale, la natura della prole sia, almeno parzialmente determinata da influenze esterne, riportate dalla madre durante la gravidanza. Perciò, Giacobbe, mette negli abbeveratoi, rami e verghe striate; le pecore, fissando questi rami generano animali striati. Così da quel gregge bianco di Labano, nacquero pecore pezzate che cominciano ad appartenere a Giacobbe. Ma il patriarca perfeziona il suo brevetto: sceglie le bestie più robuste e, mettendo negli abbeveratoi le verghe, fa nascere animali striati e più forti, mentre quando si abbeveravano le pecore più deboli (malate o magre), non ricorreva a questo stratagemma, e quindi queste pecore deboli rimanevano a Labano.
La conclusione di questo stratagemma è evidente: il gregge di Giacobbe da questi accoppiamenti ne esce più forte e numeroso, quello di Labano, invece, più debole e meno numeroso.
La vicenda, però, non poteva lasciare indenni i rapporti tra i due clan. I figli di Labano sono morsi dalla gelosia; Labano stesso cova dentro di sè una sorda ostilità nei confronti di Giacobbe.
Ecco allora la grande decisione. Ispirato dal Signore a ritornare nella terra dei suoi padri, Giacobbe convoca le mogli e tiene loro un discorso molto articolato (vv. 5-13) in cui rievoca le vicende accadute; giustifica il suo comportamento, spiega la sua astuzia come un’ispirazione divina e alla fine conclude proponendo la partenza.
La risposta di Lia e Rachele è netta: Labano si è comportato con loro da padrone egoista vendendola a Giacobbe per averne vantaggi economici: esse alludono ai lunghi anni di servizio offerti, da Giacobbe. Sono , dunque, pronte a partire con il loro marito verso la sua patria.
Rachele, approfitta dell’assenza del padre e ruba “gli idoli che appartenevano al padre”, questi “idoli” sono piccole statuette che indicavano divinità familiari; e, secondo l’usanza dell’antico Oriente, il possesso di queste statuette sanciva il diritto all’eredità.
Con l’astuzia che gli è propria, Giacobbe, riesce a nascondere la sua fuga. Labano, che viveva ormai con il suo clan separato da quello di Giacobbe, se ne accorge solo dopo che Giacobbe era lontano tre giornate di marcia. A tappe forzate riesce a raggiungerlo al di là del fiume (cioè l’Eufrate v. 21), sui monti di Galaad, in Transgiordania, e si accampa di fronte a lui, quasi come per uno scontro in campo aperto. In realtà, Labano vuole solo recriminare su questa partenza che lo ha privato di una fonte di guadagno, ma denuncia anche la scorrettezza di Giacobbe: se n’è andato all’improvviso, impedendogli di abbracciare figlie e nipotini, di festeggiare quella partenza con una solenne cerimonia, di restare in armonia. Gli ha strappato le figlie portandole via quasi fossero prede di guerra.
Tuttavia Labano non vuole infierire, anche perché una rivelazione divina l’ha spinto a essere generoso con Giacobbe. Ciò che però, egli non può tollerare è il furto degli “dei” familiari.
Giacobbe lascia perquisire la carovana, ma quando Labano si avvicina alla colpevole, Rachele, essa ricorre a un’astuzia: nasconde gli idoli sotto la sella del cammello e si siede sopra, fingendosi sofferente a causa delle mestruazioni. La manovra di Labano è così fallita.
Giacobbe, sdegnato, proclama la sua innocenza e contrattacca ricordando i 20 anni di duro servizio presso Labano (vv. 38-40); ma egli è uscito glorioso da queste vicende perché su di lui vegliava il Dio d’Abramo, il “Terrore” d’Isacco (termine arabo che significa “protezione”).
Dopo l’appassionante autodifesa di Giacobbe, Labano ribadisce la rivendicazione del suo possesso sulle figlie, nipoti, greggi, e tuttavia si accorge anche di non poter prevalere e ricorre a un patto: si erige una “stele” (cioè una pietra in memoriale), i membri del clan portano, invece, alcune pietre che hanno la stessa funzione delle stele. Esse vengono raccolte quasi come a costruire un altare sul quale si consuma un pasto sacro di alleanza.
Nell’antico Oriente un’alleanza tra due stati veniva sancita da un giuramento. Le divinità erano espressamente invocate come testimoni, in modo che l’impegno fosse preso coinvolgendo le stesse divinità. In caso di infrazione all’impegno assunto, la punizione del colpevole sarebbe stata attuata dagli dei, mediante catastrofi naturale o anche mediante l’invasione di eserciti nemici.
Come siamo abituati a vedere spesso nella Genesi, i nomi di località ricevono spiegazione sulla base di antiche tradizioni. Il mucchio di pietre erette da Giacobbe, ha ben tre nomi da spiegare: 1’ aramaico: “Jegar-Saaduta”= “mucchio-testimonianza”; l’ebraico: “Gal-Ed” che ha lo stesso significato e cioè: “mucchio-testimonianza”; e il terzo l’ebraico: “Mizpa” (dall’ebraico: “zapah” = “stare di vedetta”, con l’allusione alla supervisione divina del patto). Le pietre erette fungono anche da ideale confine tra i due clan che d’ora innanzi si separeranno e si rispetteranno.
Tutto è concluso con un giuramento nel nome del Dio di Abramo e del Dio di Nacor, cioè delle due tribù, con un sacrificio su un monte santo e con un banchetto finale.
Ora si erge davanti a Giacobbe un futuro oscuro, non privo di incubi. Ma il Signore non l’abbandona e sul suo cammino invia gli angeli che si “accamperanno” accanto al patriarca biblico per difenderlo e sostenerlo. E’ sulla base di questa allusione che si riesce a spiegare una località e forse un suo santuario: “Macanaim” (in ebraico: “mahan” - “accampamento”), Giacobbe vede gli angeli come un esercito schierato.
Una tale immagine si trova anche nel Libro di Giosuè 5, 13-15 dove il condottiero incontra il “capo dell’esercito del Signore”. La localizzazione precisa di Macanaim è incerta, comunque si trova nei pressi del fiume Iabbok, che è un affluente di sinistra del Giordano, che attraversa la regione di Galaad (Transgiordania). Il guado dello Iabbok era un punto di passaggio per le carovane dei mercanti che si recavano da Damasco a sud, verso il porto del Mar Rosso, attraverso l’attuale Giordania. Tale itinerario, molto importante anche dal punto di vista economico e militare, venne chiamato “Via regale”.
L’incubo è rappresentato dal fratello Esaù, con cui Giacobbe cerca di avere un contatto tramite una delegazione di messaggeri a cui affida un testo molto semplice e rispettoso, modellato secondo un linguaggio delle ambascerie ufficiali (vv. 5-6). Ma l’esito sembra essere, a prima vista, infausto: Esaù lascia il suo territorio di Edom e marcia con un piccolo esercito di 400 uomini alla volta di Giacobbe: costui non ha altra risorsa che ricorrere a una strategia di difesa, dividendo in due frazioni il suo clan, così da poterne salvare almeno una porzione.
Ma soprattutto Giacobbe ricorre alla preghiera. Confortato da questa orazione, tenta di sondare ulteriormente le intenzioni del fratello Esaù, dopo la prima gelida reazione. Invia, allora, una nuova ambasceria con ricchi doni, organizzata in tre diversi scaglioni di persone. La speranza è quella di riuscire a placare il fratello, forse ancora sdegnato per l’inganno della sua primogenitura.
In questa atmosfera carica di tensione, si inserisce un episodio di grande fascino, ambientato nella notte e lungo le rive del fiume Iabbok.
(Gen. 32, 23-33)
La tradizione Jawhista per comporre questa scena ha usato elementi molto arcaici, perfino mitici e folcloristici. C’è innanzitutto l’essere misterioso che si presenta innanzi a Giacobbe: alla base ci potrebbe essere un ricordo leggendario legato al fiume Iabbok (che significa: “fiume blu”), e allo “spirito” o al “dio del fiume”. L’uomo cerca di vincerlo ma ne resta colpito.
Nella visione antica del mondo, le forze della natura, che spesso erano sentite ostili e minacciose, venivano personificate e rappresentate come divinità. Così accade anche per il fiume Iabbok: la difficoltà di attraversare il fiume veniva intesa come una lotta che si doveva affrontare contro lo “spirito del fiume”.A questo elemento se ne può aggiungere un altro: i fiumi molto spesso segnavano i confini tra territori di tribù diverse. Lo “spirito del fiume”, quindi, proteggeva i confini stabiliti.
Questi elementi fanno da sfondo all’episodio della lotta di Giacobbe con questo uomo misterioso.
Il narratore biblico, inserendo questa scena alla vigilia dell’incontro tra Giacobbe ed Esaù, vuole anche sottolineare le paure e le difficoltà dello stesso Giacobbe.
C’è poi il tentativo ben noto di spiegare il nome della località dove avviene lo scontro : “Penuel” (dall’ebraico: “panim” = “faccia”), quindi “Ho visto Dio faccia a faccia”.
C’è poi anche la spiegazione di una prassi elementare (“il nervo sciatico”), per altro ignota al resto dell’A.T. e sembra un’aggiunta ai testi primitivi, che disturba il filo della narrazione. L’autore coglie l’occasione di tramandare un evento del passato (il divieto di cibarsi della parte della carne animale che contiene il nervo sciatico), che ha però un legame con il presente: l’uomo che si incontra col mistero divino, rappresentato sotto spoglie umane (vedi cap. 18), ne esce vinto, zoppicante e trasformato.
Ma soprattutto c’è il decisivo mutamento del nome di Giacobbe in quello nazionale di Israele (“sarah” = “lottare” e la parola “El” = “Dio“: lottare con Dio”).
Al nome è data una interpretazione amplificata (“e con gli uomini”) per indicare che le lotte di Giacobbe (ed implicitamente del popolo ebraico) si concluderanno in vittorie; ma “Israele” indica anche una nuova vocazione e un nuovo destino: quello di capostipite del nuovo popolo della promessa divina. Infatti la richiesta di Giacobbe di ricevere una benedizione, è soddisfatta sommamente in vista della sua nuova missione.
Il misterioso lottatore, invece, nasconde la sua identità, rimanendo avvolto nel mistero.
Alla fine sorge l’aurora: essa è l’alba di una nuova era; si apre una nuova fase della storia della salvezza, incentrata su un uomo nuovo: colui che ha lottato con Dio ed è stato benedetto ed eletto per una grandiosa missione.
Uscito da quella straordinaria esperienza, Giacobbe si trova di fronte al fratello e ai suoi 400 uomini. Fa avanzare le donne e i bambini e, alla fine, si presenta lui, in atto di totale sottomissione, prostrandosi sette volte fino a terra. Ma ecco la sorpresa: Esaù si precipita incontro al fratello, lo abbraccia e lo bacia tra le lacrime. La tensione è sciolta, l’incubo è svanito: è una scena inattesa, però a lieto fine.
L’incontro tra Esaù e Giacobbe si svolge tra una serie continua di gentilezze e si conclude (dopo che Giacobbe avrebbe voluto offrire i donativi preparati: segno della potenza da lui raggiunta con la benedizione divina), con la proposta di Esaù, di marciare insieme, ricomponendo quasi un unico clan familiare. Affiora ancora una volta l’indiscutibile astuzia di Giacobbe che abilmente ricusa l’invito un po’ sospetto, adducendo una scusa fondata e non offensiva: la sua carovana composta di donne e bambini, animali, è in marcia da molto tempo ed è bisognosa di procedere in modo lento.
Respinta con diplomazia anche l’offerta di una scorta, avanzata da Esaù, i due fratelli si separano, fissando un appuntamento a Seie, il deserto meridionale ove risiedeva Esaù-Edom.
Giacobbe, però, si indirizza verso l’area centrale e si stabilisce a “Succot” (dall’ebraico “sukkot” - “capanne”, è l’attuale “Teli Deir Alla” situata presso lo sbocco dello Iabbok, nel Giordano), ove erige una casa e delle capanne; si spiega così il significato di questa località (Succot). Da lì si trasferisce nella famosa città di “Sichem” (sorgeva al centro della regione montuosa a Nord di Gerusalemme, presso l’attuale Nablus), ed è in questo centro che acquista dal principe del luogo un terreno per innalzare un altare a “El”, termine noto a una vasta area semitica per indicare la divinità. Ormai, però, “El” è il Dio d’Israele e questo altare giustifica il santuario e il culto che si celebrerà nei secoli successivi a Sichem.
(Gen. 35, 1-29)
Ora il racconto della Genesi seguirà il filo delle vicende di Giacobbe e dei suoi figli, in particolare di Giuseppe. Il capitolo inizia con la menzione del trasferimento, quasi in pellegrinaggio a Betel, il luogo dove il Signore era apparso a Giacobbe che stava fuggendo dal fratello Esaù (cap. 28). Ma per accedere a quel luogo santo era necessario purificarsi. Ecco, allora, l’invito rivolto dal patriarca ai membri del suo clan perché compiano un bagno rituale, si vestano con abiti da cerimonia e soprattutto rinuncino agli amuleti e agli idoli che si erano portati dalla casa di Labano, dove avevano vissuto.
L’ordine di Giacobbe ( “togliete di mezzo gli dei stranieri”) va riferito all’uso di portare con se statuette e amuleti degli antenati e delle loro divinità. Anche Rachele aveva preso con se questi “dei familiari”, quando lasciò la casa paterna. Tra le divinità più venerate dai Cananei, c‘erano “Astarte”, dea della fecondità e “Dagon”, dio dei raccolti. I “pendenti che avevano agli orecchi” (Gen. 35,4), erano degli amuleti portafortuna, molto in uso nel mondo pagano, ma non ammessi dagli Israeliti. Il rifiuto e l’abbandono di questi oggetti indicavano il riconoscimento dell’unico Dio.
Seppelliti sotto una quercia a Sichem questi residuati pagani, essi s’incamminano verso Betel, dove Giacobbe erige un altare dedicandolo al Dio di Betel (El-Betel) che l’aveva protetto nella sua vita di esule. Si esalta, così, l’importanza di uno dei grandi santuari d’Israele, nei cui pressi si levava la “Quercia del pianto”, in memoria della tomba della nutrice di Rebecca.
Dio appare in una visione al Patriarca, lo benedice, gli conferma il mutamento del nome da Giacobbe in Israele (cap. 32), gli rinnova la promessa di una grande discendenza e del possesso della terra.
La stele eretta, cioè la pietra piantata verticalmente, era un segno antico di tante civiltà, per indicare forse la potenza sessuale e la fecondità (simboleggiata anche dall’olio versatovi sopra) concessa dalla divinità. Come in 28,18, qui si vuole indicare la consacrazione del celebre santuario.
La carovana, compiuto il pellegrinaggio, si rimette in marcia. Mentre si trova a “Efrata”, Rachele è colta dalle doglie di un parto difficile e drammatico. Dal suo grembo esce un bambino, l’unico dei figli di Giacobbe nato nella terra promessa. Rachele muore subito dopo il parto.
Come spesso si verifica per i nomi biblici, anche “Efrata” può essere nome di persona e nome di località. Come nome di persona (Efrat) è all’origine del clan che si stabilì a Betlemme e dal quale proviene “Iesse”, padre del re Davide (l Sam. 17,12). Come nome di luogo, Efrata è la località nella quale morì Rachele, subito dopo aver dato alla luce “Beniamino” (“Ben-Oni” che in ebraico significa: “figlio dei mio dolore”). Giacobbe trasforma questo nome in “Beniamino”, che potremo tradurre: “figlio della destra” ( il lato destro era considerato dagli orientali come simbolo d’onore, felicità, successo). Il nome “Efrata” invece può significare sia “terreno fertile” (“parah”), sia “polvere” (“efer”).
Rachele dunque muore, ed è sepolta a Efrata; una stele è posta sulla sua tomba. Ancor oggi all’ingresso di Betlemme si erge un piccolo mausoleo dedicato a Rachele, e la sua tomba è meta di pellegrinaggio di molti ebrei. Il profeta Geremia (31,15) immaginerà che nel momento della deportazione degli Ebrei a Babilonia (586 a.C.), dopo la distruzione di Gerusalemme, lo spirito di Rachele aleggiasse su quegli uomini e quelle donne atterriti: “Un grido s’è udito in Rama, lamento e pianto d’amarezze! Rachele piange i suoi figli, rifiuta di essere consolata perchè non sono più”. (Rama è l’attuale “Er-Ram” a nord di Gerusalemme, situata nei territorio di Beniamino, figlio di Rachele, e nei suddetto territorio si trova anche la sua tomba, cioè a Efrata).
La vita continua, anche con le amarezze, come nel gesto di Ruben che si unisce a una delle mogli secondarie di suo padre, la schiava Bila, violando un diritto ben attestato nell’antico Oriente: quello che tutelava l’harem del capofamiglia, naturalmente nell’ambito della poligamia.
Continua anche il viaggio della famiglia di Giacobbe che ora raggiunge, a Mamre-Ebron, il vecchio padre Isacco.
Ed è con la morte di Isacco che si chiude il nostro capitolo.
(Gen. 34, 1-31)
A Sichem, si apre una questione piuttosto spinosa circa i rapporti con gli indigeni, questione drammaticamente incarnata nella storia di Dina.
Sichem, l’omonimo principe ereditario della città, figlio di Camor (in ebraico “asino”, con allusione forse all’animale-totem della tribù), dopo aver violentato Dina, figlia di Lia e di Giacobbe, se ne innamora. Cerca allora di stabilire un’alleanza matrimoniale con i fratelli della ragazza, per poter riparare al “disonore” inferto a Dina e alla sua famiglia.
La legislazione in Israele, prevedeva, nel caso in cui la ragazza vergine fosse sedotta o violentata da un uomo, che egli potesse prenderla in sposa versando il consueto “prezzo” nuziale. Nel caso però in cui il padre della ragazza rifiutasse la richiesta, l’uomo era tenuto a versare una somma pari al prezzo nuziale, come risarcimento per il danno arrecato alla ragazza e alla famiglia (Esodo 22, 15-16).
Nel racconto il ruolo dei due personaggi a volte si contrappone. Nel v. 8 è Camor che tratta con i figli di Giacobbe, nei v. 11, invece, è Sichem, che fa la richiesta. Alla vicenda personale di Sichem si sovrappone quella politica, che è condotta dal padre Camor.
Sichem è interessato a Dina e Camor stringe un’alleanza con la gente nomade. Si vede come le vicende personali si intrecciano a quelle dell’intero gruppo sociale rappresentato da un personaggio. Qui Sichem e Camor rappresentano i gruppi seminomadi. La proposta di Camor era allietante: Israele avrebbe avuto la possibilità di stanziarsi come sedentario nell’area della città di Sichem e come alleato di una popolazione potente. C’era però, da risolvere anche il danno morale creato dalla violenza. Il padre del giovane è pronto ad offrire, oltre a una ricca dote per la ragazza (il “mohar”), anche un donativo di riparazione.
I fratelli di Dina fingono di accettare questa proposta così vantaggiosa; in realtà essi stanno macchinando una tremenda vendetta nei confronti di chi aveva disonorato la loro sorella. Alla radice della decisione sta il fatto che Sichem “aveva commesso un’infamia a Israele” e una cosa del genere “non doveva fare” perché immorale.
I fratelli di Dina accettano di concedere in matrimonio la sorella a una condizione: quella della circoncisione di ogni maschio di Sichem (per Israele, infatti, la circoncisione assume, nel corso della storia, un valore distintivo: è il segno dell’alleanza di Dio con il suo popolo e quindi della “diversità” di Israele rispetto agli altri popoli). Farsi circoncidere significava quindi convertirsi ed entrare a far parte del popolo eletto. Per questo nella prima comunità cristiana, inserita nella “nuova alleanza” con Dio, in Cristo, sorse il problema dell’ammissione nella Chiesa di persone non circoncise. La decisione presa a Gerusalemme dagli Apostoli fu quella di non imporre ai pagani (Greci, Romani...) questo segno, per valorizzare invece, l’appartenenza alla comunità attraverso il sacramento del battesimo e la discesa dello Spirito (Atti 10-15).
Così i cittadini di Sichem accettano la proposta e si fanno circoncidere. Al terzo giorno, dopo la circoncisione, quando dolori e febbre sono più intensi e rendono inabili i maschi a qualsiasi reazione, i due fratelli uterini di Dina, Simeone e Levi (figli di Lia, la prima moglie di Giacobbe), piombano in città e compiono non solo una vendetta, ma un vero e proprio bagno di sangue, accompagnato da una razzia e dal saccheggio: greggi, beni, proprietà, bambini e donne vengono rapinati.
Giacobbe comprende l’eccesso dei due figli e le conseguenti difficoltà per la sua famiglia; egli teme, infatti, la reazione degli altri paesi indigeni della terra promessa: i Cananei e i Perizziti.
C’è una nota da segnalare: nella storia tragica di Dina con Sichem, viene inserita la questione, che tormenterà Israele nei secoli successivi, e cioè la proibizione per gli Ebrei dei matrimoni misti, così da impedire anche l’inquinamento religioso dei popolo eletto; “Tu non ti imparenterai con le altre genti, non darai tua figlia a un loro figlio, ne prenderai una loro figlia per tuo figlio” (Deut. 7,3).
(Gen. 36, 1-43)
In questo arido capitolo genealogico, si elencano i discendenti di Esaù, le loro ramificazioni tribali, le regioni da esse occupate, le dinastie da loro derivate. In questo elenco ci sono nomi noti e meno noti, pur sempre significativi per la storia del suo popolo, anche se si trattava di tribù edomite, imparentate con gli Ebrei, ma fieramente ostili.
Il filo dei nomi si distende quasi in tre tappe:
1) Si elencano i diretti discendenti di Esaù (vv. 1-19).
2) Entra in scena Seir l’hurrita con la sua discendenza, cioè gli indigeni del territorio occupato successivamente dai figli di Esaù: gli Edomiti (vv; 20-30).
3) Si introduce la lista dei re di Edom, un documento antico, considerato prezioso dagli studiosi (vv. 31-43).
Nella tradizione biblica il territorio di Seir (termine ebraico: “peloso”) è associato con Esaù; questo territorio si trova nella parte meridionale di Canaan, ai piedi della catena montuosa che si estende lungo la regione del Mar Morto. Sulla montagna di Seir si stabili Esaù, quando si divise da Giacobbe. Poiché Esaù è “Edom”, la montagna di Seir diventa il territorio degli Edomiti, ad Esaù vengono fatte risalire le loro origini (Gen. 36,9).
L’interesse della Bibbia, per le origini e la storia degli Edomiti o Idumei, è motivato dal fatto che essi sono imparentati con gli Israeliti. Il loro capostipite è infatti, Esaù-Edom, fratello di Giacobbe-Israele. Nonostante i due popoli si siano spesso affrontati in guerra, il libro dei Deut. 23,8 riteneva questo legame familiare (cioè di clan) molto forte: “Non avrai in abominio l’Idumeo, perché è tuo fratello”.
Gli Hurriti (da “hor” = “grotta”, sarebbero gli “abitanti delle grotte”, del territorio di Seir, prima che lo conquistasse il clan di Esaù-Edom. Secondo una tradizione presente nel Libro del Deut. 2,22 “... i figli di Esaù, che abitano in Seir, sterminarono gli Hurriti, davanti a loro”, più probabilmente, però, si trattò di una fusione tra le due razze.
I Tematiti (termine ebraico: “Teman” indica il “Sud”) abitavano anch’essi nel territorio di Edom.
(Gen. 37, 1-36)
Uno degli ultimi libri dell’A.T., quello della Sapienza, composto alle soglie dell’Era cristiana, così riassume la storia di Giuseppe, che ora stiamo per leggere:
“La Sapienza non abbandonò il giusto venduto, ma lo preservò dal peccato. Scese con lui nel carcere e non lo abbandonò mentre era in catene, finché gli procurò uno scettro regale e potere sui suoi avversari; smascherò come menzogneri i suoi accusatori e gli diede una gloria eterna” (Sap. 10, 13-14).
Questa storia è molto unitaria e quasi a sè stante, elaborata forse all’epoca di Salomone (X sec. a.C.) e ripresa dalle varie tradizioni che l’hanno, però conservata nella sua perfetta bellezza.
La figura di Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe e Rachele (Gen. 30, 22-24), ha i tratti caratteristici del sapiente secondo l’antico Oriente: sa interpretare i sogni, è dotato di timore di Dio (42,18), perdona il male ricevuto, rifugge dalla tentazione della donna straniera, è un ottimo politico. Gli studiosi sono convinti che la storia che ora leggeremo sia esistita, come una specie di parabola esemplare, per illustrare la figura del vero sapiente e poi sia stata applicata a Giuseppe con l’inserzione di molti elementi specifici riguardanti l’Egitto. Si preparava, così, un ponte di collegamento col libro successivo: l’Esodo, che vedeva gli Ebrei ormai stanziati in Egitto.
La storia inizia con il soggiorno di Giacobbe a Ebron (Gen. 35, 27-29) la terra dove suo padre, Isacco, aveva dimorato. Tutto comincia con la rivelazione di due sogni (i dodici covoni e le dodici stelle), che hanno la funzione di esaltare la figura di GIUSEPPE sopra quella dei fratelli. E’ noto che il “sogno” è considerato nella Bibbia non tanto come un fenomeno naturale, cioè legato alla coscienza e all’inconscio, quanto piuttosto come una rivelazione divina. Si ha quindi un’anticipazione del destino futuro di Giuseppe.
In molte culture, sogno, sonno e visione costituiscono alcuni modi attraverso i quali Dio si manifesta all’uomo o interviene nella sua storia. La storia di Giuseppe (Gen. 37-50) risente anche della cultura egiziana, dedita alla magia e alla divinazione. La “magia” era una “tecnica” elaborata dall’uomo per dominare tutto ciò che incuteva paura e che appariva incontrollabile. La “divinazione” invece comprendeva l’astrologia e l’interpretazione dei sogni, ed era diffusa soprattutto tra la classe sacerdotale.
Ma torniamo al racconto: ancora una volta scatta la tensione tra fratelli (si ricordino le storie di Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù). Essa raggiunge il suo vertice proprio nel celebre episodio della vendita di Giuseppe, come schiavo.
Giuseppe sta cercando i fratelli su incarico del padre, Giacobbe, e li incrocia a “Dotan” a dodici miglia da Sichem, il luogo della strage compiuta dai figli di Giacobbe per la violenza fatta alla loro sorella (cap. 34).
Qui scatta la decisione unanime di uccidere Giuseppe, ma Ruben propone e ottiene dai fratelli di calarlo in una cisterna. Avrebbe pensato lui a farlo riemergere.
Ora Giuseppe è davanti ai suoi fratelli, con la sua “tunica dalle maniche lunghe” (in ebraico “Ketonet”), regalatagli dal padre; essa era simbolo di distinzione e di grande dignità. Era un abito che scendeva fino ai piedi e contraddistingueva i principi e le principesse (2Sam. 13, 18-19). Gli altri fratelli di Giuseppe, dediti alla cura del gregge e alle attività spicciole di ogni giorno, indossavano una tunica corta e senza maniche.
La cattiva fama dei pastori (cui allude il v.2) si riferisce alla loro tipica condizione di pastori. I contadini li ritenevano briganti perché spesso sconfinavano col gregge nei campi coltivati, rovinando il raccolto. Nell’ambito sacrale erano poi considerati “impuri”, cioè non idonei ufficialmente al culto e alla preghiera.
I fratelli di Giuseppe, negandogli il saluto, (in Oriente aveva una grande importanza; esso comprendeva gesti come alzarsi in piedi, scendere da cavallo, baciarsi, prostrarsi, abbracciarsi; e parole soprattutto col termine “shalom”= “pace” ; negare il saluto, come fanno i fratelli di Giuseppe, significava la rottura di ogni rapporto) lo afferrano e lo gettano, secondo il consiglio di Ruben, in una cisterna vuota. Le cisterne erano destinate a raccogliere l’acqua piovana e venivano scavate in ogni terreno, anche nel deserto. Nel periodo estivo esse erano di solito asciutte e potevano prestarsi ad altri usi. L’uso della cisterna come prigione, oltre che in questo episodio, si trova anche in Geremia 38,6 dove il profeta vi fu calato per ordine del Re. All’orizzonte appare una carovana di Ismaeliti (tribù araba discendente di Ismaele), carica di “gomma” (era un prodotto della resina di adragante: gomma che trasuda da alcuni alberi dell’Asia, veniva usata in Egitto per far aderire le bende delle mummie), di “balsamo”(sostanza resinosa odorifera che stilla da alcune piante tropicali, veniva usata come profumo e come medicamento; dalla sua resina si produceva anche l’incenso) e di “resina” (prodotto vischioso con proprietà plastiche, in realtà era un prodotto del“laudano”: medicinale a base d’oppio, usato in Egitto come cosmetico e medicinale). La carovana era diretta dalla regione di Galaad (in Transgiordania) verso l’Egitto. Entra in scena Giuda, figlio di Lia (29,35) che ripropone il salvataggio del fratello, così come aveva fatto Ruben. Giuda suggerisce la vendita del fratello come schiavo a quei mercanti.
A prendere le difese di Giuseppe sono Ruben e Giuda, suoi fratelli. Probabilmente abbiamo qui l’intreccio di due diverse tradizioni: Eloista e Jahwista. La prima, formatasi nei territori delle tribù del Nord, privilegia Ruben, loro eroe. La seconda (Iawhista), sorta nel territorio del Sud, privilegia Giuda. Bisogna però, notare che Ruben è il primogenito ed è in questa veste che interviene. Le due stesse tradizioni si intrecciano nel presentare la differente identità dei mercanti ai quali viene venduto Giuseppe. La tradizione Eloista accenna ai Madianiti (popolazione nomadica che la Genesi collega ad Abramo e alla seconda moglie Chetura: Gen. 25,2), quella Iahwista agli Ismaeliti.
L’autore biblico descrive il dolore di Giacobbe alla finta morte di Giuseppe con i tradizionali riti orientali del lutto: stracciarsi le vesti, legarsi il cilicio ai fianchi, lamentarsi e gridare.
L’obiettivo ora si sposta da Giuseppe che è venduto come schiavo a un alto funzionario egiziano, l’ ”eunuco” del Faraone Potifar, a una vicenda particolare che riguarda Giuda, uno dei figli di Giacobbe.
Col termine “eunuco” si indicava un uomo sessualmente impotente, che, perciò, veniva incaricato di custodire l’abitazione delle donne nel palazzo reale (harem). Nel linguaggio biblico assume anche il significato di “maggiordomo” o uomo di fiducia, al quale venivano affidati alti incarichi (2 Re 25,19). Riferito a Potifar, di cui sappiamo che era sposato, il termine probabilmente va inteso in questo secondo senso.
(Gen. 38, 1-30)
Questo intermezzo, nella storia di Giuseppe, ha alla base la giustificazione di un’usanza legale, codificata dalla Bibbia (Deut. 25,5), ed è chiamata dagli studiosi “levirato” (dal latino “levir” - “cognato”). Vediamo di che cosa si tratta: se un uomo moriva senza lasciare figli, i suoi fratelli o i parenti prossimi dovevano sposare la vedova per assicurare al fratello defunto la discendenza: segno di immortalità nel tempo e di continuità della stirpe. La sopravvivenza del proprio nome nella discendenza era molto importante nella mentalità dell’antico Oriente. Questa era l’unica condizione che permetteva di superare la limitatezza della vita, segnata dalla morte. Il destino del singolo era quello di scendere nello “sheòl”, luogo delle ombre, ma il suo nome poteva rimanere sulla terra e continuare a vivere nei discendenti. Oltre a una forte solidarietà “orizzontale” tra i membri della stessa famiglia o clan, esisteva, infatti, una profonda solidarietà “verticale” fra antenati e discendenti, tanto che le azioni dei padri e degli avi avevano effetto, a seconda dei casi, sull’esistenza dei figli e dei discendenti (Esodo 34,7).
Il figlio nato da questa unione (cioè dalla vedova con un fratello o un parente del defunto) era ufficialmente considerato stirpe del defunto.
Ora Giuda trovò moglie al suo primogenito “Er”, la donna si chiamava “Tamar”, ma “Er”, morì, e l‘altro figlio di Giuda, “Onan”,non ne vuole sapere di adempiere al dovere del levirato, ben sapendo che l’eventuale figlio non sarebbe stato suo. Per questo motivo Onan evita sistematicamente di mettere incinta la cognata Tamar, disperdendo il suo seme fuori dal grembo della donna. E’ da lui, com’è noto, che è originato il termine “onanismo” inteso genericamente anche come “masturbazione”. In realtà, come si diceva, si tratta di un costume ben più preciso, quello a cui fa riferimento il nostro racconto (cioè il levirato).
Tamar decide, allora, di far rispettare questa legge, che doveva onorare la memoria di suo marito, attraverso uno strano stratagemma: essa si traveste da prostituta e, in una località ove si era recato Giuda per impegni di lavoro, lo adesca1, costringendolo, almeno lui, ad avere un rapporto con lei (se il figlio Onan si rifiuta, sarà Giuda, il padre, a dare una discendenza a Er, marito di Tamar). Il racconto non si preoccupa di far notare l’immoralità del mezzo adottato. Tutta l’attenzione, infatti, è concentrata sul diritto del “levirato”, una legge che Tamar vuole far osservare.
La lingua ebraica conosce due termini per indicare la “prostituzione”. Il termine “zonah”, indica la donna che si prostituisce per denaro (Proverbi 6,26: “la prostituta cerca un pezzo di pane”). Con il termine: “qedeshah” = “donna sacra”, si indica, invece, la prostituta del tempio, o sacra. Questa figura di prostituta era ufficializzata dalle religioni mesopotamiche e collegata con i riti della fecondità: unirsi con loro significava comunicare con il divino. La prostituzione sacra era severamente proibita in Israele (Deut. 23, 18-19).
Tamar, per essersi fatta valere nell’assicurarsi i suoi diritti di vedova, viene ammirata nel mondo biblico, come esempio di risolutezza e di accortezza (Rut 4,12). Insieme con Raab, Rut e Betsabea (la moglie di Una), anche Tamar diventa uno degli anelli determinanti nella genealogia di Gesù (Mt. 1,3).
La presenza di queste donne, dalla storia matrimoniale così discutibile, nella linea genealogica, che conduce al Messia, viene interpretata alla luce delle scelte libere e gratuite di Dio, che guida la storia, non soggetto a condizionamenti umani.
Torniamo al racconto: Tamar con abilità si fa consegnare da Giuda, in attesa dell’invio del capretto, (per pagare il suo “debito”) ilsigillo (che conteneva inciso il proprio nome; era a forma di anello o cilindro forato e si portava al collo), il cordone (che regge al collo il sigillo), e il bastone (con incisi i simboli della tribù); tutto questo equivaleva alla nostra carta d’identità.
Quando Giuda cerca di riavere questi pegni, per pagare la sua “prestazione” col capretto, scopre con sorpresa che quella donna si è quasi volatilizzata, anche i residenti non ricordano di aver mai visto una prostituta in quella strada, e Giuda si rassegna alla perdita di quei documenti.
Ecco, però, che nella famiglia si sparge una voce: Tamar è incinta e non di un membro del clan della sua famiglia! Si è quindi prostituita ad altri e merita la condanna a morte per adulterio, cioè il rogo alla porta della città. Ma a questo punto la donna, in modo astuto, porta a compimento il suo piano: il sigillo col suo cordone e il bastone sono la prova schiacciante. E Giuda riconosce che quella donna era più giusta di lui, perché egli non si era preoccupato di concederle un membro della famiglia che adempisse al dovere del “levirato”.
Giunge, allora, per Tamar il momento del parto: sono due gemelli. E’ curioso notare il modo con cui si cerca da parte della levatrice di determinare quale sia il primogenito, per i ben noti diritti ereditari (si ricordi la nascita di Esaù e Giacobbe). Si ricorre, dunque, a un filo scarlatto come contrassegno che viene legato attorno alla mano di colui che verrà chiamato: “Zerach” (cioè “filo scarlatto”, legato alla sua mano prima di uscire). In realtà a uscire per primo dal grembo di Tamar sarà “Esrnz” (che in ebraico significa: “breccia”, il cui nome rimanda alla spiegazione dell’ostetrica: “come ti sei aperto una breccia?”) . Perez è il capostipite dei Perizziti, ed è tra gli antenati di “Booz”, che è all’origine del casato di Davide. Ancora una volta i nomi di personaggi che daranno origine a clan ebraici vengono spiegati in modo libero e popolare.
Nascono, così, due figli al defunto “Er”, marito di Tamar, e la legge del levirato ha raggiunto il suo scopo.
(Gen. 39, 1-23)
Alla figura di Tamar, donna ribelle all’ingiustizia, si accosta ora quella di un’altra donna da condannare perché pronta a compiere un’ingiustizia: è la moglie di Potifar, che incarna, nel nostro racconto, il simbolo della donna straniera seduttrice, spesso condannata dalla sapienza biblica, perché fa deviare l’ebreo dalla sua fede e dalla sua morale. Infatti nel libro dei Proverbi 7,18 si parla di una donna straniera: “audace, insolente, che afferra un giovane, lo stringe, e con fare sfrondato gli dice: Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino, perché mio marito non è in casa”.
Ora la moglie di Potifar tenta di conquistare quel giovane ebreo, che suo marito ha nominato sovrintendente del suo palazzo.
Questo passo biblico rivela qualche collegamento con un’opera egiziana, dal titolo: “Il racconto dei fratelli” una specie di novella composta tra il 1500 e il 1000 a.C. “Due fratelli vivevano insieme. Il maggiore, aveva una casa e una moglie; mentre il minore lo serviva nei campi. Un giorno il minore entrò in casa per prendere delle sementi e la moglie di suo fratello lo invitò a unirsi a lei. Egli respinse con forza i suoi tentativi, perché voleva mantenersi fedele al fratello, perché era come un padre per lui,. A sera il fratello maggiore tornò a casa e trovò la moglie piena di ferite, che si era inferta da sola; essa mosse una falsa accusa contro il fratello minore”.
E’ possibile, quindi, che i due racconti (questo della Genesi e quello egiziano), si siano influenzati a vicenda.
Così, Giuseppe, calunniato presso il suo padrone, è gettato in carcere (nel mondo antico la prigione non era concepita come nel nostro tempo: si teneva qualcuno in carcere in attesa del processo che avrebbe appurato i fatti, o in attesa dell’esecuzione della sentenza capitale a processo avvenuto; non esistevano edifici destinati a carcere, ma venivano adibiti a celle di detenzione alcuni locali dei palazzi reali o di altri edifici).
Ma ecco apparire un altro elemento costante nella nostra narrazione: quello della provvidenza divina che non dimentica il giusto oppresso.
(Gen. 40-41)
In carcere Giuseppe è oggetto di benevolenza, il direttore del carcere gli affida, infatti, il controllo dei detenuti. Un giorno entrano in cella due alti funzionari: il capo-coppiere (che era incaricato di vigilare su quanto veniva portato sulla tavola del sovrano, per prevenire ogni tentativo di avvelenamento), e il capo-panettiere (che era incaricato di preparare per la mensa del sovrano i cibi fatti con pasta: pane, focacce, torte), che erano a servizio del Faraone, in attesa, però, di giudizio per un delitto non specificato: “offesero il loro padrone, il re d’Egitto”. Questi due alti funzionari fanno un sogno nella stessa notte e Giuseppe riesce a interpretarli perfettamente, così anche il sogno del Faraone viene spiegato da Giuseppe (le sette vacche e le sette spighe), che, però, rimanda direttamente a Dio la sua interpretazione. Il nome egiziano “Faraone”, significa “casa grande”. Questo titolo veniva dato a ogni sovrano d’Egitto ed esprimeva bene il suo potere politico ed economico. A lui erano attribuiti i caratteri della divinità, il diritto di vita e di morte sui sudditi. Nel faraone era simboleggiata la forza del Sole e delle piene del Nilo, la forza delle armi e dei guerrieri e delle braccia dei contadini. La sua morte era un grande lutto per l’Egitto). Contrariamente alla mentalità egiziana e babilonese, che attribuiva al Re, prerogative divine e ai sacerdoti capacità divinatorie, ritenendoli destinatari dei misteri della scienza e della natura; la Bibbia proclama che a Dio solo competono queste caratteristiche. Il sapiente, secondo la Bibbia, è colui che si sottomette a Dio e valuta ogni cosa alla luce della fede. I sapienti nell’antico Oriente erano dei veri e propri “tecnici” o “intellettuali”, preparati in apposite “scuole di sapienza” La sapienza di Giuseppe, invece, non è frutto di scuola, non è una predisposizione intellettuale è, al contrario, un dono divino maturato attraverso le amare esperienze di vita. E’ questa la vera sapienza.
Il testo biblico è di facile lettura e spiegazione Così Giuseppe viene nominato viceré d’Egitto (nella civiltà egiziana gli anni si computavano con il succedersi delle dinastie. Dalla XVIII dinastia compaiono due “visir” che affiancavano il Faraone nell’organizzazione del regno: uno per l’Egitto inferiore e uno per l’Egitto superiore. Questo vasto paese, infatti, era composto da due grandi regioni, che verso il 2850 a.C. vennero unificate). L’autore biblico dimostra una buona conoscenza del mondo antico egiziano, si preoccupa di definire tutti gli aspetti di questo solenne insediamento: c’è la formula di investitura (Gen. 41,41), seguela consegna dell’anello (o sigillo, per l’autenticazione dei decreti e le disposizioni del Faraone (Ester 3, 12; 8,8); l’anello era anche segno di potere e di autorità; si offrono gli abiti da cerimonia di lino finissimo, che distingueva i “visir”(ministri del faraone), questo lino in greco si chiamerà poi “bisso”; si impone, quindi, la collana d’oro (alla quale era infilato il sigillo o anello, essa era pure distintivo dell’alta carica di cui Giuseppe era investito ; v. 42). Si esce poi per la parata: Giuseppe è sul cocchio che segue immediatamente quello del faraone, mentre gli araldi gridano un termine: “Abrek” (“Inchinatevi”), che invita alla venerazione e all’omaggio durante il passaggio del corteo di un uomo così importante
Presentato davanti a tutti, con una nuova formula di investitura (Gen. 41,41), Giuseppe entra nella nobiltà egiziana, con un nuovo nome egiziano “Zafnat-Paneach” (“Dio parla: che egli viva”), e con un matrimonio principesco; sua moglie sarà “Asenat” (“colei che appartiene a “Neit” = la dea della regina del cielo), la figlia del sommo sacerdote del dio Sole, del tempio di “On” (grande città consacrata al popolare dio egiziano “Ra”), cioè la successiva “Eliopoli”, ora alla periferia del Cairo. Da quel matrimonio alla coppia nasceranno due figli. Il primogenito sarà chiamato “Manasse”, (un nome che ricordi il passato di ebreo ma anche un nome che faccia “dimenticare” il passato amaro), così, infatti è spiegato dalla Bibbia. Il secondo è “Efraim”, ed è in se una memoria delle promesse divine che sempre si attuano, nonostante le prove (“Dio mi ha reso fecondo”).
(Gen. 42 - 45)
Dopo una lunga parentesi, rientrano in scena i fratelli di Giuseppe; la morsa della fame li convince a partire per l’Egitto per sopravvivere. Partono solo in dieci, perché il vecchio Giacobbe non vuole esporre a pericoli l’altro figlio prediletto, Beniamino, nato da Rachele, morta proprio durante il parto (Gen. 35, 16-20).
Giuseppe ha davanti a sè i suoi fratelli prostrati e li riconosce, e il suo pensiero corre ai sogni della sua giovinezza (quello dei covoni e delle stelle). Giuseppe, allora, inizia un serrato interrogatorio dei fratelli, accusandoli di spionaggio.
Gli Egiziani, infatti, che alla fine del XVIII sec. a.C. avevano subito l’invasione degli “Hyksos” (chiamati anche: “re-pastori”), erano molto attenti alle infiltrazioni di stranieri nel loro territorio. L’ingresso in Egitto era controllato da tre “porte”. La prima era situata verso la Libia, a occidente; la seconda verso la Nubia, l’attuale Suclan, e sbarrava il passo alle popolazioni africane; la terza, quella orientale, si apriva verso le regioni dei Cananei e della Mesopotamia ed era la più importante e meglio custodita.
Quanto alle spie (Gen. 42,9) il termine egiziano “ptr”, indica 1’ esploratore che si infiltra nel paese nemico per osservare e riferire. Il resto del racconto è lineare, Giuseppe, dopo aver messo alla prova i fratelli e aver constatato il loro pentimento, manda a chiamare Beniamino, ma Giacobbe non si rassegna a cederlo, vedendo i pericoli attorno a lui e non riuscendo a sopportare l’idea di vivere senza di lui: “Se gli capitasse una disgrazia... voi farete discendere i miei bianchi capelli con dolore nell’ “oltretomba” (Sheòl).
Lo Sheòl è per gli Ebrei l’oltretomba come dimora dei morti.
“Discendere nello Sheòl” equivale a morire. Di uno che muore “sazio d’anni” e di morte naturale si dice che “scende in pace nello Sheòl”. Chi invece muore afflitto dalle pene o dalle malattie, vi scende con dolore (Gen. 42,38).
Lo Sheòl è un abisso, un luogo di tenebre, dove il defunto è nella totale inattività. Presso gli Egiziani l’oltretomba era concepita in forma molto elaborata: con la morte, il defunto intraprendeva un lungo viaggio verso il dio Sole, superando molti ostacoli e pericoli. Così, per facilitargli l’impresa, nella sua bara venivano collocate formule magiche, incantesimi e preghiere. La sopravvivenza nell’aldilà dipendeva dalla conservazione del cadavere: questo spiega il ricorso degli Egiziani alla mummificazione.
Intanto, Giacobbe, si decide a far partire Beniamino con i fratelli verso l’Egitto. Questa narrazione ha lo scopo di collegare in modo sempre più consistente la presenza dei “figli d’Israele” in Egitto con la loro successiva oppressione e liberazione descritta nell ‘Esodo.
Giuseppe alla vista di Beniamino, si commuove e piange, offre poi a tutti i fratelli un pranzo succulento, consumato secondo l’etichetta egiziana: gli Egiziani non potevano essere commensali con gli Ebrei, perché evitavano ogni contatto con gli stranieri e non si servivano dei loro utensili; a questo si aggiunge il fatto che Giuseppe non mangia con loro perché è ancora il viceré egiziano e non il loro fratello.
Dopo il pranzo, vengono riempiti i sacchi di viveri; ma nel sacco di Beniamino, Giuseppe, insieme con denaro del pagamento del grano, aveva fatto scivolare la sua coppa d’argento.
La “coppa” è simbolo di abbondanza e di immortalità (Salmo 23,5: “la mia coppa è traboccante”). Essa veniva usata anche come strumento di comunione con la divinità. Secondo l’uso magico, l’osservazione del movimento di alcune gocce d’olio in una coppa piena d’acqua o dalle configurazioni di alcune macchie poteva condurre a previsioni indovinate. Il furto della coppa, considerato oggetto sacro, era punito con la morte.
Giuseppe intanto si fa riconoscere dai fratelli e nelle sue parole rivolte ai fratelli, l’autore biblico rivela, il progetto di Dio sul suo popolo e la sua provvidenza amorosa: Dio ha tratto il bene dal male: “Dio mi ha mandato avanti a voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente (Gen. 45,7)”. Nell’originale ebraico la parola “sopravvivenza”, è resa con un termine che indica il “resto”.
Si tratta di un vocabolo che avrà un grande rilievo nei profeti. Il “resto” è il segno della continua presenza di Dio nella storia, del suo progetto di salvezza che si attua nonostante le contraddizioni e le difficoltà delle vicende umane. All’orizzonte della vicenda di Giuseppe, l’autore sacro vede già profilarsi la salvezza futura dei “figli d’Israele”, cioè del popolo ebraico, dall’oppressione del Faraone. Questo popolo non verrà mai totalmente distrutto, ma vi sarà sempre un “resto” che sopravviverà, come segno della fedeltà di Dio alle promesse fatte a Israele.
Così Giuseppe concede ai fratelli, dopo che sono andati a prelevare anche Giacobbe, di abitare nella terra di “Gosen”, che è il nome della regione egiziana, dove si stabiliscono gli Israeliti venuti in Egitto: è situata nel delta del Nilo ed è particolarmente fertile e adatta al pascolo. Il territorio di Gosen comprendeva la zona di pascolo per l’inverno, che si estendeva fino a Gaza (Giosuè 10,41), e la zona di pascolo per l’estate, localizzata nella pianura irrigata dai canali del Nilo, presso l’attuale istmo (lingua di terra che separa due zone di mare) di Suez.
(Gen. 46, 1 - 34)
Le ultime pagine della Genesi, vanno oltre il racconto della vicenda di Giuseppe che stiamo seguendo dal cap. 37. Esse vogliono, infatti, stabilire un ponte di collegamento tra la storia dei Patriarchi - che ha occupato l’intero libro della Genesi - e le vicende dell’Esodo che si apriranno davanti a noi.
Lo spostamento del clan di Giacobbe in Egitto dalla terra di Canaan, prepara l’evento successivo del ritorno nella terra promessa, cantato nel libro dell’Esodo. Qualche studioso, ha cercato di giustificare storicamente questo trasferimento ricorrendo a quel vasto spostamento di popoli che si registra a partire dal XVIII fino al XVI sec. a.C. e che introduce una mutazione di potere in Egitto, con l’avvento del gruppo complesso di popolazioni semitiche note come gli Hyksos.
Mentre per la Genesi la spinta alla trasmigrazione del clan di Giacobbe in Egitto, inizialmente era il dramma della carestia, ora, però, il motivo si fa più umano e personale ed è l’incontro di un padre: Giacobbe col figlio: Giuseppe, ritrovato.
Giacobbe, in una visione, viene assicurato del viaggio senza rischi in Egitto. “Non temere”: questo invito ricorre nelle parole che Dio rivolge ai Patriarchi. Lo abbiamo visto in Gen. 15,1 rivolto ad Abramo, e in Gen. 26,24 rivolto ad Isacco. In entrambi questi passi Dio rinnova le sue promesse di protezione e di benedizione; “Non temere”, è un invito a confidare nella vicinanza del Signore, nonostante i pericoli e le difficoltà che si presentano. Nel nostro contesto (v.3) ci si riferisce ai pericoli del viaggio e dell’andare a stabilirsi in terra straniera.
In questa visione ritornano le parole della promessa divina ma anche il destino dello stesso patriarca, difatti, l’espressione “Ti farò risalire”, si applica concretamente a lui, la cui salma ritornerà nella terra dei padri, ma in questa espressione si può anche intravedere anticipatamente il destino d’Israele schiavo d’Egitto e liberato dal Signore.
Nei racconti biblici è frequente il caso in cui Dio appare a un personaggio di notte, durante il sonno: avviene per Abramo (Gen. 15, 12-20); per il re Abimelech (Gen. 20,3); e per lo stesso Giacobbe (Gen. 28, 12-17). Questo modo dl intervenire di Dio nella storia dell’uomo si trova anche nel N.T. Nei primi due capitoli del Vangelo di Matteo: un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, per invitarlo a prendere Maria in casa con sè (Mt. 1,20); i Magi sono avvisati in sogno di non tornare da Erode (Mt. 2,12); Giuseppe è avvertito con un sogno di fuggire in Egitto con Maria e il bambino (Mt. 2,13). E’ questo un modo per indicare che la rivelazione divina avviene in una dimensione e con modalità a volte misteriose e superiori all’ordinaria comprensione che noi abbiamo dell’esistenza umana.
A questo punto l’autore biblico disegna la mappa dell’itinerario di Giacobbe in Egitto, con tappe e dati significativi. La prima tappa è Bersabea, cara alla memoria di suo nonno Abramo (Gen. 21, 22-34) e di suo padre Isacco (Gen. 26, 23-25).
Dopo Bersabea, la carovana si mette di nuovo in marcia. E’ a questo punto che viene inserita una lunga lista genealogica, che vuole idealmente segnalare il passaggio della famiglia di Giacobbe da tribù a popolo, cioè alla nazione “Israele”.
L’elenco comprende i figli di Giacobbe, che scendono ora in Egitto, da Ruben, il primogenito, a Simeone, da Levi a Giuda, da Issacar a Zabulon, tutti nati dal matrimonio con Lia. A essi vengono aggiunti i nominativi dei rispettivi figli per un totale di 33 persone. Seguono poi Gad e Aser (figli di Zilpa, la schiava di Lia), con i loro figli, per un totale di 16 persone. A essi si uniscono i discendenti di Clan e Neftali (figli di Bila, la schiava di Rachele), per un totale di 7 persone. Infine i figli di Giuseppe e Beniamino, nati da Rachele, e che occuperanno la parte successiva dell’elenco, sono 14 persone.
Sommando i 33 figli del matrimonio di Giacobbe con Lia con quelli di Giacobbe avuti con Rachele (e le due schiave), che sono 37, si raggiunge la somma di 70, numero perfetto, diverso dal 66 (indicato nel v. 26), ma segnalato nel v. 27. Si intuisce, perciò, che in questo testo i numeri non devono essere assunti in modo rigoroso, ma simbolico; col numero 70 che si ricollega al numero 7, che indica la completezza e la perfezione di una realtà, si vuole indicare un popolo compatto e perfetto nella sua entità.
Finalmente la carovana giunge in Egitto, nella regione di “Gosen”, dove essi possono svolgere la loro attività di pastori, che il capitolo conclude (Gen. 46,34) con un’annotazione polemica: “Sono in abominio per gli Egiziani”; forse qui si intende indicare il disprezzo che gli Egiziani avevano nei confronti dei pastori. Il testo però, con la menzione dell’abominio nei confronti dei pastori, rimanda anche all’ ”abominio” verso gli Ebrei-pastori. Comunque il Faraone aggiunge la possibilità per i fratelli di Giuseppe, di una particolare carriera nella burocrazia egiziana, soprattutto per i più capaci: “Costituiscili sopra i miei averi come capi del gregge” Cv. 6)
(Gen. 47, 1 - 31)
La storia di Giuseppe ha raggiunto il suo scopo primario; Giacobbe “benedice il Faraone”: questo gesto richiama la promessa di Dio ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le tribù della terra”. I Patriarchi, e poi il popolo d’Israele, sono il segno della presenza di Dio in mezzo a tutti gli uomini.
Dopo l’udienza, i fratelli di Giuseppe, si stabiliscono, secondo l’autorizzazione del Faraone, nel fertile “territorio di Ramses”. Precedentemente si parlava di “terra di Gosen”: questa variazione è dovuta a una mano posteriore, la quale ha introdotto nel testo un nome egiziano celebre, appunto “Ramses”, che è il nome di “faraoni” che governarono tra il 1300 e il 1100 a.C.
Ramses II (1290-1224 a.C.) diede un grosso impulso all’edificazione di monumenti e alla fondazione di città. Nella zona del delta del Nilo, egli fece costruire la città che porta il suo nome, menzionata qui (Gen. 47,11) e che ritroveremo in Esodo 1,11
Certamente questi faraoni appartenevano a un periodo successivo agli eventi che stiamo narrando. Il testo, che si trova in Gen. 47, 13-26, è un’aggiunta alla storia di Giuseppe per spiegare al semplice lettore l’origine del tipo di amministrazione della terra d’Egitto, così come era condotta al tempo in cui la storia fu scritta (si noti l’espressione: “fino al giorno d’oggi” in Gen. 47,26). Sappiamo da altre fonti che in Egitto tutta la terra era proprietà del Faraone. Giuridicamente il possesso privato non esisteva: chi coltivava la terra lo faceva per conto del Faraone e gli versava una parte del raccolto. Questo valeva anche per le persone che erano considerate suoi schiavi, e il faraone li dislocava nel suo territorio a suo piacimento.
Questa organizzazione era molto diversa da quella israelitica, basata sulla proprietà privata, collegata ad una struttura sociale imperniata sulla famiglia e sul clan.
Da tutto il racconto di questa legislazione egiziana, appare, però, la figura di Giuseppe, come abile amministratore, politico capace e perfetto sapiente.
In questa legislazione, solo i Sacerdoti avevano dei privilegi e rendite autonome, - questa particolare condizione era collegata alla loro funzione nel culto - dato che dovevano propiziare la benevolenza della divinità, necessaria per la prosperità del paese, secondo le credenze del tempo. Normalmente i Sacerdoti avevano il diritto ad una parte del raccolto ogni anno e a prelevare per sè parte delle offerte che venivano portate al tempio. Potevano avere anche la proprietà della terra intorno al santuario.
Ora viene ripreso il filo del racconto, interrotto dalle notizie sulla gestione della crisi economica dell’Egitto, da parte di Giuseppe. Ma l’attenzione ora si sposta sulla figura di Giacobbe, la cui vita si sta spegnendo. Al momento dell’arrivo in Egitto egli aveva confessato di avere 130 anni (Gen. 47,9). Sono ormai trascorsi altri anni: egli ha adesso 147 anni e il termine della sua vita è ormai raggiunto. Abramo, stando a Gen. 25,7 era morto a 175 anni. Isacco a 180 anni. Più breve è dunque la vita di Giacobbe e ancor più breve sarà quella di Giuseppe: 110 anni. In questi numeri di anni, si vuol esaltare la lunga vita, come segno della benedizione divina.
Giacobbe, sotto giuramento affida a suo figlio Giuseppe le sue ultime volontà e il suo desiderio di ritornare, alla sua morte, nella terra dei suoi padri. Abbiamo già accennato altrove, come avveniva il giuramento: mettendo la mano sui genitali, in altri testi si dice anche: i figli “usciti dal suo fianco” Gen. 46,26 dove il termine ebraico usato è “Jarek” - “coscia” “fianco”; ma può riferirsi anche all’organo genitale; pertanto questa espressione (v.26), vuole indicare i discendenti di Giacobbe: essa è tipica delle varie lingue semitiche..
Come aveva, quindi, fatto Abramo col suo servo (Gen. 24,2), così Giacobbe chiede a Giuseppe di giurare mettendo la mano sotto la coscia, cioè sugli organi genitali, radice santa della vita, dono divino. Nella tradizione ebraica successiva il gesto è stato invece interpretato in riferimento alla circoncisione. Mettere le mani vicino al membro circonciso significava impegnarsi sul segno che sigilla l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Chi giura è legato dal giuramento così come il circonciso si è impegnato ad osservare l’alleanza del Signore.
(Gen. 48, 1-21)
Il racconto, a questo punto, ha una svolta inattesa. In una nuova scena, dovuta probabilmente, a una tradizione differente, Giuseppe riceve la notizia improvvisa della malattia di suo padre. Egli, allora, accorre con i suoi tigli. Giacobbe desidera adottare i due figli di Giuseppe, Efraim e Manasse, come figli propri, allo stesso modo di Ruben e Simeone.
Giacobbe adottando i due figli di Giuseppe, li equiparava ai suoi figli e quindi ai capostipiti delle tribù d’Israele. Infatti, nella storia successiva, incontreremo la tribù di Efraim e la tribù di Manasse, che svolgeranno spesso un ruolo di primo piano. In particolare Efraim sarà una delle tribù più potenti e influenti del nord di Israele, tanto che il profeta Osea sarà solito usare il nome “Efraim” per indicare tutta la popolazione del Regno del Nord. Nei passi dell’A.T. che nominano le tribù, si mantiene invariato il numero 12: quando al posto di Giuseppe, compaiono Efraim e Manasse (come accade per esempio in Numeri 1, 1-15), solitamente non compare Levi. Infatti la tribù di Levi “esce”, cioè non rientra nell’organizzazione delle 12 tribù, in quanto tutti i suoi membri assumono l’incarico di Sacerdoti, “disperdendosi”, per questo loro ruolo, in mezzo alle altre tribù.
Giacobbe, allora, vede i due figli di Giuseppe e desidera adottarli come suoi figli. Il rituale dell’adozione comprende una serie di gesti: il bacio, l’abbraccio, il porre l’adottato in grembo “tra le due ginocchia”, (quasi ad affermare che essi sono nati dall’adottante; può anche essere un riferimento alla prassi dell’adozione: prendere dei fanciulli sulle proprie ginocchia indicava che si consideravano come figli propri. Ma c’è anche un riferimento alla benedizione, poiché in ebraico “ginocchio” si dice “berek” e benedizione “berakah”. Il riferimento al ginocchio poteva rimandare agli organi genitali.
Infatti la benedizione era anzitutto un augurio di fecondità sia per la persona (Gen. 1,28), sia per la terra (Gen. 27,28). Infinel’imposizione delle mani, la benedizione. Gli ultimi due atti sono fondamentali ed è in essi che si verifica un dato sconcertante ma significativo. Sappiamo già che la “mano destra” per la Bibbia è simbolo della fortuna e del successo, è segno della potenza di Dio che interviene in favore dell’uomo creando (Isaia 48,13) o liberando il suo popolo (Esodo 15,6). Si ricordi anche il valore del nome : “Beniamino” = “figlio della destra”. La “mano sinistra”, invece, è usata per tradire e ingannare (2 Sam 20, 9-10).
Pertanto, Giacobbe, impone la mano destra sul capo di Efraim (il figlio più giovane di Giuseppe) e la sinistra su Manasse (il primogenito). Giuseppe fa notare l’errore del padre che ripete il gesto, incrociando le braccia, ora che i due ragazzi hanno cambiato posizione, quindi favorendo sempre Efraim.
Questa inversione dei ruoli nella benedizione ha un significato di tipo storico e di tipo spirituale.
Si vuole innanzitutto giustificare la preminenza storica che la tribù di Efraim avrà su quella di Manasse: non si deve dimenticare che Efraim sarà capo delle dieci tribù che costituiranno il regno settentrionale di Israele. Ma il gesto ha un valore ulteriore: quello di riaffermare le scelte divine, che non seguono le strade dell’eredità, ma quelle misteriose della grazia. Le benedizioni citate sono di taglio generale e riguardano entrambi i figli; la prima (vv. 15-16) è molto solenne e ricalca formule liturgiche in uso al tempo ( la presenza di Dio nel cammino dell’uomo), la seconda ( presente nel v. 20) si augura che i figli di Giuseppe divengano un segno di benedizione per tutti i popoli.
Compiuto il gesto dell’adozione e della benedizione, Giacobbe formula il suo testamento che comprende due clausole: la prima ci è già nota ed è un annuncio del futuro ritorno di tutto Israele alla terra promessa; la seconda riguarda un lascito specifico per Giuseppe, un appezzamento di terreno su un dosso di monte, da lui strappato in battaglia agli Amorrei, che erano una popolazione semitica nomade o seminomade che occupava la zona della Siria e della Palestina nel III millennio a.C. Qui (Gen. 48,22) e in Gen. 15,16 il termine “Amorrei” indica tutta la popolazione di Canaan, prima dell’insediamento di Israele.
(Gen. 49 - 50)
Così come sono formulate, queste benedizioni sono “commemorative”, cioè raffigurazioni della situazione di Israele durante l’epoca dei Re, perciò molti secoli dopo i patriarchi. Collegandole a Israele-Giacobbe, si volevano riaffermare le proprie radici; riconoscendole come sostegno e giustificazione del presente in cui si viveva., più che ai singoli personaggi, queste profezie sul futuro, sono rivolte alle tribù che essi rappresentavano.
La prima benedizione è per Ruben, il primogenito, e come tale dovrebbe avere una posizione privilegiata; a lui però il padre nega la primogenitura a causa del suo delitto: quello di aver profanato il letto paterno unendosi a Bila, concubina di Giacobbe (Gen. 35,22).
Di Simeone e Levi viene criticata la macchinazione con la quale eliminarono gli abitanti di Sichem per vendicare l’oltraggio subito da Dina; la loro furia omicida si ritorcerà su di loro, disperdendoli.
La più solenne benedizione è, invece, riservata a Giuda, la tribù da cui uscirà Davide e la sua dinastia. Giuda è paragonato a un leone, immagine di forza e di potenza. Si fa riferimento anche allo scettro, segno del potere regale: si richiama,, così, il regno di Davide e dei suoi discendenti, che apparteneva alla tribù di Giuda. I versetti 10-12 presentano, forse, una traccia dell’attesa messianica, di colui che deve venire per instaurare il dominio del Signore. L’asino è la cavalcatura del Messia: “... è mite e cavalca sopra un asino, sopra il puledro, figlio di un’asina” (Zaccaria 9,9 ripreso da Mt. 21,7).
Il vino e il latte sono segni di abbondanza, per indicare la prosperità e la pace che seguiranno all’avvento del Messia. Nel Libro dell’Apocalisse, al cap. 5, si riprende questo testo della Genesi, indicando il Messia come “il leone della tribù di Giuda”.
Poi appare Zabulon, tribù litoranea settentrionale: ecco perché si parla di mare, di navi, della fenicia Sidone. Issacar è rappresentato da un asino robusto immerso in un terreno ameno, a causa dell’intensa attività agricola di questa tribù, stanziata nel Nord della Palestina in un’area fertile.
Poi entra in scena la piccola tribù di “Dan”, comparata a un serpente velenoso che sta in agguato sulla strada e morde i talloni dei cavalli facendo cadere i cavalieri. Si esaltano così l’astuzia e l’aggressività di questa bellicosa tribù.
La serie di benedizioni è interrotta da una breve giaculatoria (v.18), desunta dal linguaggio dei salmi.
Di “Gad” si evocano le razzie, subite da gruppi ammoniti e arabi. “Aser”, proverbiale per la fertilità del suo territorio, ha una striscia litorale tra il Carmelo e la Fenicia; “Neftali” è, invece, una tribù libera ed elegante come una cerva, nobile per la sua cultura.
Su Giuseppe la benedizione irrompe a cascata, salendo dalla terra con le sorgenti, diramandosi nella fecondità degli animali e delle donne della tribù. Comparata a un torello forte e pasciuto, la tribù di Giuseppe è celebrata per la sua valorosa resistenza contro gli attacchi dei nemici. Una resistenza resa possibile dalla protezione di Dio, cantato con una serie di titoli: “onnipotente”, “potente”, “Dio di tuo Padre”, “Pietra d’Israele” : l’immagine della pietra o della roccia applicata a Dio indica la stabilità e il fondamento sicuro su cui poggiare. Chi confida in Dio rimane saldo e non ha nulla da temere. Deut. 32, presenta ripetutamente Dio come “roccia” su cui Israele si dovrebbe poggiare e che, invece, ha abbandonato.
Anche l’immagine del “Pastore” è attribuita al Dio d’Israele. La rappresentazione di Dio come “pastore” del suo popolo, e anche dei singoli membri del popolo, è molto frequente nella Bibbia.
Basti ricordare il Salmo 23: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla”, e il cap. 34 del profeta Ezechiele.
L’immagine è ripresa da Gesù, che la applica a sè, in Gv. 10. Questo modo di parlare di Dio deriva dall’uso, diffuso in oriente, per cui il termine “pastori” indicava i governanti, i Re. In questo senso il vero Pastore d’Israele, il suo unico Signore, è Dio che si prende cura del suo popolo con amore (Ezechiele34, 11-12), mentre i capi d’Israele non se ne sono curati (Ezechiele 34, 2-10).
Una benedizione questa, che proviene dai genitori di Giuseppe, collocato in una posizione di prestigio. Non si dimentichi che, come da Giuda deriverà la dinastia davidica che regnerà nel sud d’Israele, così da Giuseppe è nato Efraim, la tribù che dominerà il Nord d’Israele.
Chiude la sequenza delle benedizioni, “Beniamino”, piccola e battagliera tribù, comparata a un lupo rapace per la sua veemenza. Da questa rappresentazione si intuisce chiaramente come le benedizioni contengono una loro storia autonoma, riguardante le successive vicende delle tribù ebraiche. Infatti, quant’è diverso il giovane Beniamino della storia di Giuseppe, rispetto alla tribù omonima, rapace e violenta.
Compiuto questo atto solenne, Giacobbe esprime a tutti i figli l’ultima volontà, cioè il suo desiderio di essere sepolto nella grotta di Macpela ove riposano Abramo e Sara, Isacco e Rebecca e Lia. La morte è descritta come un “essere riunito ai suoi antenati”, la cui residenza definitiva era appunto là, in quella tomba di famiglia, acquistata da Abramo stesso (Gen. 23).
Dette queste parole, Giacobbe si spegne sereno. Dopo la sua morte viene imbalsamato secondo l’uso egiziano (Gen. 50,3), come avverrà per Giuseppe (Gen. 50,26).
Questi due sono casi eccezionali per gli Israeliti, e risentono delle consuetudini degli Egiziani, che ritenevano importante la conservazione del cadavere per motivi religiosi. In Israele invece il cadavere veniva solo lavato, unto con olio profumato.
Quindi Giacobbe, “imbalsamato” da medici sacerdoti, che seguivano un rituale ben collaudato a livello scientifico, dopo il lutto di 70 giorni, riservati in Egitto ai faraoni e alle alte cariche dello stato, Giuseppe chiede e ottiene il permesso di trasferire la salma di Giacobbe nella terra di Canaan. Lo stesso lutto in Israele durava sette giorni.
Così Giuseppe, con tutti i suoi fratelli, si mette in cammino verso la terra di Canaan, qui celebrano il rito funebre secondo le usanze ebraiche, che comprendeva diversi gesti: ci si stracciava le vesti e si vestiva con abiti di lutto, cioè con una “veste di sacco”: un pezzo di stoffa grezza, la stessa appunto usata per i sacchi, e che si cingeva attorno ai fianchi. Un altro segno di lutto e di dolore, spesso menzionato dalla Bibbia, consisteva nel cospargersi il capo di cenere. In questo testo della Genesi, si usano numeri simbolici: 70 (Gen. 50,3) e 7 (Gen. (70,10) per indicare la profondità del dolore per la morte di Giacobbe. In Deut. 21,13 si parla di un mese di lutto per i propri genitori.
L’autore biblico coglie l’occasione di giustificare l’importanza di una località ricorrendo a un evento antico, considerato come radice di quel luogo e della sua fama o anche del suo culto. Il luogo è “Abel-Mizraim”, che sostituisce il precedente “Aia di Atad”= “l’aia delle spine” (l’attuale GIORDANIA); il nuovo nome viene liberamente interpretato come “lamento funebre degli Egiziani”, dalle parole ebraiche “Ebel” = “lutto” e “Mizraim” = “Egitto”; in realtà gli studiosi pensano, però, che la parola “abel”, che compare nei nomi di diverse località, menzionate nella Bibbia, significhi, piuttosto, “prato” o “ruscello”.
Alcuni studiosi pensano che questa menzione, evocherebbe una diversa, antica, tradizione secondo la quale Giacobbe non sarebbe stato sepolto nella grotta di Macpela, ma a “Abel-Mizraim”, nell’attuale Giordania, appunto.
Questo rientro del corpo di Giacobbe nella terra promessa è, in un certo senso, il preannunzio di quell’itinerario futuro che anche il popolo ebraico seguirà ritornando nella terra promessa, cioè dei loro padri, dopo l’oscura e lunga parentesi della schiavitù egiziana.
Il testo della Genesi si avvia ora alla sua conclusione. Due sono i dati offerti: la conferma definitiva della riconciliazione tra Giuseppe e i suoi fratelli e l’epilogo della vita di Giuseppe.
Dalle parole di perdono di Giuseppe ai suoi fratelli emerge, ancora una volta, la figura esemplare del “sapiente”, ma anche l’intervento provvidenziale di Dio (v.20), che riesce a sempre a trarre il bene anche dal male. Queste parole fanno da sigillo all’intera vicenda della Genesi, e non solo della storia di Giuseppe.
Giuseppe muore a 110 armi ed è sepolto in Egitto. Come Giacobbe, anche Giuseppe richiede che la sua sepoltura definitiva sia nella terra di Canaan. Così Mosè, partendo dall’Egitto, prenderà con sè le ossa di Giuseppe (Esodo 13,19); dopo la conquista della terra promessa, le ossa saranno deposte in una tomba a Sichem (Giosuè 24,32).
Ormai la vicenda amara e gloriosa dell’Esodo è alle porte ed è preannunziata da Giuseppe nell’ultimo versetto della Genesi che, per ben due volte, annunzia ai fratelli la “visita del Signore”, dall’ebraico “paqad”, che indica l’intervento del Signore Dio in favore del suo Popolo, per liberarlo da una situazione di oppressione e difficoltà. In conclusione , questa “visita del Signore” è sorgente di speranza e di salvezza.
La Bibbia non va semplicemente letta o spiegata, va anche pregata. Non c’è situazione umana, individuale o comunitaria, che non trovi nella Bibbia una espressione orante, talvolta con punte di ispirazione poetica. Non c’è sentimento umano che la Bibbia non accolga e non traduca in preghiera. Non c’è esperienza storica che la Bibbia non ci aiuti a interpretare a partire dalla fede, passando attraverso le più svariate forme di preghiera. Ed è proprio con la preghiera di Giacobbe che vorrei concludere queste riflessioni: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!” (Gen. 32,27).
Catechismo della Chiesa Cattolica - Libreria Editrice Vaticana
Dizionario dei concetti Biblici del N.T. – EDB Bologna
Grande Commentario Biblico – Queriniana Brescia
Il Concilio Vaticano II – Documenti - Ed. Dehoniane Bologna
La Bibbia per la famiglia – G. Ravasi – Ed. S. Paolo
La domanda dell’uomo – G. Marinoni, C. Cassinotti, G. Airoli – Marietti
La Traccia e il Segno – R. Lanzoni e A. Santoro – Le Monnier Firenze
Pagine difficili della Bibbia (A.T.) – E. Galbiati, A: Piazza – Massimo Milano
Piccolo Glossario del Cristinesimo – Edizioni Dehoniane –Roma
Preghiere della Bibbia – C. Ghidelli – Ed. S. Paolo
Religione – Introduzione al Cristinesimo – F. Pater – SEI Torino