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INDICE
“Chiamati a divenire conformi a Cristo” (Fil 3,10)
1. La teologia dell’ascolto
(Dt 4 – 5 – 6)
Nella “Novo millennio ineunte” (N° 39-40) leggiamo:
“Il primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio. Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della Parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell’ascolto assiduo e nella lettura attenta della S. Scrittura, soprattutto poi è l’opera dell’evangelizzazione e della catechesi che si sta rivitalizzando proprio nell’attenzione alla Parola di Dio. Occorre consolidare e approfondire questa linea, anche mediante la diffusione nelle famiglie del Libro della Bibbia. In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale nell’antica e sempre valida tradizione della “lectio divina” che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta e plasma l’esistenza. Nutrirci della Parola per essere servi della Parola, nell’impegno dell’evangelizzazione. Questo è sicuramente una priorità per la Chiesa all’inizio del nuovo millennio. Dobbiamo rivivere il noi il sentimento infuocato di Paolo il quale esclamava: guai a me se non predicassi il Vangelo, chi ha incontrato veramente Cristo non può tenerselo per sé, deve annunciarlo”.
Alla luce di questa esortazione della Chiesa, mettiamoci in ascolto della Parola di Dio.
Meditiamo sul primo brano:
a) Dt 4, 1-9. Mentre negli scritti dei Profeti l’esortazione ad ascoltare la Parola del Signore invita ad aprire il cuore e la mente alla rivelazione comunicata da Dio per mezzo dei suoi inviati: i Profeti. Nel Deuteronomio, l’ascolto della Parola è orientato verso l’osservanza della legge mosaica, considerata come fonte di vita, come vera sapienza. Ma la teologia dell’ascolto, in questo Libro del Deuteronomio, non si esaurisce in questa prospettiva di tipo legalistico, cioè l’osservanza della legge, ma mette in risalto gli aspetti fondamentali con le provocazioni di grandi attualità per la nostra vita di fede. Per esempio, la fiducia nel Signore che parla, cioè l’esperienza straordinaria costituita dall’evento dell’ascolto della voce di Dio; la necessità di una guida, di un aiuto per introdurci in una lettura sapienziale della Parola, per una ricerca seria; poi ancora la prassi, l’amore, che rende fruttuoso l’incontro con la Parola.
Le ricerche esegetiche più recenti sul libro del Deuteronomio hanno messo in luce, da diverse angolature, il contesto liturgico in cui ha avuto origine questo Libro, non è quindi solamente un codice legale (anche se nei capitoli 12 –26 troviamo tutta una serie di norme e di leggi), ma è anche una raccolta di “omelie” che hanno il carattere sia di una catechesi teologica, sia di una esortazione morale sui temi maggiori dell’Alleanza. Quindi l’ambiente in cui è nato il libro del Deuteronomio è in un’assemblea liturgia di Israele, probabilmente prima dell’esilio. Un’assemblea convocata dai Sacerdoti e Leviti che custodivano il deposito della Legge mosaica e avevano il compito di ripeterla periodicamente a tutto il popolo esortandolo a restare fedele agli impegni assunti nell’Alleanza con il Signore. Quindi già allora la Parola veniva proclamata, veniva in qualche modo masticata, non per se stessa ma in vista di una fedeltà ad un impegno, ad un’alleanza. E in questo contesto liturgico e omiletico, si spiega bene l’insistenza del Deut sul tema dell’ascolto della Parola di Dio, della Legge, dei Comandamenti in base ai quali Dio ha stabilito la sua alleanza con Israele. Il verbo “schemà” (ascoltare) ricorre più di 80 volte nel libro e quasi sempre in riferimento alla Parola di Dio, proprio in vista di una fedeltà: nella misura in cui sei fedele al Signore, vivi. Noi potremmo dire: nella misura in cui interiorizzo il Vangelo, realizzo la mia esistenza di uomo, di donna, di credente. Questo invito (“Ascolta Israele”), è una formula tipica di esordio di un’omelia del Deut. Un paio di volte viene posta esplicitamente sulla bocca dei Sacerdoti per introdurre il loro discorso a tutto il popolo. In altri casi si trova all’inizio di un capitolo per indicare l’importanza della sezione omiletica.
Ho segnalato questi tre capitoli (4–5– 6).
Il cap. 4 è un’omelia sulla rivelazione del Sinai.
Il cap. 5 è un’omelia sul Decalogo.
Il cap. 6 è un’omelia sul comandamento principale dell’Alleanza.
Proprio in queste tre omelie di questi capitoli (4-5-6) il Deut ci offre anche delle indicazioni estremamente profonde per una teologia biblica dell’ascolto, che non è una moda post-conciliare, ma fa parte della nostra fede ebraico-cristiana. E nell’economia generale del Libro del Deuteronomio si può dire che queste omelie rappresentano un insegnamento metodologico di fondo che serve a preparare, a introdurre la successiva esposizione della Legge, che sarà fatta anche di norme, però qui c’è una teologia. Un po’ come avviene nel Vangelo di Marco (4, 1-20), la parabola del seminatore posta quasi all’inizio del ministero pubblico di Gesù, predispone al vero ascolto della Sua parola. Così anche in queste pagine noi cerchiamo di mettere in luce alcuni degli aspetti più importanti di questa catechesi del Deut proprio sull’ascolto della Parola di Dio.
Prendiamo in considerazione questo cap 4 del Deut : qui c’è ascolto e visione. Nel Deut l’ascolto liturgico, l’ascolto ecclesiale, è sempre accompagnato dalla formula imperativa: “Ascolta” e dal vocativo “Israele” . Questo ascolto non è mai privato, personale ma sempre un ascolto eminentemente ecclesiale, liturgico, a cui è chiamato tutto il popolo. Quindi all’inizio del cap 4 questa formula (“Ascolta Israele”) riceve queste importanti connotazioni liturgiche, ossia le antiche parole della Legge vengono attualizzate nell’ “oggi” e nell’ “ora” della vita del popolo: “E ora Israele ascolta le leggi e i decreti che io vi insegno”. Quell’ “ora” non è messa lì a caso: l’ascolto è un evento ogni volta sempre nuovo. Tutte le volte che la Parola di Dio è proclamata, è come se fosse la prima volta e capita spesso che un testo letto mille volte, un giorno ci appare nuovo, diverso. Al cap 5 il Deut dirà:“Il Signore non ha stabilito questa Alleanza con i nostri padri, ma con noi che oggi siamo qui tutti vivi” (Deut 5,3). Questo richiamo all’ “oggi” ritorna più di 70 volte. La memoria storica del “primo giorno” del primo “oggi” in cui la Parola di Dio fu rivolta a Israele, cioè alla rivelazione del Sinai (e su cui si concentra tutta l’omelia del cap. 4), ha perciò un valore paradigmatico: per tutte le volte successive in cui vengono annunciati nuovamente i comandamenti della legge di Mosè, ogni volta che si proclama la Torà, si ripete in qualche modo l’evento originario prodottosi sul Sinai.
E vediamo nel concreto questa rivelazione di Dio nell’ascolto, Da questo evento fondamentale ed esemplare del Sinai prototipo di ogni ascolto della parola, l’insegnamento più importante che si incomincia a trarre e che c’è incompatibilità tra l’esperienza dell’ascolto e l’esperienza della visione: “Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura, vi era soltanto una voce” (Deut 4, 12). Jahwè non si è rivelato a Israele “facendogli vedere il suo volto” (la visione), ma “facendogli udire soltanto la sua voce (l’ascolto). Nessuna delle visioni cosiddette teologiche dell’AT ha mai la pretesa di descriverci realmente il volto di Dio, al contrario lo si vede solo di spalle (Es 33), lo si vede solo dai piedi in giù (Es 24), o se ne intravede appena il lembo del vestito (Is 6); tutte espressioni figurate, forse anche un po’ ironiche per affermare precisamente l’impossibilità della visione. Queste visioni dell’AT hanno anche un carattere simbolico, profetico, allusivo, dovremo attendere l’Incarnazione perché quella figura precisi i suoi contorni, sia riconoscibile in un uomo. Su questo dovremo riflettere circa la nostra immagine di Dio. Quali sono le conseguenze di questo primo aspetto per la nostra vita spirituale? Quali sono le deduzioni che si devono trarre da questa prospettiva teologica sul piano dell’esistenza spirituale? Sono sostanzialmente due.
- La prima è che mentre la visione ha un’evidenza oggettiva che si impone da sé, l’ascolto richiede che si abbia innanzitutto fiducia in Colui che parla: questo è il primo insegnamento spirituale. Il fatto che la nostra esistenza spirituale sia posta sotto il segno dell’ascolto, anziché della visione significa che dobbiamo fidarci, dobbiamo accettare responsabilmente il rischio delle fede: credere senza vedere, sperare per fede la realizzazione delle promesse ancora non osservabili del Signore: “Ciò che uno già vede come potrebbe ancora sperarlo?” (Rom 8). La fede e la speranza, nell’economia neotestamentaria, sono radicate anch’esse sull’ascolto: “La fede nasce dall’ascolto” (Rom 10,17). La fede e speranza verranno meno quando ci sarà la visione, quando cioè rimarrà solo l’Amore (il famoso Inno alla carità di 1 Cor 13, 1-13).
- L’altra conseguenza pratica che viene dalla fede in un Dio che si lascia ascoltare ma non vedere è che l’ascolto al contrario della visione è sempre un’esperienza aperta, che non può esaurirsi in se stessa, ma richiede un’operazione operativa della Parola udita. In tutta la Scrittura quando Dio parla, raramente lo fa per dirci qualcosa di Se, ma è quasi sempre per dire all’uomo cosa lui deve fare, operare. La visione biblica è una visione dell’ascolto e non esiste ascolto senza risposta, in questo caso senza una responsabilità morale. La religione degli idoli, vecchi e nuovi, può offrire ai suoi seguaci oggetti affascinanti e suggestivi da contemplare. Gli idoli non esigono nessun impegno morale. Ma il divieto biblico delle immagini si riferisce proprio alla negazione di una religiosità vista come evasione dalla realtà. Tale divieto (quello delle immagini), infatti, trova la sua motivazione più profonda proprio nel fatto che l’unica immagine visibile di Dio è l’uomo stesso non l’dolo, per cui ogni contemplazione che sottragga l’uomo alle sue responsabilità concrete, lo aliena dalla vera adorazione del Dio invisibile: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può neppure amare Dio che non vede”.
Questi sono i primi due insegnamenti che ci vengono dal capitolo 4 del Duteronomio.
b) Riflettiamo ora sul cap 5 del Deut che possiamo definire come l’esperienza mortale dell’ascolto di Dio: “ascolto e morte”. Quando Mosè domanda al Signore di poter vedere il suo volto, cosa ottiene come risposta? “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Anche l’esperienza della Parola di Dio è anch’essa in qualche modo un’esperienza mortale. Tutto questo ci è ricordato con forza dalle “omelie” sul decalogo di Deut. 5, che dopo aver riportato le dieci parole di Dio a tutto il popolo riunito sul Sinai, riferisce in questi precisi termini la comprensione che Israele ebbe di quell’esperienza: “Oggi noi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo restare vivo” (5,24). La parola di Dio è a rischio, non va da se che Dio possa parlare con l’uomo, come non è naturale che si possa vedere il suo volto. Sono entrambe esperienze-limite, al di fuori di quelle ordinarie e portano l’uomo su un terreno pericoloso di cui non è padrone, va al di là delle proprie possibilità, e porta alle soglie della morte. Che Dio abbia reso possibile ciò che umanamente è impossibile, questo costituisce precisamente la specificità della rivelazione divina ad Israele, l’unicità di questo evento sinaitico: “Chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo?”. Tuttavia un certo risvolto terribile e mortale esiste nonostante tutto, quando si ascolta la parola di Dio:“Ma ora se noi continuiamo ad ascoltare la voce del Signore nostro Dio certamente moriremo” (5,25). Anche l’ascolto è un’esperienza-limite: ascoltare la voce del Signore resta sempre un evento straordinario, spirituale che sfugge al controllo umano, determina delle situazioni critiche, di giudizio, non si può rimanere neutrali di fronte alla Parola, essa crea in noi la conversione o l’indurimento, in questo contesto si deve capire la richiesta del popolo che ci siano dei mediatori autorizzati, rappresentati qui dalla figura profetica e sacerdotale di Mosè, che spieghino al popolo la parola di Dio: “Avvicinati tu ad ascoltare quanto il Signore nostro Dio dirà, poi ci riferirai tutto ciò che ti avrà detto il Signore nostro Dio e noi lo ascolteremo e lo faremo” (5,27). E qui possiamo sottolineare la necessità della mediazione: a Emmuus, ai due discepoli Gesù spiega le Scritture; negli Atti degli Apostoli, l’etiope legge Isaia e non capisce, arriva Filippo e gli spiega il senso di quel passo che lui non capiva. Prima ancora dall’esigenza di un Magistero ufficiale che garantisca un’interpretazione oggettiva della Parola di Dio, questa richiesta del popolo a Mosè sembra rappresentare il bisogno umano di una pedagogia all’ascolto della Parola di Dio, per mettere in evidenza che l’ascolto non è sempre facile e non può essere preso alla leggera: c’è bisogno di una disciplina. Se diciamo queste cose oggi è per rendersi sempre più responsabili, quando prendiamo in mano un testo: andiamo avanti anche se non capiamo. I padri del deserto dicevano, quando qualcuno andava a dirgli: “Ho capito solo un versetto” essi rispondevano: “Vivi quello, se vivi quella Parola, maturi, la Parola cresce, è un’ascesi, ci sono tempi lunghi”. Non ci può essere un ascolto indisciplinato, occasionale, bisogna evitare di aprire la Bibbia a caso, dove si trova una frase e si conclude: “Ecco questo mi dice il Signore”, ma chi lo garantisce? C’è un disegno di Dio in ogni Libro, non si può così aprire la Bibbia a caso, questo è un ascolto occasionale senza un’adeguata guida, senza quel rigore che ogni seria ricerca vuole, e così facendo, la Parola di Dio rischia di essere un’esperienza negativa, un’esperienza di morte invece che di vita. Quando il popolo faceva fatica a comprendere la Parola diceva a Mosè: “Spiegaci tu, ascolta tu poi ci riferirai”. Noi siamo tutti inabitati dal mistero trinitario, siamo tutti figli di Dio e se c’è questa disciplina personale certo che il Signore può parlare a tutti. Dice Isaia: “Verrà il tempo in cui nessuno mai sarà, ma lo Spirito Santo”.
Continuando il testo di Deut 5, diciamo che l’ascolto porta poi a una prassi. Nel racconto di conclusione dell’Alleanza sinaitica, dopo che Mosè ebbe messo per iscritto e riletto pubblicamente il documento dell’Alleanza (i dieci comandamenti), in base al quale venne sancita l’Alleanza tra Dio e Israele, c’è una differente versione della risposta del popolo. Mentre in Deut 5,27 il popolo dice:“Quello che il Signore ha detto noi lo ascolteremo e lo faremo”. In Es 24,7 il popolo risponde: “Tutto ciò che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo”. E’ splendido questo discorso. Esodo dice che la prassi precede l’ascolto, l’esegesi giudaica di questo testo, ha sempre considerato come insegnamento capitale della vera obbedienza alla Torà questa inversione, ed è nato il “midrash” (racconti che aiutano a capire meglio un messaggio). C’è un “midrash” molto noto secondo cui Dio offrì la sua Legge a tutti gli altri popoli del mondo e alla sua richiesta se fossero disposti ad accogliere la Torà, tutti risposero di volerla prima conoscere, di sapere ciò che era scritto prima di potersi impegnare, se non che una volta saputolo, si sentirono un po’ schiacciati dal peso, dalle esigenze un po’ radicali della Legge e rifiutarono questo dono di Dio. Soltanto Israele non pose a Dio alcuna condizione preliminare di conoscenza, non volle misurare in anticipo le proprie forze, accettò tutto il rischio di quel dono a caro prezzo e rispose: “Noi lo faremo”, prima ancora di conoscerla. Ecco l’insegnamento di questo “midrash”, che è un commento rabbinico: la vera radice dell’obbedienza non si trova tanto nella conoscenza del comandamento, quanto nella fiducia, nell’amore. E’ grande questo insegnamento: la fiducia e l’amore verso colui che mi parla, prima ancora di sapere quello che mi sta per dire io lo faccio perché mi fido. Nella Scrittura troviamo sia l’invito ad ascoltare per fare, sia quello a fare per ascoltare. Mentre il primo senso sottolinea che l’ascolto della Parola di Dio deve portare alla prassi, il secondo ricorda che la prassi è la dimensione vitale in cui si deve situare il nostro ascolto. La prassi diventa così il metro di misura della verità del nostro ascolto.
c) L’ultimo testo Deut cap 6 possiamo così definirlo: “Ascolto e amore”. All’inizio di questo capitolo si legge l’ascolto per eccellenza (lo “schemà”), che è la confessione di fede d’Israele: “Jahwè è l’unico Dio”. Nella recitazione quotidiana dello “schemà” ogni israelita si pone una mano davanti agli occhi, per significare che il mistero di fede annunciato in queste parole è un mistero accessibile all’ascolto e non alla visione. Questa convinzione è talmente radicata in loro che fanno anche dei gesti. Una prima verità che emerge in Deut 6 è che l’ascolto è condizionato dall’amore. Lo “shemà” stabilisce un unione profonda tra l’ascolto della Parola e l’amore di Dio. La condizione fondamentale perché sia possibile un vero ascolto della Parola è fidarsi, è l’amore fiducioso per colui che attraverso di essa parla al nostro cuore. Qui ci vuole veramente fede, non si può prendere un testo così come prendiamo un romanzo o la divina commedia. Senza questa fede assoluta nell’unicità del nostro Dio, senza amore radicale per lui il nostro cuore resta chiuso all’ascolto della sua voce. Il centro di tutta la teologia dell’ascolto è questo: un ascolto con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima con tutte le nostre forze. La radicalità e l’integrità dell’amore di Dio che ci propone lo “schemà” sono le stesse che ci sono richieste nell’ascolto della sua parola. Amare Dio e ascoltare la sua voce sono due aspetti della stessa realtà, due diverse formulazioni dello stesso comandamento fondamentale: l’ascolto e l’amore fino al martirio. Anche il NT si riferisce questa esegesi, a questa tradizione rabbinica. Uno dei problemi maggiori che si è posta l’esegesi giudaica dello “schemà” (convinta come sempre che nella Scrittura non si dice mai nulla di casuale), è quello della determinazione delle tre facoltà con cui bisogna amare Dio: cuore, anima e forze. Se già si è detto “con tutto il tuo cuore” che bisogno c’è di aggiungere “con tutta la tua anima? Con tutta le tue forze?”. La risposta dei maestri dell’esegesi giudaica della “mishnà” (II sec. d.C) è che la precisazione “con tutta l’anima” significa “perfino se egli ti strappa l’anima”, cioè “fino al martirio”. Mentre l’aggiunta “con tutte le forze” significa “con tutto il tuo impegno”. Si deve amare Dio con tutto il proprio essere (il cuore), disposti a perdere tutti i propri beni materiali (le forze), fino al dono totale della vita (l’anima). L’insegnamento più importante sul tema dell’ascolto che si trova nei Vangeli è la parabola del seminatore e la sua spiegazione. Mt 13 Mc 4 Lc 8 sono i tre capitoli dei sinottici dove parlano della parabola del seme, dell’ascolto della Parola. In questi capitoli troviamo una coincidenza tematica illuminante, proprio con questa esegesi giudaica. Secondo la parabola evangelica, infatti, coloro che sono incapaci di accogliere la parola di Dio, cioè i terreni che non fanno fruttificare il seme, si distinguono in tre diverse categorie che nella spiegazione della parabola vengono così individuati:
- Coloro che non hanno un cuore che sappia capire la Parola: Mt 13. “Il maligno ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore”.
- Coloro che non sanno restare fedeli all’insorgere di persecuzioni e sofferenze: “Ascolta la Parola…appena giunge una tribolazione…”.
- Coloro che sono sviati dall’inganno della ricchezza: “Ascolta la Parola.. ma l’inganno della ricchezza…”.
Ecco il legame tra il vangelo e questa esegesi rabbinica. In sostanza, coloro che secondo il vangelo non sanno ascoltare la Parola di Dio sono esattamente quelli che, secondo l’esegesi giudaica dello “schemà”, non sanno amare Dio “con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze”.
Nello stesso modo si devono interpretare anche le tre categorie che costituiscono il terreno buono: cioè coloro che sono capaci di ascolto e fanno fruttificare la Parola (100, 60 e 30 per uno). Pertanto portano il cento per uno quelli che amano Dio con tutto il cuore e sacrificano per lui tutti i loro beni, la loro vita, la loro anima (i martiri). Portano frutto il sessanta per uno, coloro cha amano Dio con tutto il cuore e sacrificano per lui tutti i loro beni, ma non si trovano nell’occasione di dover dare anche la propria vita per lui. Portano frutto il trenta per uno coloro che amano Dio con tutto il loro cuore ma non si trovano nell’occasione di dover sacrificare per lui né la vita né i loro beni.
Conclusione: quale che sia il grado di persuasività di questo tipo di esegesi, sembra innegabile la continuità tematica che pone la parabola del seminatore sulla scia dell’interpretazione spirituale di questo “schemà” (“ascolto”). L’insegnamento principale che ci viene dato da questa esegesi, assunta poi dal vangelo è questo: è veramente capace di ascolto, di comprensione spirituale della parola di Dio, solamente colui cha ama il Signore, il suo unico Dio con quella integrità che rende il nostro amore sempre più conforme a quello che lui ha dimostrato per noi.
Questo è l’insegnamento teologico dell’ascolto, un ascolto che porta a una prassi, un ascolto che porta all’amore.
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